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Gli scenari della Cia, l'ordine dall'Air Force One e la sosta al fast food: così Trump si è convinto a colpire l'Iran

Si susseguono le ricostruzioni dei media Usa su come il capo della Casa Bianca si sia convinto ad agire contro il regime iraniano

Gli scenari della Cia, l'ordine dall'Air Force One e la sosta al fast food: così Trump si è convinto a colpire l'Iran

Un regime iraniano armato di missili a lungo raggio e armi nucleari rappresentava una minaccia intollerabile per il Medio Oriente e per gli Stati Uniti. Con queste parole Donald Trump ha provato ieri a spiegare le motivazioni che lo avrebbero spinto ad agire contro la Repubblica Islamica. L’Iran aveva già missili in grado di colpire l’Europa e le nostre basi e presto avrebbe avuto missili in grado di raggiungere la nostra splendida America”, ha affermato il presidente Usa. Poche ore prima la versione del tycoon era stata in parte contraddetta da funzionari dell’amministrazione repubblicana che, in briefing riservati al Congresso, hanno ammesso che non vi erano informazioni di intelligence sull’imminenza di un attacco preventivo iraniano contro gli interessi americani. La minaccia dei missili e degli alleati dell’Iran, avrebbero detto i funzionari, era di tipo generale e circoscritta alla regione mediorientale.

Mentre la storia definitiva del perché Trump abbia deciso di lanciare un attacco senza precedenti contro l’Iran resta ancora da definire, quella di come il commander in chief si sia mosso nelle settimane e nei giorni precedenti all’avvio dell’operazione Epic Fury prende invece sempre più forma. Diversi media statunitensi hanno infatti pubblicato una serie di ricostruzioni che aiutano a mettere insieme i tasselli e i retroscena della più importante iniziativa di politica estera approvata sino ad ora dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

I preparativi dell’attacco

Il via libera alla missione congiunta di Stati Uniti e Israele è arrivato dopo settimane di discussioni segrete tra Washington e Tel Aviv sui piani per un’offensiva militare contro l’Iran. In uno degli ultimi incontri tra Trump e Benjamin Netanyahu, avvenuto l’11 febbraio scorso alla Casa Bianca, il premier israeliano ha fatto pressione sul presidente Usa per rimanere sul sentiero di guerra, nonostante le trattative diplomatiche lanciate in parallelo dall’amministrazione repubblicana. In quell’occasione, i due leader hanno esaminato le prospettive del conflitto e persino le possibili date per un attacco, nonché dell’eventualità, ritenuta improbabile, di un accordo con l’Iran.

La decisione degli Stati Uniti di agire contro la Repubblica Islamica, scrive il New York Times in una lunga ricostruzione degli eventi che hanno portato al 28 febbraio, è stata una vittoria per Netanyahu, il quale da mesi insisteva con Trump sulla necessità di colpire quello che, a suo dire, era un regime indebolito. Il premier israeliano ha avuto un ruolo determinante anche quando, a metà gennaio, pochi giorni dopo la spietata repressione delle proteste da parte delle forze del regime, ha chiamato il presidente Usa chiedendogli di rinviare qualsiasi attacco per permettere alle difese israeliane di prepararsi. Trump ha acconsentito alla richiesta potenziando anche la presenza delle forze americane nella regione.

La valutazione delle opzioni militari è avvenuta il 18 febbraio in una riunione svoltasi nella Situation Room della Casa Bianca alla presenza del presidente Usa e, tra gli altri, del suo vice Vance, del segretario di Stato Marco Rubio e del direttore della Cia John Ratcliffe. In quest’occasione Vance si sarebbe espresso contro un attacco limitato. Per il vice presidente se gli Stati Uniti avessero dovuto colpire l’Iran avrebbero dovuto “fare sul serio e in fretta”. Prima dell’incontro Trump sembrava infatti propendere per un attacco di minore entità, seguito da uno più incisivo se Teheran non avesse rinunciato al suo programma nucleare. Le argomentazioni di Vance, oltre alle pressioni simili ricevute dall’Arabia Saudita, avrebbero contribuito a fargli cambiare idea.

