«Sono arrivato in alto, fino alle porte del tutto e da lì sono caduto...» Parla Michele Padovano, ex attaccante di Cosenza, Pisa, Genoa, Reggiana, Napoli e Juventus. Lo hanno accusato di essere il più grande narcotrafficante del mondo del calcio. Diciassette anni di calvario e torture. Poi gli hanno detto: «Assolto perché il fatto non sussiste». Fine. Restano solo i brandelli della sua vita massacrata.
Partiamo dall'inizio. Il bambino Padovano
«Una peste con un solo pensiero: il pallone. Giocavo ovunque, per ore, per strada, sui campetti improvvisati. A quindici anni sono andato a Ravenna, squadra che militava in C2. Via di casa. Ero felice».
Ricorda il momento in cui Maradona le disse «l'anno prossimo giochi con me?».
«È come ascoltare le vecchie canzoni che ti fanno venire i brividi sulla pelle. Una cantilena sudamericana che non se ne va mai via. Diego, il giocatore in assoluto più forte della storia del calcio mi voleva. Firmai tre anni con il Napoli».
Partito dal Cosenza passato per il Napoli e poi approdato alla Juventus. Cosa ha significato per lei vestire la maglia bianconera?
«La consacrazione. Tre anni incredibili: tre finali di Champions, due scudetti e tanti trofei. Ho vinto tutto e sarò sempre grato alla Juventus».
Fama, trofei, soldi. Poi arriva quel 10 Maggio del 2006 e spezza il suo sogno di bambino.
«Era un mercoledì. La sera tornavo a casa. Vedo tre auto scure. Dentro ci sono agenti in borghese. Scendono, mi bloccano e mi mettono le manette ai polsi».
Cosa ha pensato?
«Di essere su Scherzi a parte».
E invece?
«Sono stato portato in carcere, foto segnaletiche, domande che non trovavano risposta. In isolamento, sbattuto in una cella senza che nessuno mi dicesse di cosa fossi accusato».
Come si sopravvive all'esperienza dell'isolamento?
«L'isolamento è devastante. Nessuna doccia, nessun contatto umano. Sentivo solo gli insulti. Mi gridavano: Ora tutti i tuoi soldi te li ficchi nel c.... Ricordo che camminavo in quel piccolo spazio come un leone in gabbia. C'era una branda con una coperta lurida e una turca per i bisogni. Mi ha tenuto in piedi la certezza della mia innocenza e il pensiero della mia famiglia».
Dopo l'isolamento?
«Sentii una guardia che mi disse di preparare le mie cose. Io felicissimo perché ero convinto di tornare a casa e invece venni caricato su un blindato, ammanettato con le catene, ficcato dentro una gabbia come se fossi il Mostro di Loch Ness e portato nel carcere di Bergamo. Un viaggio di quattro ore dove chiedevo continuamente dove stessimo andando ma nessuno mi rispondeva».
Quasi tre mesi di carcere. Lei di cosa era accusato?
«Di essere il capo promotore e finanziatore di un'associazione a delinquere per spaccio internazionale di stupefacenti».
Un'accusa pesantissima che nasce da...?
«Da un bonifico di 36mila euro che feci come prestito ad un amico che mi chiamò dicendo che gli servivano questi soldi per perfezionare l'acquisto di due cavalli in Spagna».
Quella richiesta non le ha destato sospetto?
«No, perché quando veniva a Torino portavamo sempre la figlia a cavallo, quindi non era una richiesta assurda».
Suo figlio aveva quattordici anni quando lei è stato arrestato. Ricorda il primo incontro con lui in carcere?
«L'ho abbracciato stretto scavalcando il vetro. Avevo bisogno di sentire che non ero solo».
Ci sono voluti ben diciassette anni per ascoltare queste parole: «Assolto perché il fatto non sussiste». Lei vittima di un macroscopico errore giudiziario. Che prezzo ha pagato?
«Il prezzo della vita. Un tempo sospeso. Per quasi due decenni sono stato etichettato come il narcotrafficante del calcio senza processo. Ho subito una gogna mediatica feroce. Il dolore di vedere la mia famiglia soffrire. Ho perso tutto quello che mi ero costruito con la mia carriera. Soldi, case... Per diciassette anni non c'è stata una sola persona, e dico una, che mi abbia offerto la possibilità di lavorare».
Si è sentito abbandonato dal mondo del calcio?
«A parte i tifosi juventini che non mi hanno mai abbandonato e che ringrazierò a vita, a parte Gianluca Presicci che è il padrino di mio figlio e ha giocato con me a Cosenza, e a parte Gianluca Vialli, sì. Abbandonato».
Ha ricevuto delle scuse dallo Stato?
«No».
A marzo ci sarà un importante referendum per cambiare la nostra giustizia. Lei cosa voterà?
«Convintamente sì!».
Vivendola di persona, cosa pensa debba essere riformato nel nostro sistema giustizia?
«Le rispondo con una metafora calcistica: l'ultima squadra che ha vinto lo scudetto quando c'era l'estrazione degli arbitri è stata il Verona».
I giudici come gli arbitri?
«Sì, l'imparzialità è determinante ed è un criterio necessario. Soprattutto in ambiti dove non si può giocare con la vita delle persone. Questa riforma potrà garantirla».
Si è raccontato nel libro Tra la Champions e la libertà e sono uscite due puntate su Sky dal titolo Innocente.
Quanta voglia ha di gridare al mondo che lei non c'entrava nulla con quelle accuse infamanti?«Credo non basterà una vita. Lo devo a me e lo devo soprattutto ai miei affetti più cari. Mia moglie, mio figlio, i veri guerrieri».