Ricorre quest'anno il settantesimo anniversario del XX Congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica, in cui il segretario del partito, Nikita Krusciov, nel rapporto ufficiale che presentò, e poi in un rapporto segreto' (pronunciato alla presenza dei soli delegati al congresso) demolì il mito di Stalin, sul quale i partiti comunisti occidentali avevano largamente edificato le loro fortune.
Il XX Congresso del PCUS è un avvenimento da ricordare, perché mise a nudo il cumulo di tragedie, di misfatti e di menzogne, che i partiti comunisti avevano sempre negato, presentando l'Unione Sovietica di Stalin come un mondo nuovo, caratterizzato da un livello d iciviltà superiore a quello del mondo democratico-liberale.
Il PCI inviò a Mosca, a seguire i lavori del XX Congresso (che si svolse dal 14 al 25 febbraio 1956), una delegazione capeggiata da Togliatti. La straordinaria novità del Congresso fu subito percepita all'inizio dei lavori, quando Ekaterina Furtseva, segretaria del partito a Mosca, nel discorso di saluto ai delegati, citò Stalin, ma solo per ricordarlo insieme ad altri dirigenti scomparsi negli ultimi anni, tutti richiamati secondo un rigoroso ordine alfabetico. Inoltre il rapporto introduttivo di Krusciov conteneva novità di grande rilievo. Cambiava la valutazione sovietica del capitalismo, il quale diceva il segretario del PCUS era sì soggetto a una crisi generale, ma ciò non significava che esso fosse incapace di sviluppo. Inoltre Krusciov sosteneva che era possibile una coesistenza pacifica fra il sistema socialista e quello capitalista, evitando la più distruttiva guerra della storia.
Ma la grande novità fu il rapporto segreto, che, come abbiamo detto, Krusciov pronunciò l'ultimo giorno, alla presenza dei soli delegati. Krusciov fece a pezzi l'immagine di Stalin: questi aveva governato in maniera dispotica e terroristica, aveva commesso innumerevoli delitti contro esponenti del partito e dell'esercito. Krusciov raccontò casi atroci e rivelò che a partire dal 1936 l'uso delle bastonature e della tortura era diventato prassi corrente contro i supposti dissidenti, e che l'assassinio di Kirov, che aveva dato il via a una impressionante ondata di purghe, era stato un affare misterioso e sospetto. I dati forniti da Krusciov erano terrificanti: per esempio, dei 139 membri del Comitato centrale del partito al XVII Congresso, il 70% era stato arrestato e fucilato (nel 1937-38), come nemico del partito e del popolo. La stessa sorte toccò alla maggioranza dei delegati del XVIII Congresso: su 1966 delegati, 1108 vennero arrestati e poi fucilati. Purghe altrettanto feroci furono scatenate contro l'esercito, con centinaia di vittime. Il segretario del partito accusò Stalin anche di cecità,e di incapacità di fronte all'attacco nazista del 1941.
Vero è che la denuncia di Krusciov contro il sistema terroristico staliniano aveva dei limiti formidabili: egli diceva infatti che Stalin aveva operato positivamente fino al 1934, non diceva nulla dei leaders delle opposizioni interne al partito bolscevico (Zinoviev, Kamenev, Bukharin) eliminati fisicamente dal dittatore (alcuni dopo celebri processi-farsa; mentre Trotzki fu assassinat in modo efferato in Messico da un sicario di Stalin); taceva sulla collettivizzazione forzata dei contadini e sulla guerra mossa ai kulaki, che avevano provocato milioni di vittime. E tuttavia bastava quello che aveva raccontato per demolire il mito dell'Unione Sovietica paese felice.
Prima di ripartire da Mosca, Togliatti ricevette dai capi del Cremlino una copia del rapporto segreto (con preghiera di non divulgarla, per ora). La situazione nella quale il leader comunista veniva a trovarsi era assai sgradevole e imbarazzante. Il PCI, infatti, aveva tributato a Stalin un culto delirante. I comunisti italiani lo avevano sempre considerato il capo più amato, lo avevano esaltato in forme ditirambiche e morbose: Stalin era l'uomo che aveva realizzato il socialismo nell'Unione Sovietica, che aveva sconfitto gli eserciti hitleriani preponderanti col suo genio politico e militare. Quando Stalin morì, i comunisti italiani lo piansero come si piange un padre. Il giorno in cui fu annunciata la sua fine, l'Unità uscì listata a lutto. L'anima è oppressa dall'angoscia dichiarò Togliatti alla Camera dei deputati per la scomparsa dell'uomo più che tutti gli altri venerato e amato, per la perdita del maestro, del compagno, dell'amico . In tutta Italia i comunisti organizzarono centinaia di manifestazioni, con grande partecipazione di popolo, per commemorare il genio che si collocava accanto a Marx e a Lenin.
Ma nei mesi di marzo e di aprile il rapporto segreto di Krusciov incominciò a essere divulgato dai giornali americani (subito ripreso dai giornali italiani). Come se la cavò Togliatti? In un modo incredibile: parlando al Comitato centrale del suo partito, esaltò la figura di Stalin, pur riconoscendo alcuni suoi errori. Disse infatti: Il compagno Stalin ha avuto una grande parte, una parte positiva, nella lotta che ebbe luogo subito dopo la morte di Lenin, per difendere il patrimonio leninista contro i trotzkisti, i destri, i nazionalisti borghesi, per battere queste correnti e riuscire a prendere la strada giusta di costruzione di una società socialista. Se questa lotta non fosse stata condotta e non fosse stata vinta, l'Unione sovietica non avrebbe riportato i successi che ha riportatoNel corso di questa lotta Stalin si acquistò prestigio e autoritàIl suo errore successivo fu di mettersi a poco a poco al di sopra degli organi dirigenti del partito stesso, sostituendo a una direzione collegiale una direzione personale.
Si venne così creando quel culto della persona che è contrario allo spirito del partito e che non poteva non arrecare danni. Con queste parole Togliatti non poteva esprimere meglio la sua idea di democrazia, e che fine avrebbe fatto il nostro Paese se il partito comunista vi avesse conseguito l'egemonia.