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Gonfiore, stanchezza e febbre: quando i sintomi possono indicare un tumore alle ossa

Quasi sempre le neoplasie ossee interessano i bambini e i giovani adulti (età media 20 anni), ma non mancano le diagnosi over 60

Gonfiore, stanchezza e febbre: quando i sintomi possono indicare un tumore alle ossa
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Con il termine tumore alle ossa si indicano una serie di neoplasie maligne che originano dalla cellula di un tessuto osseo o cartilagineo. Esse sono relativamente rare (si registrano circa 350 nuove diagnosi all'anno in Italia) e colpiscono soprattutto i giovani con un'età media intorno ai 20 anni. Ma non mancano i casi over 60.

Le tipologie

Il tumore alle ossa si distingue in primitivo e secondario. Quello primitivo prende avvio dall'osso stesso. Tra le forme più frequenti ricordiamo:

  • L'osteosarcoma: interessa in particolar modo i bambini e gli adolescenti. Quasi sempre il cancro insorge a livello dell'estremità inferiore del femore o a livello dell'estremità superiore della tibia. L'osteosarcoma è caratterizzato da un ritmo di crescita molto elevato
  • Il sarcoma di Ewing: questa forma colpisce spesso gli adolescenti e i giovani adulti e si localizza con maggiore frequenza a livello delle ossa lunghe degli arti superiori e inferiori (omero, femore, tibia), delle ossa del bacino, delle costole e delle clavicole
  • Il condrosarcoma: la neoplasia è tipica dei soggetti di mezza età e degli anziani. Origina dalla cartilagine situata alle estremità di scapola, omero, costole, bacino e femore.

Il tumore alle ossa secondario, invece, è la conseguenza di un processo di metastatizzazione che si verifica in presenza di altre tipologie di cancro: del seno, della prostata, della tiroide, del polmone e del rene.

I principali fattori di rischio

Il tumore alle ossa è l'esito della proliferazione incontrollata di cellule anomale che hanno subito una mutazione a carico del DNA. Le cause precise di questo fenomeno non sono ancora note, tuttavia la scienza ritiene che esistano dei fattori di rischio in grado di favorirlo.

Non è ad esempio da sottovalutare la presenza di condizioni genetico-ereditarie come la sindrome di Li Fraumeni e l'esostosi multipla ereditaria. Nella sindrome di Li Fraumeni sono state individuate alcune mutazioni a carico dei geni oncosoppressori p53 e RB1. L'esostosi multipla ereditaria, provocata da mutazioni in uno dei geni EXT, è associata a una maggiore probabilità di sviluppare il condrosarcoma.

Attenzione poi all'impiego dei trattamenti farmacologici antitumorali e alla radioterapia. Non meno importante, infine, è una storia passata di fratture ossee di una certa gravità.

Il dolore è un campanello d'allarme

La manifestazione principale del tumore alle ossa è senza alcun dubbio il dolore a carico del distretto corporeo interessato dalla malattia. La sensazione algica, agli esordi occasionale e costante in fase avanzata, è sorda e peggiora al risveglio o in seguito all'attività fisica. Altri sintomi includono:

  • Fragilità ossea
  • Gonfiore
  • Stanchezza
  • Febbre.

La complicanza più frequente delle neoplasie agli ultimi stadi è il processo di metastatizzazione. Le metastasi possono diffondersi rapidamente e raggiungere altri organi, in particolare fegato e polmoni.

L'importanza della biopsia tumorale

In alcuni casi la sintomatologia del tumore alle ossa può essere confusa o rimandare ad altri disturbi, quali fratture e infezioni. La diagnosi, dunque, è fondamentale. Oltre all'anamnesi e all'esame obiettivo, essa si basa sull'esecuzione di esami del sangue (la presenza di grandi quantità di fosfatasi alcalina non è un buon segno), delle urine e strumentali (raggi, RMN, TAC, PET).

Ma a diagnosticare o meno la presenza della neoplasia è la biopsia tumorale. Mediante il prelievo e l'analisi istologica di un campione cellulare per mezzo di un ago (agobiopsia ossea) o di un bisturi (biopsia "a cielo aperto"), è possibile determinare il grado di malignità e la stadiazione del cancro.

Si può curare?

Gli approcci terapeutici del tumore alle ossa devono tener conto di una serie di fattori quali la tipologia, lo stadio e il grado della patologia, l'età del paziente e il distretto corporeo colpito. Attualmente il protocollo consiste nell'asportare quando è possibile la massa tumorale nella sua totalità.

L'intervento chirurgico prevede successivamente altresì l'installazione di una protesi metallica al posto della porzione ossea ridotta.

Nei casi più gravi è necessaria l'amputazione dell'arto interessato.

La radioterapia e la chemioterapia spesso sono combinate tra loro ed entrambi i trattamenti si possono effettuare prima o dopo l'operazione.

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