Ammetto innumerevoli difficoltà a confrontarmi con il fenomeno dell'intelligenza artificiale. Ma ciò non mi impedisce di soffermarmi su una notizia che unisce l'IA ai miei tradizionali campi di interesse. Dal Financial Times e dal Wall Street Journal leggo che Meta di Mark Zuckerberg sta addestrando un avatar a immagine e somiglianza del fondatore. Una creatura modellata sui suoi gesti, sul tono della voce, sul linguaggio che utilizza con i suoi collaboratori e negli interventi in pubblico. Ma perché tutto questo? Perché viene motivato con il clone prodotto dall'IA i suoi dipendenti avranno modo di interagire con lui. Dunque, le maestranze del big Usa non parleranno direttamente con lui, ma con l'avatar. Stiamo entrando nell'epoca dell'imprenditore clone dell'imprenditore in carne ed ossa. È la fantascienza che diventa realtà. Sarà l'età, tuttavia fatico a pensare che il mondo delle imprese possa trarre benefici concreti dall'introduzione di dinamiche di questo tipo. So che in molte aziende è già consueto il ricorso all'intelligenza artificiale per accelerare e renderne più competitiva l'attività. Ma rimaniamo nel solco di un beneficio dovuto a uno strumento capace di fornire eccellenti performance. Quando però si ragiona per animare l'avatar di chi guida un'impresa per relazionarsi con il proprio capitale umano c'è qualcosa di profondamente innaturale. Il dialogo che frutta per davvero è quello tra due persone che cooperano, nel caso di un'impresa, per la crescita e il profitto. Rimango convinto che l'intelligenza artificiale vada maneggiata con cura. E che il perno debba rimanere il soggetto/persona.
Certo, ogni giorno è buono per scoprire nuovi vantaggi che si acquisiscono tramite l'IA. Ma un'impresa, nella sua essenza, deve rimanere un luogo dove pulsano cuori. E non credo che un clone lo abbia.info@pompeolocatelli.it