Tra le misure assistenziali più importanti destinate agli anziani, per la precisione agli over 67 che si trovano in condizioni di disagio reddituale, c’è sicuramente l’Assegno Sociale: questa forma integrativa di supporto non è tuttavia immutabile, dal momento che la sua consistenza deriva direttamente dalla situazione economica del richiedente.
Ad oggi il tetto massimo è di 546,24 euro al mese per 13 mensilità, vale a dire 7.102,12 euro all’anno, ma come detto poc'anzi la consistenza dell’assegno è inversamente proporzionale al reddito del beneficiario: più questo s’incrementa e più di conseguenza si riduce la cifra a cui si ha diritto e viceversa. Andando aldilà delle soglie previste per legge si può arrivare anche alla sospensione dell’erogazione di tale integrazione. Fin qui tutto semplice, tuttavia la situazione non è sempre di facile lettura, dal momento che l’effetto di questi scatti reddituali, nel bene o nel male, non è immediato. Il totale dell’assegno spettante si basa infatti sul calcolo del reddito dell’anno precedente, ed è qui che possono venirsi a creare dei problemi.
Se, ad esempio, per la propria situazione reddituale nel 2023 un pensionato ha avuto diritto a incassare il tetto massimo dell’assegno nel 2024 ma nello stesso anno ha guadagnato 2mila euro, questa somma andrà sottratta dal totale spettante per il 2025: considerando le 13 mensilità, quindi, il beneficiario dovrà incassare poco più di 153 euro al mese in meno rispetto all’anno precedente. E questo anche nel caso in cui nel 2025 sia tornato ad avere una condizione reddituale che gli permetterebbe di raggiungere ancora una volta il tetto massimo. Il riferimento è sempre l’anno precedente.
Può capitare che la comunicazione di variazione del reddito non sia fatta in modo tempestivo,e che di conseguenza l’Inps continui a erogare importi più alti al beneficiario: una situazione che talvolta può andare avanti anche per anni e che emerge spesso e volentieri in caso di verifiche incrociate. Individuato l’errore, l’Istituto può richiedere la restituzione delle somme percepite ingiustamente. Ovviamente oltre ai beneficiari dell'Assegno Sociale, la medesima criticità coinvolge chi riceve trattamenti assistenziali o integrazioni dipendenti dal reddito: la mancata verifica dei requisiti reddituali può portare alla richiesta di restituzione degli indebiti, causando enormi difficoltà a chi già vive in condizioni di disagio economico. La Cassazione si è di recente pronunciata su situazioni del genere, definendone il quadro in modo più puntuale.
Sulla base di quanto stabilito nell’ordinanza 8170/2026, esiste una netta divergenza tra i criteri di calcolo dell'INPS e quelli adottati in tribunale. Se l'Istituto previdenziale si basa sulle dichiarazioni dell'anno precedente, i magistrati devono invece guardare ai redditi percepiti nello stesso periodo di erogazione del beneficio: tale discrepanza può dunque potenzialmente ribaltare l'esito di un ricorso.
Più importante ancora il concetto introdotto con la sentenza n. 8172/2026, dove si stabilisce il principio della volontarietà del beneficiario. Secondo gli Ermellini l’Inps non può esigere il recupero dell'indebito basandosi solo sulla variazione economica: l’Istituto ha l'onere di provare la malafede del soggetto. È necessario, dunque, dimostrare che il percettore fosse pienamente consapevole del fatto che l'aumento delle proprie entrate avrebbe pregiudicato il sussidio.
Pertanto, se la consapevolezza si può presumere per cifre consistenti, essa è tutta da provare qualora invece si faccia riferimento a scostamenti minimi: in questi casi decade l’automatismo della restituzione delle somme.