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Senza giustizia c'è rassegnazione

Siamo davanti a una questione elementare di ordine, di gerarchia dei diritti e di buonsenso. Ventitré condanne definitive non sono un inciampo burocratico

Senza giustizia c'è rassegnazione

Gentile Direttore Feltri,
non può che suscitare rabbia la decisione di un giudice di non rimpatriare l'immigrato algerino che è stato condannato ben 23 volte, anche per reati particolarmente violenti contro le donne. Il motivo addotto stavolta è chiaramente pretestuoso: bisogna tutelare il diritto di questo criminale di incontrare i parenti. E i nostri di diritti chi li tutela più? Non pensa che forse siamo diventati troppo garantisti?

Sofia Acerbi

Cara Sofia,
qui non siamo davanti a una sottigliezza giuridica. Siamo davanti a una questione elementare di ordine, di gerarchia dei diritti e di buonsenso. Ventitré condanne definitive non sono un inciampo burocratico. Sono una biografia giudiziaria. E quando tra quelle condanne compaiono reati violenti contro le donne, ossia aggressioni, lesioni, pestaggi, fratture, sangue, non si parla più di marginalità sociale. Si parla di pericolosità certificata. Conclamata. Il punto non è il garantismo. Il garantismo è un'altra cosa e qui non c'entra nulla. Non siamo davanti a un imputato in attesa di giudizio. Siamo davanti a un soggetto che ha attraversato il sistema penale per ventitré volte. Il nodo vero è il bilanciamento. Un giudice è chiamato a bilanciare diritti costituzionali: da un lato, il diritto individuale alla vita familiare; dall'altro, il diritto collettivo alla sicurezza. E qui si è scelto di far prevalere il primo sul secondo. Si è ritenuto che il diritto di un pluricondannato a incontrare i familiari pesi più del diritto delle donne, dei cittadini, delle potenziali vittime a non incrociarlo per strada.

È una scelta. Ed è una scelta politica nel senso più alto del termine, anche se compiuta in sede giudiziaria. Perché la gerarchia dei diritti non è mai neutra. Se uno Stato rinuncia a proteggere la collettività in nome di un diritto individuale che, in questo caso, può essere esercitato nel Paese d'origine, visto che l'Algeria non è uno Stato in guerra né un territorio insicuro, allora quello Stato manda un messaggio chiaro: la sicurezza pubblica non è prioritaria.

E il messaggio che passa nelle strade è devastante. Perché non è soltanto la permanenza di un soggetto pericoloso a essere in discussione. È l'idea che le conseguenze non siano certe. È l'idea che si possa accumulare una collezione di condanne e restare comunque sul territorio. Questo produce un senso di impunità. E l'impunità è il carburante del crimine. Mi si dice: ma la legge va applicata. Appunto. Certo. Giusto. Va applicata a tutti. Ed è qui che nasce il sospetto del doppio standard. Se un italiano, con ventitré condanne e una storia di violenze contro le donne, fosse destinatario di misure restrittive, nessuno griderebbe allo scandalo. Anzi, si invocherebbe severità. Si chiederebbe fermezza. Si parlerebbe di tutela delle vittime. Quando però l'autore è un immigrato, improvvisamente la narrazione cambia. Entra in scena la fragilità, il contesto, la marginalità, la necessità di protezione. Non sto parlando di etnia. Sto parlando di approccio. Il reato non cambia a seconda del passaporto. La gravità di una lesione non si misura in base alla provenienza dell'aggressore.

Eppure sembra che, nel dibattito pubblico, certi crimini pesino meno se a commetterli è uno straniero. Ed è qui che il discorso diventa ancora più amaro. C'è un femminismo che riempie le piazze, che denuncia il patriarcato, che scandaglia il linguaggio, che giustamente pretende rispetto per le donne. Ma quando l'autore della violenza non rientra nella categoria del maschio bianco occidentale, l'indignazione si attenua, si relativizza, si complica.

La difesa delle donne non può essere selettiva. Se una donna viene picchiata, il codice penale non chiede il certificato di nascita dell'aggressore. E neppure dovrebbe farlo l'indignazione pubblica. Qui non si chiede una legge speciale per gli immigrati. Si chiede l'applicazione coerente della legge. Se una persona dimostra, attraverso ventitré condanne, di non rispettare le regole fondamentali della convivenza civile, lo Stato ha il dovere di tutelare la collettività. Non per vendetta. Per prevenzione.

Uno Stato non è razzista quando applica le sue norme. È razzista quando le applica a intermittenza. E soprattutto è debole quando sacrifica la sicurezza collettiva sull'altare di una lettura ideologica dei diritti. La vita familiare è un diritto sacrosanto. Ma non è un lasciapassare permanente per chi ha dimostrato reiteratamente di violare la legge.

Se continuiamo a far prevalere sistematicamente il diritto del singolo socialmente pericoloso sul diritto dei cittadini alla sicurezza, non stiamo elevando lo Stato di diritto. Lo stiamo svuotando.

E uno Stato molle non è uno Stato più giusto. È uno Stato che prepara il terreno alla rassegnazione dei cittadini. E la rassegnazione è l'anticamera del collasso. Ci siamo ormai.

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