Leggi il settimanale

Si rompe le ossa ma prosegue il Giro d’Italia e arriva secondo

Durante l’edizione del 1956 Fiorenzo Magni cade due volte, distruggendosi clavecola e omero. Ma prosegue stoicamente fino alla fine

Si rompe le ossa ma prosegue il Giro d’Italia e arriva secondo
00:00 00:00

Pedali che frullano, catene oliate a dovere, polpacci lucidi. L’otto maggio il Giro d'Italia riparte. La carovana si muove e un fiume di maglie colorate arreda la penisola da sud a nord. Ogni volta che la corsa riprende la sua danza inesauribile, la memoria collettiva vibra. Tra le pieghe di questa epica polverosa e magnifica, si staglia un signore di granito. Un toscano fiero, taciturno, scolpito nella roccia viva. Fiorenzo Magni. Lo chiamano il "Terzo Uomo", il convitato di pietra nel duello spigoloso e infinito tra Fausto Coppi e Gino Bartali. Sulle strade infide e brutali del Nord diventa per tutti il "Leone delle Fiandre". E al Giro d'Italia del 1956, questo felino ruggisce con una ferocia che travalica l'umano e sconfina nel mito.

Succede alla dodicesima tappa di quell'edizione leggendaria. Si pedala da Grosseto verso Livorno. La strada scende da Volterra, ghiaiosa, traditrice. Magni affronta la discesa con la spavalderia tipica degli indomabili, ma d’un tratto la bicicletta sbanda, le ruote perdono aderenza sulla terra mossa. Lo schianto risuona sordo, terribile. La clavicola sinistra si spezza di netto. Il dolore pulsa, accecante, martellante, ritmico come il battito di un cuore sotto sforzo estremo. Il referto medico impone il ritiro immediato dalla competizione. L'ingessatura avvolge la spalla del campione, in una morsa che sembra mettere la parola fine all'avventura.

Qualsiasi mortale deporrebbe a questo punto le armi. Magni decide invece di continuare, sfida le leggi dell'anatomia e quelle della razionalità. La tappa successiva propone salite impervie e fatica disumana. Il braccio sinistro giace inerte, incapace di tirare il manubrio verso l'alto per imprimere la necessaria forza sui pedali. Serve un colpo di genio, l'intuizione rustica di un artigiano della bicicletta. Faliero Masi, il suo storico e fidato meccanico, seziona una camera d'aria, prende un vecchio tubolare. Ne lega un'estremità al manubrio in modo saldo. Magni afferra l'altro capo direttamente con i denti. Stringe la gomma tra le mascelle, usa i muscoli del collo e della schiena per compensare la spalla rotta. L'immagine si fissa per sempre nella retina della storia: il volto contratto, la smorfia di fatica pura, i denti che mordono il caucciù, la forza di volontà che piega la materia ribelle.

Ogni chilometro si trasforma in un calvario trionfale. Le ruote macinano asfalto e polvere, il gruppo osserva questo guerriero ferito con un rispetto sacro, un timore che lambisce la venerazione. Il destino esige però è insaziabile. Arriva la sedicesima frazione, la durissima Bologna-Rapallo. La pioggia scrosciante trasforma le strade in torrenti di fango. Magni scivola di nuovo in discesa. Questa volta l'impatto distrugge l'omero sinistro. Il dolore raggiunge vette inesplorate e insopportabili. Il Leone sviene sul colpo. L'ambulanza accorre a sirene spiegate, i medici preparano la barella, la folla a bordo strada ammutolisce in preda al panico.

Improvvisamente, come destato da una scossa vitale, gli occhi di Fiorenzo si spalancano. Rifiuta i soccorsi con un cenno furente, scaccia i medici, ordina a Masi di rimetterlo immediatamente in sella. Il braccio rotto penzola disperato. La clavicola frantumata urla sotto lo sforzo impietoso. Il tubolare torna a incastrarsi tra i denti. Il toscano riprende la sua marcia solitaria, insegue il gruppo dei fuggitivi, raggiunge il traguardo stoicamente. La sua corsa diventa un inno vibrante alla resilienza assoluta, un poema omerico scritto col sudore asperso sulle due ruote.

Qualche giorno dopo, la natura scatena l'inferno bianco sul Monte Bondone. La neve seppellisce i sogni di mezza carovana. I corridori si fermano, assiderati, stravolti, in lacrime ai lati della strada. Magni avanza nella tormenta siberiana. La spalla rotta, il braccio fratturato, il gelo che morde le carni e penetra nelle ossa. Continua a spingere sui pedali con cadenza ritmica, supera la bufera, domina le rampe del Bondone. A Milano, traguardo finale, arriva secondo nella classifica generale, inchinandosi solamente alla grazia di Charly Gaul, il leggendario scoiattolo lussemburghese.

In quell'anno, Fiorenzo Magni chiude la sua avventura agonistica all'apice della gloria.

Oggi, mentre il Giro d'Italia ritrova il suo slancio e la carovana riprende a scorrere veloce sulle vene d’asfalto del Paese, gli occhi cercano quel volto teso, a quel tubolare stretto disperatamente tra i denti. Un simbolo immortale di dedizione pura, che lascia in eredità un insegnamento limpido. Stringere i denti. Continuare ad avanzare sempre, anche nella tormenta.


Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica