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Boss, bande e quella Mala tra Turatello e Vallanzasca

Il trentennio 1963-93 ricostruito come un romanzo. Poi arrivò l'eroina e ora restano maranza e arricchiti

Boss, bande e quella Mala tra Turatello e Vallanzasca
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di Luca Fazzo

Non ci sarà un'altra puntata. Non ci sono altri boss da raccontare, altri cadaveri da fotografare: perché nella nuova, asettica epoca della cronaca nera milanese, anche l'immagine del delitto è sparita dai radar ed è quasi impensabile che ci sia stata un'era in cui i poliziotti sollevano il lenzuolo per consentire all'amico fotoreporter di ritrarre il morto ammazzato. Oggi c'è più rispetto: per i defunti, per la sensibilità del pubblico, per la scena del crimine da non inquinare. Ma c'è stata una Milano in cui i cronisti di nera erano i cantastorie della città: 1963-1993, un trentennio che sembra durato un secolo e che non si ripeterà mai più. Per fortuna.

L'"Atlante storico della Mala milanese", appena pubblicato da Milieu, è una cavalcata imperdibile, figlia di una fatica improba di Laura Antonella Carli e Nicola Erba, nei decenni in cui la città cambia volto a ripetizione, quasi convulsamente, e sulla scena del crimine si affacciano a ondate successive nuovi volti e nuovi dialetti. E una generazione sloggia la precedente. Spesso in maniera cruenta. Ci sono inevitabilmente storie ormai note, quasi logore, personaggi che non si possono dribblare: Ugo Ciappina e la banda di via Osoppo, Turatello, Vallanzasca. Ma il racconto corale di un'epoca è affidato soprattutto a una lunga galleria di uomini e di delitti di cui restava solo un ricordo sfocato e che invece ebbero un peso decisivo in quegli anni. Carlo Bolina detto il Paesanino, contadino lodigiano divenuto il primo re delle rapine. Il massacro di via Lorenteggio. Il terzetto degli elegantoni: Ugo "Centovestiti" Bossi, Franchino Restelli, Mario D'Agnolo che nel magico mondo dei night furono gli ufficiali di collegamento tra crimine organizzato e imprenditori puliti. Marietto D'Argento, smilzo, efficiente. Saverio Morabito, il primo e insuperato pentito dell'anonima sequestri calabrese, unico a raccontare le dinamiche interne di una stagione terribile di cui l'Atlante fa la contabilità scrupolosa: 118 milanesi e lombardi sequestrati, alcuni dei quali mai tornati a casa. Una di loro è Cristina Mazzotti, ai cui presunti rapitori ancora oggi, a cinquant'anni di distanza si sta celebrando il processo.

Non è una compilazione d'archivio. Alla ricostruzione meticolosa - banda per banda, quartiere per quartiere - si accompagnano racconti in presa diretta degli attori. C'è Osvaldo Monopoli che fu uno dei protagonisti della celebre evasione da San Vittore dell'aprile 1980, guidata da Vallanzasca e Corrado Alunni: aveva solo 6 anni da scontare, era appena arrivato nel carcere milanese, non aveva molto senso unirsi. "Ma se fossi rimasto le guardie mi avrebbero considerato comunque complice e me l'avrebbero fatta pagare", così si accoda al gruppo, si prende una pallottola in testa, ma riesce ad arrivare a casa lo stesso. C'è Morena Villa che a San Vittore (il carcere è la quinta teatrale di molte di queste storie) si innamora di Marco Medda, gangster divenuto boia delle carceri e incredibilmente riesce anche a farci l'amore. C'è N., testimone oculare della barbara esecuzione di Francis Turatello, il più carismatico dei signori della Milano nera che sul petto portava il tatuaggio "Dio, fammi pentire prima di cantare". Francis "Faccia d'angelo" viene ucciso nel carcere di Bad'e Carros. "Il primo a dare una coltellata è stato Turi Maltese. Gli altri trattenevano Ciccio: chi per le braccia, chi per le gambe. È stata una cosa fulminea perché lui era in grado di farli volare tutti insieme, aveva una forza quell'uomo... Eppure lui continuava a gridare. Non per il dolore: non si stava lamentando, continuava a ripetere "brutto infame di merda", riferito a Maltese. Mi viene ancora la pelle d'oca quando ci penso".

Delitti che avevano una loro grandeur, una dimensione tragica. Poi arriva l'eroina e tutto cambia. Il racconto più crudo è quello di Alessandro Crisafulli, fratello del boss di Quarto Oggiaro Biagio "Dentino" Crisafulli, a sua volta narcotrafficante e assassino. Poi collaboratore di giustizia (memorabile un suo duetto in aula, con il pm Marcello Musso, in cui invece che di delitti si parlava di filosofia: Gadamer, Sant'Agostino). La Quarto Oggiaro alla fine degli anni Ottanta, Crisafulli la racconta così: "Eravamo ormai in una centrifuga totale. Puzzavamo di cadavere anche se eravamo vivi". C'era spazio solo per bucarsi, spacciare, uccidere.

Poi, un po' alla volta, tutto finisce.

Quel che resta del grande crimine organizzato si autodistrugge in una guerra intestina insensata a senza quartiere, il clan di Pepè Flachi contro la famiglia Batti: chi non finisce sottoterra viene arrestato. Da allora in avanti, solo stranieri e maranza arricchiti. Per il film "Così ammazzavamo" è il momento dei titoli di coda.

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