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Da Jimmy Kimmel al "no alla guerra" di Bardem: le incursioni politiche agli Oscar 2026

Guerra, libertà di parola e Donald Trump: sul palco degli Academy Awards slogan e stoccate politiche

Da Jimmy Kimmel al "no alla guerra" di Bardem: le incursioni politiche agli Oscar 2026
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Hollywood non rinuncia alla politica. E la notte degli Oscar 2026 lo ha dimostrato ancora una volta, trasformando il palco del Dolby Theatre in una tribuna da cui lanciare messaggi ben oltre il cinema. Tra i momenti più discussi della serata c’è stato l’intervento di Javier Bardem. Salito sul palco per annunciare i candidati al miglior film internazionale, l’interprete premio Oscar ha pronunciato una frase destinata a diventare uno dei passaggi simbolo della cerimonia: "No alla guerra, Palestina libera". Una presa di posizione politica diretta, tra le più esplicite dell’intera serata.

Il messaggio, in realtà, era già arrivato prima. Sul red carpet, l’attore spagnolo si era presentato con una giacca su cui campeggiava la scritta "No a la guerra" e con una spilletta a sostegno della Palestina. Un dettaglio tutt’altro che casuale, che ha anticipato l’intervento sul palco e ha trasformato il passaggio davanti ai fotografi in una dichiarazione politica.

Ma non è stato l’unico momento in cui la politica ha fatto capolino alla cerimonia. Poco dopo è salito sul palco anche il conduttore televisivo Jimmy Kimmel, volto del programma “Jimmy Kimmel Live!”, incaricato di consegnare i premi per il miglior cortometraggio documentario e il miglior documentario. E anche lui ha scelto di utilizzare l’occasione per parlare di libertà di espressione. "Raccontare una storia che potrebbe costarti la vita per il solo fatto di raccontarla: questo è vero coraggio. In quali Paesi si rischia la vita per la libertà di parola?", si è chiesto Kimmel: "Ci sono Paesi i cui leader non sostengono la libertà di espressione. Non posso dire quali, non mi è permesso. Diciamo solo la Corea del Nord...e la Cbs".

Una battuta che ha fatto sorridere la platea, con un riferimento preciso alla recente decisione della rete televisiva di non consentire al programma “The Late Show with Stephen Colbert” di ospitare il deputato texano James Talarico. Entrando nel dettaglio, la scelta sarebbe stata presa dopo pressioni e minacce provenienti dalla Federal Communications Commission. Kimmel ha poi proseguito con un’altra stoccata, questa volta rivolta alla politica americana e alla Casa Bianca: "Fortunatamente per tutti noi esiste una comunità internazionale di registi dediti a dire la verità, spesso correndo grandi rischi nel realizzare film che ci insegnano, che denunciano l'ingiustizia, che ci ispirano ad agire, e ci sono anche documentari in cui cammini per la Casa Bianca provando le scarpe".

Il riferimento in questo caso è al documentario “Melania”, dedicato alla first lady Melania Trump e ai venti giorni che precedono il secondo insediamento presidenziale del marito Donald Trump. E il conduttore non ha rinunciato a un’ultima battuta: "Un uomo sarà furioso che sua moglie non sia stata nominata". Del resto, Kimmel conosce bene le polemiche legate alla libertà di parola. Lo scorso anno era stato sospeso dalla rete ABC, una decisione che aveva ricevuto il plauso dello stesso Trump. Il provvedimento era arrivato dopo una battuta del conduttore in seguito all’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk.

Altro intervento da segnalare è quello registrato in occasione della consegna del premio per il miglior documentario a "Mr. Nobody Against Putin", che racconta la storia di un insegnante che sfida la propaganda russa durante l'invasione dell'Ucraina. Con un riferimento neanche troppo velato agli Stati Uniti, il co-regista David Borenstein ha affermato che il film "parla di come si perde il proprio Paese, e quello che abbiamo visto lavorando con queste immagini è che lo si perde attraverso innumerevoli piccoli atti di complicità. Quando agiamo in modo complice, quando un governo uccide persone per le strade delle nostre grandi città e noi non diciamo nulla, quando gli oligarchi prendono il controllo dei media e di come possiamo produrli e consumarli, ci troviamo tutti di fronte a una scelta morale".

Ancora una volta, anche se in

tono forse minore rispetto al solito, la notte delle statuette ha confermato un copione ormai familiare: Hollywood celebra il cinema, ma non rinuncia a trasformare il palcoscenico più famoso del mondo in un’arena politica.

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