La missione di Washington e Tel Aviv in corso in Iran non porterà ad un “conflitto senza fine”. Così il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth prova a rassicurare americani e alleati al terzo giorno di operazioni militari. “Questo non è l’Iraq”, ha aggiunto il capo del Pentagono mentre la reazione iraniana contro i Paesi della regione che ospitano basi americane si estende sino a toccare l’Europa con l’attacco alla base britannica di Akrotiri, a Cipro. Il messaggio di Hegseth arriva nelle stesse ore in cui da ricostruzioni apparse sui media emergono le preoccupazioni all’interno del dipartimento della Difesa statunitense per l’entità della rappresaglia del regime degli ayatollah e per le sue conseguenze sull’apparato bellico della superpotenza.
Il Comando Centrale americano nelle scorse ore ha reso noto che finora sono stati distrutti più di 1000 obiettivi, tra cui navi e sottomarini, siti missilistici e centri di comando e controllo delle Guardie della Rivoluzione. Uno sforzo definito “molto aggressivo” da un funzionario Usa al Washington Post finalizzato al mettere fuori uso il maggior numero possibile di missili e droni iraniani il più rapidamente possibile.
Gli Stati Uniti hanno fretta di chiudere la resa dei conti con la Repubblica Islamica. Non solo perché la reazione di Teheran si fa sempre più disperata e pericolosa - oggi si è registrata la quarta vittima tra i soldati Usa dall’inizio dell’operazione Epic Fury - ma anche perché il ritmo degli attacchi iraniani rischia di mandare in crisi le capacità difensive americane.
Già da ieri, a 24 ore dall’avvio dei raid di Washington e Tel Aviv e dell’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, all’interno del Pentagono e tra alcuni membri dell’amministrazione Trump si è cominciato a diffondere il timore crescente che il conflitto con l’Iran possa sfuggire al controllo e durare settimane, una tempistica indicata anche dal capo della Casa Bianca che potrebbe mettere a dura prova le limitate scorte di difesa aerea degli Stati Uniti.
Una fonte consultata dal Washington Post afferma che l’atmosfera al Pentagono è “intensa e paranoica”. Un altro insider dichiara al quotidiano Usa che “c’è preoccupazione che questa situazione possa durare più di qualche giorno. “Non credo che la gente abbia ancora pienamente compreso l’impatto che ciò sta avendo sulle scorte”, prosegue la stessa gola profonda spiegando che spesso ci vogliono due o tre intercettori della difesa aerea per fermare un missile in arrivo. Oltre ai missili anche i droni Shahed che volano lenti e bassi non rappresentano obiettivi ottimali per le forze Usa.
Già alla vigilia delle operazioni in Iran, il capo di Stato maggiore congiunto Dan Caine aveva avvertito la Casa Bianca che la carenza di munizioni e la mancanza di un ampio supporto militare da parte degli altri alleati degli Stati Uniti avrebbero aggiunto notevoli rischi a qualsiasi missione contro il regime islamico e messo in pericolo i soldati americani.
La dimensione esatta delle riserve statunitensi di intercettori aerei è segreta. Gli scontri precedenti con l’Iran e i suoi alleati hanno già intaccato le scorte difensive Usa in Medio Oriente. Gli intercettori “si esauriscono molto rapidamente”, dichiara al Wall Street Journal Kelly Grieco, esperta dello Stimson Center che sottolinea come “li stiamo consumando più velocemente di quanto riusciamo a sostituirli”.
Il Pentagono starebbe dunque correndo ai ripari cercando di rifornire le scorte degli intercettori Thaad - schierati, oltre che in Medio Oriente, anche in Corea del Sud e a Guam, per scoraggiare la Corea del Nord e la Cina - i Patriot e gli Standard Missile. I Patriot sono in grado di neutralizzare le minacce a bassa quota mentre gli SM-3 possono intercettare i missili balistici. Il Wall Street Journal riferisce che preoccupa anche la diminuzione delle scorte dei missili da crociera Tomahawk e altre armi lanciate dal cielo contro obiettivi iraniani, munizioni che sarebbero molto richieste nelle prime fasi di un potenziale conflitto con la Cina.
Tornando agli intercettori, se la guerra contro Teheran dovesse protrarsi, il Pentagono dovrebbe decidere se attingere alle scorte presenti nel Pacifico. Con tutti i rischi che ne deriverebbero per il controllo di un altro fronte delicato.