Cronaca giudiziaria

I giudici salvano la P38: "Niente arresti domiciliari, vanno tollerati"

Scontro giudici-procura sulla richiesta di misura cautelare per i cantanti accusati di istigazione a delinquere per i riferimenti choc agli anni di Piombo. E i pm presentano un nuovo ricorso in Cassazione

I giudici "salvano" la band P38: "Niente arresti domiciliari, vanno tollerati"

“Provocazione artistica”. “Istigazione a delinquere”. Quanto è sottile la linea che distingue il reato da ciò che non lo è, la libera espressione del pensiero dall'uso di parole violente che innescano azioni altrettanto violente? Il tribunale e la procura di Torino si arroccano su posizioni inconciliabili rispetto alle canzoni di P38 La Gang, la band nata nel 2020 e semi-sconosciuta fino a quando non è stata indagata per istigazione a delinquere. I loro testi choc si rifanno agli anni di Piombo. Tanto per citarne una, Renault, che già dal titolo fa esplicito riferimento all'auto in cui fu ritrovato morto il presidente della Dc Aldo Moro. “Ti metto dentro una Renault / Brigate Rosse scritto sul contratto / Presidente, lei mi sembra stanco / La metto dentro una Renault”. Nella stessa canzone: “Mi capita di sognare Aldo Moro che mi chiede di pagare con i buoni del tesoro, io gli dico no, lo uccido un'altra volta chiuso in una roulotte". Altri testi sono persino più espliciti: “La lotta armata è appena tornata di moda, adesso sono c.. vostri”. “Morte al pm, in banca copro la faccia. T'ammazzo poi abbraccio tua mamma”.

La procura insiste per gli arresti domiciliari

La procura chiede da mesi che i trapper vadano agli arresti domiciliari e che sia loro impedito di comunicare all'esterno del loro nucleo familiare con mezzi di qualsiasi tipo. Lo ha fatto con una prima istanza al gip (respinta), al tribunale del Riesame (respinta) e ora con un nuovo ricorso in Cassazione. Per i magistrati vi è il “pericolo concreto” che i testi delle canzoni spingano altri, magari più giovani e influenzabili, verso comportamenti criminali. Ma per i giudici che finora hanno esaminato le loro richieste di misura cautelare, il pericolo invece non c'è.

Il rischio di emulazione

Attenzione. In discussione non ci sono qui né il cattivo gusto (indubbio) o l'oltraggio alla memoria, anche questo fuori discussione. Basta sentire i familiari di due vittime delle Br: Bruno D'Alfonso, figlio di Giovanni D'Alfonso, ucciso durante uno scontro a fuoco nel giugno 1975, e Maria Fida Moro, figlia del presidente della Dc ucciso nel 1978, che hanno parlato entrambi di “istigazione al terrorismo”. Lo è anche certamente per la procura torinese che cita lo “spirito di emulazione” che susciterebbero queste canzoni. "I testi -scrivono i pm Enzo Buccarelli e Paolo Scafi nel ricorso per Cassazione in possesso del Giornale.it- fanno riferimento, tra l'altro, alle Br, a Stalin e ad Aldo Moro, tuttavia questi riferimenti non vengono fatti in un'ottica di ricostruzione storica (..) bensì in una prospettiva di esaltazione degli eventi”. In sostanza, continua la procura, si tratta di “messaggi che vanno al di là del tipico contenuto della musica trap (…) quanto piuttosto di brani che contengono un richiamo a fatti storici e atti di violenza che, alla luce del contesto e dei destinatari, sono idonei a 'spronare' all'imitazione di quanto esaltato nei testi”. Infine, a sostegno della propria tesi, la procura cita la colletta in loro sostegno (sono stati raccolti ben 20 mila euro) e in ultimo “l'attuale situazione di fibrillazione politico economico sociale” che rappresenterebbe un “terreno fertile che rende un pericolo astratto certamente ben più che meramente congetturale”.

I giudici del Riesame salvano i trapper

Ma ecco che cosa sostenevano invece i giudici del Riesame che con una decisione collegiale all'inizio di marzo ha respinto la richiesta di domiciliari. “Uno Stato liberal/democratico saldo e maturo non ha né deve avere timore di queste 'provocazioni'. Anzi – scrivono nel documento – a fronte dell'assenza di seri pericoli per l'ordine pubblico e per gli altri beni pubblici, deve tollerarle”. In pratica i giudici sottolineano che sanzionare queste condotte “simboliche e provocatorie di protesta radicale” possa portare “quasi in una sorta di eterogenesi dei fini, a concrete conseguenze pericolose proprio per l'ordine pubblico che si vorrebbe tutelare”. Insomma a peggiorare la situazione, radicalizzandoli. “Il rischio in fondo – proseguono i giudici del riesame – è quello di favorire di fatto il proliferare di parallele galassie clandestine di opposizione radicale al sistema” in cui “è più facile che si intercettino persone pronte a passare dalla provocazione simbolica agli agiti violenti”.

"Operazione commerciale"

Sempre i giudici del Riesame spiegano quella della band fu una "complessa operazione che ha carattere commerciale (...) e che risulta in ultima analisi una provocazione di carattere artistico/musicale che vuole nascere e diffondersi entro questo ambito". Proprio come sostenuto dal difensore di uno degli indagati, l'avvocato Niccolò Vecchioni che nella memoria difensiva presentata col collega Francesco Romeo sottolinea: "Le canzoni del gruppo fanno espresso riferimento a un determinato immaginario politico-ideologico per farne un impiego volutamente dissacrante, iperbolico e ironico, oltre che fortemente polemico nei confronti dell'industria musicale 'trap' contemporanea". La parola ora alla Cassazione, e la decisione è tutt'altro che scontata.

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