È opinione comune che i Palazzi reali siano tra i luoghi più sicuri del mondo e che sovrani e principi non corrano quasi mai nessun grave pericolo. In realtà, sebbene il livello di protezione per i royal sia altissimo e venga organizzato in ogni dettaglio, esiste sempre una minima percentuale di rischio. La recente vicenda che coinvolge le principesse Amalia e Alexia dei Paesi Bassi e che in queste ore sta facendo il giro del globo ne è un esempio. Ci sono, però, anche molti precedenti tristemente famosi, dal tentativo di rapimento della principessa Anna, figlia di Elisabetta II, al piano per uccidere il principino George, figlio di William e Kate.
“Bagno di sangue”
Un uomo di trentatré anni avrebbe ordito un piano per attentare alla vita delle principesse Amalia (ventidue anni) e Alexia (vent’anni) dei Paesi Bassi, figlie del Re Willem-Alexander e della regina Máxima. A dare la notizia è stata l’Associated Press, che ha citato un mandato di comparizione pubblicato sul sito della Procura dell’Aia. A quanto sembra l’uomo sarebbe stato arrestato nel febbraio 2026. Nella sua casa la polizia avrebbe trovato due asce con incise le parole “Alexia”, “Mossad” e il saluto nazista “Sieg Heil”, oltre a dei biglietti su cui sarebbero stati scritti i nomi “Amalia”, “Alexia” e i termini “bagno di sangue”. Il giovane si sarebbe presentato in tribunale lo scorso 4 maggio. Per il momento, come impone la legge sulla privacy vigente nei Paesi Bassi, non sono state rese note né l’identità dell’accusato, né le modalità dell’arresto.
Messaggi di morte
Non è la prima volta che l’incolumità della principessa Amalia, erede al trono dei Paesi Bassi, è in pericolo. Dal 2017 al 2020 uno stalker le inviò messaggi di morte. La polizia scoprì che si trattava di un ex soldato di trentadue anni di nome Wouter, che venne arrestato nel novembre 2020. L’uomo, a cui era stata diagnosticata la schizofrenia, fu condannato a tre mesi di carcere e obbligato a seguire una terapia psichiatrica, come ricordano il magazine Hola e Associated Press.
Bersaglio di un gruppo criminale
Nell’autunno 2022, poche settimane dopo aver iniziato i corsi di politica, Legge, psicologia ed economia all’Università di Amsterdam l’erede al trono fu costretta a lasciare l’alloggio per studenti e a tornare a Palazzo, spiega il magazine Hello. A quanto risulta, infatti, Amalia era diventata l’obiettivo principale di un gruppo criminale che aveva pianificato di rapirla. “Credo che questo abbia avuto un forte impatto su di lei”, dichiarò la giornalista olandese Annemarie de Kunder. “…Tutti pensavano che avrebbe avuto una vita normale, ma poi, in un attimo, tutto è cambiato…”. Nel 2024, riporta il People, la principessa si trasferì in Spagna per concludere gli studi in sicurezza. In un’intervista alla stampa olandese, in occasione del King’s Day, il 27 aprile 2024, disse: “Sono grata a tutti quelli che mi hanno dato la possibilità di muovermi liberamente. Sono riuscita a trovare un po’ più di libertà lì [in Spagna] di quanta avrei potuto trovarne qui”.
“Neanche per sogno!”
Il 20 marzo 1974 fu la principessa Anna a temere per la sua vita, racconta Hello. Mentre si trovava in auto sul Mall verso Buckingham Palace, di ritorno da un evento benefico, la principessa reale e il primo marito, Mark Phillips, vennero bloccati da un uomo armato di pistola, Ian Ball. Quest’ultimo avrebbe avuto intenzione di rapire Anna e chiedere alla regina Elisabetta due milioni di sterline di riscatto da devolvere al Servizio Sanitario Nazionale. È rimasta nella storia della royal family la freddezza e l’autocontrollo dimostrate dalla principessa che, di fronte all’insistenza dell’uomo per farla scendere dalla Rolls Royce, rispose con fierezza: “Neanche per sogno!”. A salvare Anna fu un passante, l’ex pugile Ron Russell. Ian Ball, infatti, era riuscito a ferire l’ufficiale di polizia addetto alla sicurezza della principessa, James Beaton, l’autista Alex Callender, il giornalista del Mirror Brian McConnell e l’agente in servizio a St. James’s Palace Michael Hills.
Dopo il 20 marzo 1974
“Non avevo niente”, disse James Beaton, ricordando quei momenti concitati durante un’intervista al Times nel 2020. “Non c’era un veicolo di supporto. L’addestramento era inesistente, ma d’altro canto [pensavamo] che non sarebbe successo nulla. Oggi [gli addetti alla security] sono altamente specializzati e altamente addestrati”. Beaton non aveva tutti i torti. “All’epoca”, specifica il sito Royal Central, “il modello di protezione personale per i reali era minimo. A ciascun membro senior della royal family era assegnato un solo agente per la protezione…talvolta armato, che spesso poteva contare solo sull’istinto e su un minimo supporto dell’intelligence”. Le cose cambiarono drasticamente dopo il 20 marzo 1974: il protocollo per la sicurezza divenne più rigido. Inoltre il team specializzato nella protezione della famiglia reale venne ampliato attraverso la selezione di professionisti con una formazione militare e ben equipaggiato con armi e veicoli adatti.
