Tutti i partecipanti della Flotilla fermati da Israele sono stati sbarcati a Creta, tranne due che in queste ore sono arrivati in Israele per essere interrogati. Tutte le barche ora sono ferme in Grecia, tra Creta e altri porti, in attesa di capire il da farsi nei prossimi giorni, anche se la direzione che sembrano aver preso dalla Flotilla è chiara: si riparte. “Useremo questi giorni per sistemare tutto e per rimettere a posto le barche. Abbiamo compagni dalla Grecia, dall'Italia, dalla Spagna dall'Olanda e da tutta Europa che si sono mobilitati per venire qui”, ha dichiarato Luca, attivista della Flotilla, durante una conferenza stampa della delegazione italiana della Global Sumud Flotilla davanti alla Farnesina.
“Abbiamo preso tutte le precauzioni che dovevamo prendere, siamo in contatto con le autorità. Ripartiremo e saremo ancora di più rispetto a quando siamo partiti dalla Sicilia. Se prima avevamo un milione di motivi per andare a Gaza, ora ne abbiamo uno in più”, ha aggiunto. Sembra essere l’ennesima sfida che la Flotilla lancia a Israele, con la speranza che dopo quanto accaduto lo Stato ebraico desista dal condurre qualunque altra azione nel proseguimento e, quindi, permettendo loro di raggiungere Gaza. Ma da Israele hanno già spiegato in diversi passaggi che secondo loro c’è Hamas dietro la Flotilla, ossia un’organizzazione terroristica, quindi difficilmente lasceranno proseguire la missione, che dopo la Grecia dovrebbe avere la Turchia come tappa prima di tentare l’ingresso a Gaza.
Nel frattempo, il team legale della Global Sumud Flotilla ha depositato nella notte un ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato italiano per i due attivisti Thiago Avila e Saif Abukeshek, “attualmente detenuti arbitrariamente dalle autorità israeliane, in regime di incomunicabilità, senza accesso a difensori, familiari o autorità consolari”. Benché si tratti di un attivista brasiliano e di uno palestinese con passaporto spagnolo, viene accusata l’Italia “come Stato di bandiera dell'imbarcazione su cui i due attivisti si trovavano al momento della loro intercettazione” perché “in base alla giurisprudenza consolidata della Corte di Strasburgo e al diritto internazionale del mare l'Italia esercitava giurisdizione sui soggetti a bordo ed era quindi tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per prevenire violazioni prevedibili dei diritti fondamentali”.
La “Eros 1” è “territorio dello Stato” italiano, si legge negli esposti in cui viene ricostruita la vicenda con screenshot, tracker e coordinate geografiche e si chiede anche di valutare ipotesi di rifiuto d'atti d'ufficio a carico delle “autorità italiane” che avrebbero avuto il dovere di “tutelare l'incolumità di una persona sottoposta alla giurisdizione dello Stato (di bandiera)” e di farlo “senza ritardo”.
È interessante questa lettura: se gli attivisti riconoscono che in base al diritto internazionale una barca è territorio dello Stato di cui batte bandiera, allora questo dovrà valere d’ora in poi anche con i migranti delle barche tedesche che, quando l’Italia assegna porti a loro dire lontani che violano le leggi devono rivolgersi allo Stato di bandiera che ne ha la giurisdizione. A quel punto la Germania dovrebbe darsi carico “senza ritardo” per “tutelare l’incolumità”: perché è questo che dicono dalla Flotilla. O forse vale solo quando fa più comodo.