Decisivi nel convincere Trump anche gli scenari preparati dalla Cia in vista di un attacco e dell’uccisione della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. In uno dei modelli presentati al presidente, l’agenzia di Langley prevedeva l’arrivo, al posto di Khamenei, di un religioso intransigente e ancora più determinato ad acquisire un’arma nucleare. Un altro scenario prevedeva una rivolta contro il regime. L’amministrazione Trump sarebbe stata colpita dallo scenario che prevedeva che una fazione pragmatica delle Guardie della Rivoluzione prendesse il potere, seppur sotto la guida do un religioso formalmente al comando. L’analisi della Cia suggeriva che finchè gli Usa non avessero interferito con le attività economiche di tale fazione, Teheran si sarebbe mostrata conciliante con gli Stati Uniti e avrebbe persino potuto rinunciare al nucleare e impedire attacchi contro l’America.

Nei giorni scorsi è emerso inoltre come la Cia abbia avuto un ruolo fondamentale nello stabilire le tempistiche per l’avvio della missione in Iran. Le informazioni di intelligence hanno infatti permesso di prevedere la presenza di Khamenei nel compound di Teheran la mattina del 28 febbraio. Un’informazione che ha portato Washington e Tel Aviv a passare all’azione in pieno giorno.

L’ordine di Trump

“L’operazione Epic Fury è approvata, nessun annullamento. Buona fortuna”. Così Trump, venerdì pomeriggio, a bordo dell’Air Force One diretto in Texas per un discorso, ha dato al comando militare l’ordine finale di attaccare l’Iran. Nelle stesse ore il ministro degli Esteri dell’Oman, Paese mediatore nei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran veniva ricevuto da uno scettico J.D. Vance, il vicepresidente riluttante sui conflitti senza fine dell’America ma che sul dossier iraniano si è allineato alla posizione del tycoon.

Dopo l’atterraggio in Texas, un giornalista ha chiesto al presidente quanto fosse vicino a prendere la decisione di colpire l’Iran. “Preferirei non dirglielo. Avrebbe il più grande scoop della storia”, la risposta di The Donald. Durante il suo discorso, il leader Usa ha lasciato trasparire la sua frustrazione nei confronti dell’Iran dicendo che preferirebbe risolvere le controversie con il regime islamico “in modo pacifico, ma sono persone molto difficili”. Terminato l’intervento in pubblico, il capo della Casa Bianca ha fatto tappa in un fast food per prendere degli hamburger. Subito dopo era di nuovo a bordo dell’Air Force One, questa volta diretto in Florida.

Il presidente arriva nella sua tenuta a Mar-a-Lago poco dopo le 21:00, ora della costa est degli Stati Uniti. Qui vi trascorrerà l’intero weekend. Poche ore prima dell’ora X, il presidente fa una breve apparizione ad un evento in abito da sera per un’organizzazione benefica. Si congeda con un “buon divertimento a tutti”. Secondo un funzionario della Casa Bianca consultato dal Wall Street Journal, Trump si reca a questo punto in un luogo sicuro, dove è rimasto fino alle 4 di mattina di sabato.

All’1:15, le 07:15 in Italia, il Comando centrale degli Stati Uniti ha dato inizio all’operazione militare in Iran. Poco più di un’ora dopo Trump pubblica un video di otto minuti sul suo social Truth per annunciare formalmente l’avvio della missione. “Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica”, dichiara il commander in chief che poi avverte della possibilità di perdite tra i soldati americani: “succede spesso in guerra. Ma non lo stiamo facendo per il presente. Lo stiamo facendo per il futuro”.

Alle 4:35 il tycoon pubblica sui social media un link ad un articolo che accusa l’Iran di interferire nelle elezioni del 2020 e del 2024. Il presidente rimarrà al telefono fino a sabato mattina parlando con i leader del Medio Oriente e rispondendo, anche solo per pochi minuti, alle telefonate dei giornalisti.

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