Nelle ultime ore l’Iran è attraversato da uno degli sconvolgimenti più gravi della sua storia recente. Le proteste antigovernative, iniziate il 28 dicembre, sono entrate nel sedicesimo giorno con una repressione sempre più violenta da parte delle forze di sicurezza. Secondo gruppi per i diritti umani il bilancio delle vittime ha superato quota 500 morti tra manifestanti e personale di sicurezza, mentre oltre 10.600 persone sono state arrestate in tutto il Paese.
Da oltre quarant’anni la Repubblica islamica resiste a pressioni che avrebbero messo in crisi molti altri sistemi politici: una guerra devastante con l’Iraq, movimenti separatisti nelle regioni periferiche, scontri diretti e indiretti con gli Stati Uniti, operazioni clandestine contro dissidenti all’estero, sanzioni economiche paralizzanti, una guerra a bassa e alta intensità con Israele e, soprattutto, cicliche ondate di protesta interna. Questa resilienza non è il prodotto di un solo apparato, ma di una complessa architettura di sicurezza costruita nel tempo, fondata sulla sovrapposizione e sulla competizione tra forze diverse, pensata per garantire la sopravvivenza del regime anche in condizioni estreme.
Al vertice del sistema resta la Guida suprema, Ali Khamenei, che mantiene l’ultima parola sulle scelte strategiche. Intorno a lui opera il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, incaricato di coordinare la risposta alle crisi. Il messaggio politico proveniente da questo livello è rimasto costante anche nei momenti di maggiore tensione: nessuna apertura che possa essere letta come un segnale di cedimento, distinzione formale tra “manifestanti” e “rivoltosi”, ma tolleranza zero verso qualsiasi minaccia percepita come sistemica.
Il pilastro centrale della sicurezza è rappresentato dai Guardiani della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, nati per difendere la Rivoluzione e trasformatisi in un vero esercito parallelo. Dispongono di forze terrestri, navali e aerospaziali, di una divisione missilistica e di strutture di intelligence proprie. Operano sia all’interno sia fuori dai confini nazionali e hanno costruito negli anni un autonomo centro di potere grazie al controllo di ampi settori dell’economia. Gli osservatori sottolineano da tempo come i Pasdaran non siano soltanto uno strumento del potere religioso, ma uno degli attori principali del sistema, al punto che alcuni ipotizzano possano un giorno sostituire formalmente la leadership clericale, più che esserne subordinati.
Accanto ai Pasdaran agiscono i Basij, una milizia paramilitare composta in gran parte da volontari ideologicamente fedeli al messaggio della Rivoluzione islamica. Il loro ruolo emerge con particolare evidenza durante le proteste: sono spesso i primi a essere schierati nelle strade, utilizzati come forza d’urto per disperdere i manifestanti, effettuare arresti rapidi e impedire che le mobilitazioni si trasformino in movimenti organizzati. Le immagini delle unità su motociclette, impegnate in vere e proprie cacce all’uomo, sono diventate uno dei simboli della repressione degli ultimi anni.
Le forze armate regolari, l’Artesh, sono storicamente rimaste in secondo piano. La leadership iraniana ha sempre diffidato di un esercito tradizionale troppo visibile nello spazio politico. Tuttavia, dichiarazioni recenti dei vertici militari, con riferimenti espliciti alla difesa dell’ordine pubblico e alla lotta contro i “complotti del nemico”, lasciano intendere che anche l’Artesh potrebbe essere coinvolto in modo più diretto nel controllo interno. Un suo impiego nelle strade, tuttavia, sarebbe il segnale di una difficoltà crescente nel contenere proteste diffuse su un territorio vastissimo, oltre che della necessità di rafforzare la rete di protezione in un contesto di forte tensione regionale.
A completare il quadro c’è un sistema di intelligence volutamente frammentato. Il ministero dell’Intelligence, i servizi dei Pasdaran, strutture collegate al ministero della Difesa, reparti cyber e unità legate alla polizia operano spesso sugli stessi dossier, sorvegliando nemici esterni, reprimendo oppositori interni e controllandosi reciprocamente. Questo modello riduce il rischio di defezioni o colpi di mano, ma genera inefficienze e rivalità. Gli sviluppi degli ultimi mesi suggeriscono che, nonostante la durezza dei metodi impiegati contro la popolazione, gli apparati non siano riusciti a prevenire falle significative, né a proteggere completamente quadri militari e infrastrutture sensibili.
Il bilancio che emerge è ambiguo. La macchina repressiva continua a funzionare nel breve periodo, soffocando le proteste e mantenendo il controllo coercitivo. Ma fatica sempre più a garantire sicurezza totale e, soprattutto, consenso. Ma il collasso di un regime diventa possibile solo quando convergono più fattori: crisi economica profonda, divisioni all’interno delle élite, un’opposizione ampia, una narrativa credibile di cambiamento e un contesto internazionale favorevole. Molti di questi elementi oggi sono visibili nelle strade di Teheran e di altre città iraniane.
La storia della Repubblica islamica invita però alla cautela.
Un sistema costruito sulla ridondanza degli apparati e sull’uso sistematico della forza può apparire logoro e vulnerabile, ma continuare a reggere. La questione non è se la macchina della repressione iraniana sia efficace. È quanto a lungo potrà continuare a esserlo senza implodere sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.