Gentile Direttore Feltri, ha visto? Stanotte, in piazza duomo, è filato tutto liscio. E la piazza era già vuota alle 2 di notte. Questo ho letto. Mi pare dunque che sia andata bene e che i maranza abbiano fatto i bravi questa volta. O sbaglio?
Tomaso Bracco
Caro Tomaso,
mi chiedi se «questa volta i maranza hanno fatto i bravi» perché hai letto che in piazza Duomo, alle due di notte, era già tutto finito e la piazza risultava vuota. Ti rispondo senza girarci attorno: ti sbagli. E pure di parecchio. Che non sia esploso l'inferno è certamente una buona notizia. Non mi metto a rimpiangere il caos o a tifare per la rissa, ci mancherebbe. Però il tuo ragionamento contiene l'equivoco tipico di questo tempo: scambiamo l'assenza di una tragedia per un successo. È come se uno entrasse in un ospedale, vedesse che il reparto non è in fiamme e dicesse: «Che ospedale efficiente!». No, caro mio: è semplicemente il minimo sindacale. La civiltà non consiste nel fatto che non ci si sgozzi in piazza la notte di Capodanno. La civiltà dovrebbe consistere nel fatto che la piazza, la notte di Capodanno, sia viva, piena, serena e sicura. Che le famiglie, i ragazzi normali, gli anziani, i turisti, possano scendere, brindare, ridere, guardare un palco, uno spettacolo, un concerto. E tornare a casa senza avere l'impressione di essere scampati a una spedizione punitiva.
Tu sottolinei: «È filato tutto liscio». Io traduco cosa significa davvero: è filato tutto liscio perché lo Stato ha dovuto schierare un esercito. Se davvero c'è stato ordine, è merito appunto delle forze dell'ordine, del ministero dell'Interno e di una macchina di sicurezza che, quando vuole, sa essere seria, massiccia, deterrente. Bene. Bravi. E grazie. Ma qui arriva il punto che tu, ingenuamente, celebri senza accorgertene: se per rendere normale una piazza devo trattarla come una zona di guerra, non ho vinto. Ho soltanto contenuto il danno. E poi c'è l'altra faccia, quella più amara, che tu non hai considerato: una piazza vuota alle due di notte non è un trofeo. È un sintomo. È la fotografia di una città che, invece di festeggiare, si ritira. È la prova che molti cittadini hanno deciso: «Io non ci vado. Non mi fido. Non mi va di finire in mezzo al fumo, ai botti, ai gruppi di esaltati, al branco, alla prepotenza». Se gli italiani non scendono più in Duomo a Capodanno, non per stanchezza, ma per prudenza, non è «andata bene»: è una resa civile. Mi si opporrà: «Ma c'erano le Olimpiadi, i lavori, le strutture». Benissimo, facciamo finta che sia tutto lì. Ma allora mi spieghi perché da anni Milano non offre un evento degno del nome nella sua piazza simbolo? Mi spieghi perché la capitale economica d'Italia, capace di organizzare settimane della moda, fiere planetarie, eventi per qualsiasi cosa, improvvisamente diventa incapace di mettere due luci e un palco senza temere che finisca a bottigliate? Non è questione di logistica: è questione di clima. Di controllo del territorio. Di percezione della sicurezza. E veniamo ai «maranza», parola che ormai usate come si usa l'eufemismo nei necrologi: per non dire la cosa com'è. Non è un problema di «ragazzate» o di folklore metropolitano. Il problema è che abbiamo normalizzato l'idea che, in certe notti e in certe zone, valgano regole diverse. Che qualcuno si senta autorizzato a occupare lo spazio pubblico, a imporre la sua presenza, il suo rumore, la sua violenza potenziale. E che lo Stato debba arrivare con i reparti per ricordare l'ovvio, ossia «qui comandano le leggi». Qualcuno nota: «Almeno non ci sono state violenze sessuali collettive, almeno così sembra». Ebbene, non voglio fare il profeta di sventura, ma «sembra», appunto. Perché certe cose emergono dopo, quando le vittime trovano il coraggio di parlare o quando qualcuno decide di non far finta di niente. Ma anche qui: stiamo davvero riducendo l'asticella della normalità al «non è successo il peggio»? È un modo miserabile di misurare la salute di una società. Un Paese serio non si compiace perché non ha avuto il bollettino nero. Un Paese serio pretende che la notte più simbolica dell'anno sia bella, non soltanto «non sanguinosa».
E c'è un'ultima cosa, forse la più importante: piazza Duomo non è un parcheggio da svuotare alle due. È un simbolo. È la casa di tutti. Se per sentirci «al sicuro» dobbiamo desiderarla deserta, significa che abbiamo interiorizzato l'idea che la vita normale sia troppo rischiosa. E questo, caro Tomaso, non è ordine. È paura disciplinata. Dunque no: non mi si dica «i maranza hanno fatto i bravi». Abbiamo evitato il peggio grazie a un presidio massiccio.
Il che è diverso. Molto diverso. Il traguardo non è una piazza vuota sorvegliata come una caserma.
Il traguardo è una piazza piena, allegra, con i cittadini che si sentono padroni di casa. Il traguardo è che lo Stato non debba ogni volta «riconquistare» ciò che è suo. Finché festeggeremo il silenzio come se fosse una festa, vorrà dire che qualcuno, negli anni, ci ha rubato anche l'idea di normalità.