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Cosche, "fu vera mafia". Stangata sull'alleanza

È stato riconosciuto il reato di associazione, condannati 79 affiliati con il rito abbreviato

Cosche, "fu vera mafia". Stangata sull'alleanza
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Fu vera mafia. Dopo anni di inchieste e di contrasti tra giudici, è arrivata ieri la sentenza che mette una parola chiara sull'ultima epoca della penetrazione del crimine organizzato in Lombardia. Il giudice Emanuele Mancini nell'aula bunker del carcere di Opera emette la prima sentenza del processo Hydra, l'indagine della Direzione distrettuale sulla nuova Cupola che secondo la Procura ha governato negli anni recenti il narcotraffico e il riciclaggio. Il giudice emette una lunga serie di condanne e di rinvii a giudizio, con anche alcune assoluzioni che però non fanno venire meno la tesi della Procura sulla nuova incarnazione del potere mafioso in Lombardia, un insediamento che valica le tradizionali provenienze geografiche dei clan e le fa convergere in patti operativi: l'Unione, come secondo il racconto dei collaboratori di giustizia. Il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso che la Procura aveva contestato dall'inizio e che era andato a scontrarsi con lo stop del primo giudice chiamato a vagliare gli indizi raccolti dai pm, viene considerato provato.

Si è conclusa così la prima fase dell'indagine della Dda che ha scavato ad ampio raggio sulle strategie dei clan 2.0. Nell'aula bunker il giudice Mancini pronuncia sia la sentenza a carico dei 79 imputati che davanti alla pesantezza delle accuse hanno scelto di limitare i danni chiedendo il giudizio abbreviato, sia provvedimenti di rinvio a giudizio o archiviazione per i 60 che hanno scelto di difendersi in un processo ordinario a porte aperte. È stata una lettura lunga e faticosa, a causa del grande numero di imputati, buona parte dei quali chiamati a rispondere di diversi capi d'accusa che il gip ha dovuto vagliare uno per uno. Solo questa mattina, quando la copia del lungo dispositivo sarà a disposizione integrale, si potrà capire esattamente quali passaggi delle richieste dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane abbiano convinto in pieno il giudice e su quali invece non abbia ritenuto convincenti le prove. Ma la prima valutazione dei presenti è che l'impianto d'accusa abbia retto pienamente, a partire dalle deposizioni dei tre principali pentiti - Francesco Bellusci, William Cerbo e Saverio Pintaudi - le cui deposizioni sono state trascritte ieri dai pm in una memoria di 600 pagine depositata in extremis al giudice e ai difensori.

Il totale delle condanne, in base ai primi calcoli, non si discosta di molto dai 570 anni di carcere chiesti dai pm nella requisitoria. La pena più alta, 16 anni, per Massimo Rosi, accusato di rappresentare gli interessi al nord dei clan calabresi.

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