Prima cosa: ciò che più sorprende negli scritti di Sigfrido Bartolini è la scrittura. Pur d'occasione, i suoi articoli tratti da vari quotidiani hanno una profondità e una chiarezza che esula dalla mera cronaca, spesso di mostre temporanee, dalla quale scaturivano. Articoli di una complessità tale che colpisce siano stati scritti solo pochi anni fa per i giornali e che fa comprendere alla perfezione la catabasi che ha degradato la critica d'arte, relegata dalle pagine culturali in spazi residui e completamente assente nelle versioni online. Oggi, più che altro si tratta di favori tra i festanti laudatores dell'art system, il cui retrogusto sa più di marketing culturale che di pensiero. Nulla a che vedere con la puntuta ironia di Bartolini, sublimata per esempio nella raccolta La Grande Impostura (2002) in cui sferzava i campioni del contemporaneo e si prendeva gioco dei tanti troppi eventi espositivi che ammorbavano la penisola (sua la più bella battuta di sempre: "il sonno della ragione genera mostre"); e nulla a che vedere con la saggezza contenuta anche in questo ulteriore Canone raccolto amorevolmente dalla figlia Simonetta, raffinata italianista. Credo che Sigfrido sia stato uno degli ultimi esempi di artisti colti che alla pittura affiancavano il dono dello scrivere, erede di una schiatta che risaliva certo ad uno dei suoi maestri, Ardengo Soffici, e più latamente a quel manipolo di intellettuali vociani e poi lacerbiani, molti dei quali, come lui, figli di Toscana; uomini in grado di tener fede alle proprie radici quattrocentesche di grandi facitori, fedeli al lavoro d'arte e nello stesso tempo capaci di aspri duelli letterari e non per desiderio e necessità di giustificare con parole astruse opere concettuali, semmai per fortificare l'aspetto politico, nel senso alto e nobile della parola, del loro impegno pittorico e dunque etico. Una scrittura che conforta il lettore per la claritas e la felicità di costrutti e ci fa, per lontana assonanza, rammemorare i miti della critica d'arte che oggi tanto mancano: per esempio la magnifica prosa di Roberto Longhi i cui scritti nel 1973 vennero raccolti da Gianfranco Contini in un Meridiano Mondadori a significare la preminenza della critica d'arte anche all'interno della storia della letteratura, o quella di Francesco Arcangeli, la cui monografia su Giorgio Morandi rimane un saggio capitale proprio per lo stile espresso.
Poi c'è il tema del "canone", un titolo non voluto da Bartolini ma che rende alla perfezione il senso che si può trarre da scritti episodici, riuniti idealmente a tratteggiare una storia dell'arte da Giotto alle Avanguardie, il cui precipitato è davvero un elenco di autori che possono essere portati a modello, senza apparire nostalgici per posa. Giotto, innanzitutto, "colui che spalanca le porte di un'era nuova, che sostituisce i simboli con la realtà e restituisce una sacralità alle cose di tutti i giorni, anche le più semplici, secondo il suggerimento di Francesco. È il più moderno dei pittori e il più antico. Se le etichette non si addicono ai grandi, quella gotica è troppo stretta per abbracciare la monumentalità monolitica, la compattezza conclusa delle sue figure, spesso bozzoli chiusi nel loro magistero formale che lascia a poche pieghe il compito di rivelare il corpo nella sua forma e posizione". E poi Benozzo Gozzoli, e più vicino a noi Goya ("com'è moderno questo grande artista, nel canto di cigno del mondo antico!"), Cézanne il riformatore della pittura, il capostipite della modernità, Alfred Sysley, Kandinsky, Chagall, Picasso "il grande dittatore del XX secolo" la cui "opera non esiste, come non esiste un suo stile, o una vera strada da lui tracciata; eppure macinando e assimilando prodigiosamente esperienze anche di culture diverse, ha improntato di sé il secolo, lo si riconosce in tanti autori che sono i suoi bastardini, in tanti modi indicati da lui, in tante strade, sconnesse e senza sfondo, ma che portano il suo nome"; e ancora, Sironi, Funi, De Chirico "maestro di avanguardie e custode della tradizione, battistrada dei surrealisti e spregiatore dell'arte moderna, fautore di aperture storiche, con la pittura metafisica, e teso al recupero dell'antica grandezza da ricercarsi nell'aura magica del mito. Anche lui indizio inquietante per una presa di coscienza come è stato scritto della grande crisi della modernità".
Tutti campioni riconosciuti che però Bartolini affianca ad altri artisti, per certi versi minori o meno celebri, o meno fortunati, che rischiano di scomparire dalla storia ufficiale, soprattutto in un'epoca di dimenticanza, ed egli invece li ricorda quasi a disegnare un contro-canone, riportando in superficie una linea carsica, tra pittura e scultura, di grande senso: Italo Cremona "versato in più discipline secondo i migliori esempi dello spirito italiano", Mino Maccari, Filippo De Pisis, Mario Nannini, futurista precocemente morto di spagnola appena ventitreenne, Lorenzo Viani uno dei proto espressionisti italiani di vaglia, lo scultore Libero Andreotti "vittima di quel terrorismo culturale che ha fatto il buono e cattivo tempo in questo secondo Dopoguerra", l'ombroso e bizzarro Giovanni Costetti, esimio ritrattista.
E c'è spazio, infine, per contrappunti sull'arte del restauro o dell'incisione, una tecnica cara a Bartolini che ben precisa, in questo compendio, la grandiosità di Albrecht Dürer che riuscì "a piegare la materia ai propri fini pur senza perderne il carattere di sobrietà e rigore propri di questo mezzo austero", la genialità di Goya campione dell'acquatinta, i pastelli e i monotipi di Degas, le grafiche di Toulouse-Lautrec, le acqueforti del virtuoso Luigi Bartolini "celeste anarchico", le xilografie di Pietro Parigi. A rimarcare, con forza, l'idea di un'arte che non può mai essere disgiunta dal talento, dal saper fare dell'artigiano, dall'anima che la mano imprime nella materia.