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«Che follia scegliere i pazienti da aiutare»

Sergio Dompé, presidente di Farmindustria, conosce il farmaco antitumorale Avastin?
«Sì lo conosco».
E come mai costa così tanto?
«Perché sul mercato sbarcano prodotti sempre più specifici e i costi sono chiaramente sempre più alti».
Però 35 mila euro sono un'enormità.
«Purtroppo i costi rilevanti sono dettati da una necessità industriale. Basti pensare che un medicinale, tra ricerca e sviluppo, costa circa un miliardo di euro e servono in media 13 anni di attesa prima che venga messo sul mercato».
Qui però parliamo di un prodotto non curativo.
«I vantaggi che danno alcuni farmaci antitumorali non sempre sono pari alle attese. Noi siamo i primi a non essere soddisfatti della ricaduta pratica. Ma i risultati marginali di alcuni prodotti hanno contribuito, negli ultimi 10 anni, a far scendere la mortalità da tumore. È in calo in tutto il mondo. Alla fine il saldo è comunque positivo».
Però in Gran Bretagna stanno facendo economia.
«Io non concordo affatto la scelta inglese sull'Avastin. Il loro sistema è il più arretrato d'Europa. Il discorso dello spreco sui farmaci viene gestito male e alla fine, la situazione della sanità è peggiore rispetto alla Francia e all'Italia. Lì selezionano persino i pazienti in base all'età».
In che senso?
«Ai nonni una serie di operazioni non le fanno più. Scartano i pazienti: se sei vecchio non meriti di vivere più a lungo».
Eccessi a parte, non si potrebbe risparmiare anche in Italia in qualche modo?
«Lo stiamo già facendo. Noi siamo stati i primi, grazie anche all'Aifa, a fare accordi antisprechi con le imprese farmaceutiche».


Vuol dire che le aziende fanno sconti sui farmaci tumorali?
«Sulle patologie più importanti che non hanno risposta univoca, il Servizio sanitario nazionale paga solo una parte iniziale della terapia. Il resto se lo accolla l'azienda».
E l'accordo vale anche per l'Avastin?
«Certamente. Superata una certa quantità paga direttamente l'azienda che si assume responsabilità e costi».

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