Una vicenda con tante ombre e misteri quella della Ms Jan Heweliusz: l’affondamento del traghetto - impensabile per una tratta relativamente breve e consuetudinaria - scosse profondamente la società polacca e restò nell’immaginario collettivo proprio per gli interrogativi che ancora oggi continua a sollevare.
Una lunga storia di incidenti
Il traghetto Jan Heweliusz fu intitolato a uno storico astronomo nato a Danzica e varato nel 1977. Di proprietà della Polish Ocean Lines, trasportava solitamente camion e vagoni ferroviari. Durante i suoi oltre 15 anni di servizio il traghetto registrò almeno 26 incidenti, gettando così una luce sinistra sul suo destino finale.
Tra gli incidenti, a tre settimane dal varo ci fu la collisione con una banchina - cosa che peraltro accadde successivamente più volte nel tempo. Questo portò a problemi di stabilità e manovrabilità fin dai primi tempi. Altri accadimenti importanti furono inoltre la collisione con un traghetto danese, la deriva dopo la rottura delle catene dell’ancora, due sbandamenti - l’uno di 35 gradi e l’altro di 27 gradi.
Nel 1986 si verificò un incendio, partito per il cablaggio difettoso di un camion semi-refrigerato: a seguito di questo incidente fu ordinata una riparazione particolare, con l’aggiunta di 70 tonnellate di cemento sul ponte interessato dall’incendio e ciò compromise definitivamente gli equilibri dell’imbarcazione. Che infine, a 4 giorni dall’affondamento, vide un danneggiamento del portello di poppa durante l’attracco.
Un insolito affondamento
Quello del 13 gennaio 1993 era il 5087esimo viaggio della Ms Jan Heweliusz. Il meteo annunciava maltempo e il capitano Andrzej Ułasiewicz avrebbe preferito non partire, come si legge su TvpWorld. Non per il maltempo, ma per il danneggiamento del portello di qualche giorno prima: il capitano avrebbe infatti preferito risolvere prima di un’ulteriore tratta, ma gli armatori ordinarono una riparazione provvisoria in modo da provvedere definitivamente durante i periodi di fermo. Così la Ms Jan Heweliusz partì, alle 22.30, con due ore di ritardo, per la solita tratta, da Świnoujście in Polonia a Ystad in Svezia.
Alle 2.40, mentre l’imbarcazione attraversava il Mar Baltico, incrociò la tempesta Verena e dovette affrontare un vento con velocità fino a 160 chilometri all’ora e onde alte 5 metri. Venne ridotta la velocità di navigazione e riempite le cisterne di zavorra a babordo per aumentare la stabilità - sebbene si trattasse di un’azione non consigliata - ma non servì a nulla.
Alle 4 del mattino del 14 gennaio la Jan Heweliusz iniziò a inclinarsi e il capitano fece sterzare la prua della nave in direzione del vento ma una raffica colpì la dritta, tanto che mezz’ora più tardi Ułasiewicz ordinò l’evacuazione e alle 4.40 lanciò il mayday. I passeggeri erano in pigiama e caddero in acqua, perdendo la vita per ipotermia. Alle 5.12 il traghetto si capovolse a 24 chilometri da Capo Arkona. Si capovolse troppo velocemente per lanciare le scialuppe di salvataggio, nel corso di un’evacuazione che si svolse nel caos.
Solo l’equipaggio indossava tute protettive e infatti 9 membri furono portati in salvo e ricoverati per ipotermia in ospedali tedeschi. Da Svezia e Danimarca partirono elicotteri di salvataggio, ma questo avvenne a un’ora e mezza dall’affondamento a causa di un errore di comunicazione. Neppure le imbarcazioni che navigarono nei dintorni poterono fare nulla.
A bordo della Jan Heweliusz c’erano 65 persone, delle quali 56 persero la vita. Erano 36 passeggeri e 29 membri dell’equipaggio. I passeggeri erano polacchi, svedesi, austriaci, ungheresi, norvegesi, cechi e jugoslavi, e tra loro c’erano anche due bambini. Furono recuperati solo 37 dei corpi.
L’inchiesta senza risposte
Il primo ministro dell’epoca, Hanna Suchocka, istituì una commissione di indagine, che però fu sospesa a marzo 1993 senza giungere a risposte certe sulle ragioni dell’affondamento della Jan Heweliusz. Tutto si svolse in un’atmosfera di sospetto, e a un certo punto si ventilò perfino che le responsabilità fossero del capitano Andrzej Ułasiewicz: il suo corpo fu trovato tre settimane dopo l’incidente, con le mani strette al trasmettitore per il mayday. Forse fu un eroe per ciò che potè fare, ma di sicuro dopo questa tragedia le cose cambiarono e i capitani di nave polacchi ebbero da allora un peso più importante nel decidere se partire o no, cosa che a Ułasiewicz non fu concessa.
Ovviamente la teoria del complotto è dietro l’angolo: non mancarono gli interrogativi sul trasporto dei camion imbarcati. C’erano armi a bordo? Fu smentito ma l’interrogativo, come in ogni teoria del complotto basata su presunti insabbiamenti che si rispetti, continuò ad aleggiare. Alla fine le responsabilità furono divise tra l’armatore Euroafrica, il Registro navale polacco, l’Ufficio marittimo di Stettino e il capitano Andrzej Ułasiewicz. Nel 2005 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha concesso un risarcimento danni alle famiglie delle vittime.
Nell’immaginario collettivo
Il disastro della Jan Heweliusz rappresenta una pietra miliare nella storia polacca, tanto che è stata realizzata una serie Netflix diretta da Jan Holoubek e scritta da Kacper Bajon.
La serie è interessante, anche se parzialmente romanzata: si parte in medias res, cioè dal momento dell’affondamento, e pian piano, nei 5 episodi, vengono aggiunti diversi tasselli che però, com’è noto, non giungono alla completa verità dei fatti.