Per una grande mente, non esiste il tema delle dimensioni degli spazi o delle opere: non è l'ampiezza della tela che la rende importate, e nemmeno il numero di metri quadrati su cui si snoda l'esposizione. Concetto chiaro alla Paula Seegy Gallery, in via San Maurilio 14 (ingresso libero, www.paulaseegygallery.com), dove, fino al 31 gennaio, in due piccole stanze si trovano esposte più di 30 opere di Gillo Dorfles, il critico e artista triestino classe 1910 vissuto più di 100 anni (muore nel 2018).
Ambrogino d'oro, Accademico onorario di Brera nonché, tra gli altri riconoscimenti, Laurea Honoris Causa al Politecnico di Milano in Disegno Industriale, Dorfles è forse più noto per i suoi studi in campo filosofico ed estetico che per il suo lavoro artistico (si laurea in Medicina con specializzazione in Psichiatria, è professore di Estetica all'Università Statale di Milano, di Cagliari e di Trieste). «Mi pare che in queste carte, in questi dipinti, in queste ceramiche ci sia uno spirito libero» spiega con passione Martina Corgnati, critica d'arte e curatrice della mostra. Tele di 50 x 70 cm, o poco più grandi (160 x 120 cm), o piatti dipinti, sculture dalle forme fantastiche, in ceramica, di 27x15 cm: «Ripensando ai suoi articoli dell'epoca del MAC- Movimento d'Arte Concreta, l'idea è proprio di un segno che scava liberamente nel subconscio liberando forme che hanno anche una componente ironica fortissima». Un'ironia che sta nell'apparente semplicità, o forse quasi infantilismo, delle forme di Dorfles: «No. Non è primitivismo né infantilismo - sottolinea la curatrice-. Il segno di Dorfles libera il folle». Inconscio, folle, ironico: un'arte che ispira libertà e fantasia pur nella sua capacità di stare nello spazio. Come a dire: non è solo superando i confini che si trova se stessi. «Ho avuto la fortuna di curare la prima mostra di Gillo Dorfles nel 2001 al PAC-Padiglione d'Arte Contemporanea ed era una grande mostra, era anche la prima antologica importante dell'artista, che fino a quel momento si era presentato solo come teorico - spiega la Corgnati -. Poi abbiamo fatto un replay a Trieste nel 2007, la sua città, quando gli è stata conferita la cittadinanza onoraria. Dopodiché siamo stati molto amici, da lui ho imparato molto, non sono stata sua allieva, però ci siamo incontrati per parlare del suo lavoro di rottura e di lui, artista originalissimo, spiritoso, leggero ma profondo».
Le opere in mostra sono della collezione di Piero Dorfles, nipote di Gillo, lui dove lavorava? «A casa sua a Milano, non aveva uno studio». Quanto Trieste ha influenzato nella sua arte e nel suo spirito generale? «Secondo me Trieste ha determinato molto nella giovinezza di Gillo, intanto l'apertura alle lingue: italiano, tedesco, slavo, ladino, parlava almeno quattro lingue. Il ladino lo aveva imparato dalla tata, il tedesco a Trieste è d'uso, e lo slavo anche. Più il francese e l'inglese. Quindi era intanto poliglotta.
Poi aveva un'apertura a un'idea di mondo non confinata e chiusa, come forse solo a Trieste accadeva. Voglio ricordare che era la città di Svevo, di Joyce, di Saba, che lui aveva conosciuto bene: l'intuizione del mondo per Gillo era stata precoce e intensa».