Spari durante la parata
Nel giugno 1981, durante il Trooping The Colour, il 17enne Marcus Sarjeant sparò sei colpi con una pistola giocattolo in direzione della regina Elisabetta. In quel momento la monarca era in sella al suo cavallo, Burmese, per la tradizionale parata. L’animale mostrò segni di nervosismo, come era naturale. Per un attimo persino Elisabetta apparve turbata. Tuttavia neppure in quel frangente permise alle emozioni di prendere il sopravvento: con incredibile compostezza la Regina riuscì a calmare Burmese e a continuare la sfilata lungo il Mall come se nulla fosse accaduto. Nel settembre 1981, riporta la Bbc, Sarjeant venne condannato a cinque anni di prigione, ma ne scontò solo tre.
“Dannazione, l’ho mancata”
Nello stesso anno, per la precisione nell’ottobre 1981, durante un viaggio in Nuova Zelanda, la regina Elisabetta fu di nuovo vittima di un attentato, anche questo per fortuna fallito. Un uomo di nome Christopher John Lewis, ossessionato dalla royal family britannica e affetto da disturbi psichici, sparò attraverso una finestra in direzione di Sua Maestà, mancandola. Otto giorni dopo venne arrestato per aver sparato alla Regina e per possesso d’arma da fuoco in luogo pubblico. L’uomo avrebbe reagito dichiarando: “Solo due capi d’accusa?...Se l’avessi colpita, sarebbe stato tradimento?”. Lewis venne condannato a tre anni di carcere. Purtroppo continuò a collezionare reati gravissimi. Nel 1997, mentre era in prigione in attesa del processo per aver ucciso una giovane madre e rapito suo figlio, Christopher John si uccise, come riporta il Guardian. Poco tempo prima di morire, a proposito dell’attentato a Elisabetta, l’uomo avrebbe detto alla sua compagna: “Dannazione. L’ho mancata”.
“Impassibile” Carlo
Il 26 gennaio 1994 l’avvocato David Kang sparò due colpi a salve contro l’allora principe Carlo, in visita a Sydney (Australia). L’erede al trono rimase “impassibile”, scrive Hello e l’attentatore venne prontamente fermato dagli uomini della sicurezza. A quanto pare Kang non avrebbe avuto intenzione di uccidere Carlo, bensì di attirare l’attenzione (nel modo più sbagliato possibile) sulle condizioni dei detenuti nelle carceri australiane. Venne condannato a cinquecento ore di lavori socialmente utili.
Gelato al veleno per il principe George
Nel luglio 2018 Husnain Rashid, un sostenitore dell’Isis, venne condannato all’ergastolo (ma la pena venne ridotta a diciannove anni in appello, specifica la Bbc) per aver istigato i suoi seguaci su Telegram contro la royal family, in particolare contro il principe George, figlio di William e Kate, che all’epoca aveva cinque anni. Rashid, dichiarò il giudice Andrew Lees, citato ancora dalla Bbc, fornì “il nome e l’indirizzo della scuola del principe George, un’immagine della scuola… e l’istruzione o la minaccia secondo la quale il principe George e altri membri della royal family dovessero essere considerati come potenziali obiettivi”. L’uomo, disse il pubblico ministero Annabel Darlow, citata dal Guardian, “suggerì di iniettare un veleno nei gelati del supermarket”, nella convinzione che prima o poi George ne avrebbe mangiato uno. Un piano folle e “indiscriminato, che non faceva alcuna distinzione tra adulti e bambini, tra membri delle forze armate e civili”.
Un intruso a Windsor
Il 25 dicembre 2021, riporta Hello, il diciannovenne Jaswant Singh Chail, residente a Southampton, riuscì a introdursi nel Castello di Windsor e ad arrivare molto vicino agli appartamenti privati della regina Elisabetta. Catturato dalla security del Palazzo, il giovane ammise: “Sono qui per uccidere la Regina”. Nel suo delirio Jaswant vedeva nella sovrana un simbolo del colonialismo e chiedeva vendetta per il massacro di Amritsar (Punjab, 13 aprile 1919).
All’epoca il Punjab faceva parte dell’impero britannico e nella strage, ordinata dal generale di brigata Reginald Dyer, morirono 379 persone (secondo le stime inglesi, ma sembra che i morti siano stati molti di più) e 1200 rimasero ferite. Nell’ottobre 2023, riporta la Bbc, Jaswant Singh Chail è stato condannato a nove anni di prigione.