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La nuova mafia milanese: un "consorzio" tra famiglie

Clan e boss dalla "faccia pulita", superate le rivalità, si spartivano droga, armi e affari: 62 le condanne

La nuova mafia milanese: un "consorzio" tra famiglie
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Una prateria dove le batoste giudiziarie di questi anni non sono mancate, dove i clan malavitosi hanno dovuto abbandonare i sogni di gloria covati negli anni Ottanta: ma dove le mani criminali sui traffici di droga e sulla zona grigia dell'imprenditoria continuano a farsi sentire in modo brutale. Questo è il ritratto della penetrazione mafiosa in Lombardia che si legge tra le righe della sentenza che lunedì sera ha chiuso dopo numerose udienze, nell'aula bunker del carcere di Opera, la prima fase del processo Hydra. Non siamo davanti, dice la sentenza, solo a una lunga serie di reati, a storie di droga, di armi, di estorsione. Siamo davanti a una struttura criminale di tipo nuovo, dove le regole storiche - la violenza, l'omertà, il controllo del territorio - vengono declinate in un accordo che riunisce clan siciliani, calabresi e campani, pronti a superare vecchie rivalità per gestire i propri affari.

Nel lungo dispositivo che il giudice Emanuele Mancini ha pronunciato ci sono insieme a 62 condanne anche diciotto assoluzioni, che sono un numero rilevante e che sono evidentemente frutto di una rilettura critica delle accuse dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane. Si tratta però quasi soltanto di figure marginali, accusate di singoli episodi, spesso di «teste di legno» delle attività criminali. A venire confermato pressoché integralmente è il capo d'accusa numero 1, l'imputazione cui la Procura teneva di più: l'associazione a delinquere di stampo mafioso, contestata a 23 appartenenti ai piani alti dell'organizzazione. Su questa accusa la Procura si era scontrata frontalmente nell'ottobre del 2023 con il giudice preliminare Tommaso Perna, che aveva rifiutato gli arresti escludendo che nella Lombardia contemporanea si possa parlare di una «supermafia»: la Procura aveva reagito accusando il giudice di avere «incredibilmente parcellizzati e banalizzati» gli indizi, e ribadendo che le singole famiglie mantengono una loro autonomia e i rapporti con i territori d'origine «ma si consorziano, dotandosi di una struttura unitaria, (solo) sul territorio della città di Milano». Questa tesi esce vincente dalla sentenza di lunedì: dei 23 accusati di mafia solo due, tra cui l'erede di una storica famiglia calabrese, vengono assolti. Su tutti gli altri fioccano condanne, robuste anche se inferiori alle richieste dei pm.

C'è poi il gruppone che non ha chiesto il rito abbreviato e che viene rinviato quasi in blocco a giudizio, col processo che si aprirà il 19 marzo nell'aula bunker davanti a San Vittore: e tra i 45 mandati a giudizio è facile leggere i due volti dei clan, perché insieme alla «faccia pulita» come il commercialista Giuseppe Zinghinì, specializzato nel fornire consulenze ai boss, c'è anche il volto più brutale delle organizzazioni. Come Dario Nicastro, che per costringere un barista a cedergli il locale gli spiegava «se vai dai carabinieri ti brucio, tu fai quello che dico io, a Busto comando io». O Paolo Errante Parrino, il boss di Abbiategrasso, che sta già facendo in altri processi i conti con la giustizia e che in questo filone finisce a giudizio per un singolo, significativo episodio: le minacce all'inviato di Report Giorgio Mottola che quando si presenta con la troupe viene cacciato, «fuori giornalista del c..., fuori dai c..., e non vi avvicinate più perché vi taglio la testa».

Colpisce, nelle carte dell'inchiesta, la continuità dei gruppi dirigenti dei clan, riappaiono le stesse famiglie già al centro del maxiprocesso palermitano di Giovanni Falcone, riappaiono a svelarne i segreti alcuni pentiti storici come Salvatore «Manomozza» Anacondia o Salvatore Pace, cui si aggiungono i «collaboranti» di ultima generazione.

Ne esce il ritratto di una Milano dove, come ha sostenuto il legale del Comune di Milano che si è costituito parte civile, la penetrazione mafiosa è tuttora tale da macchiare la reputazione internazionale della città e la sua attrattività per i capitali e i turisti stranieri.

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