Dopo l’azione militare in Venezuela, il presidente Donald Trump sta rivolgendo la sua attenzione al resto dell’emisfero, guardando a Cuba come possibile nuovo obiettivo della sua politica di sicurezza globale. A tale proposito, secondo alcune indiscrezioni, l’amministrazione statunitense avrebbe già valutato lo stato dell’economia cubana, giudicandola prossima al collasso e ritenendo che il governo dell’Avana non sia mai stato così fragile dopo la perdita di un alleato vitale come Nicolás Maduro.
Incoraggiata dalla destituzione del presidente venezuelano, l'amministrazione Trump sarebbe già alla “ricerca di esponenti del governo cubano che possano contribuire a raggiungere un accordo per estromettere il regime comunista entro la fine dell'anno, secondo quanto riferito da fonti vicine alla questione”, spiegano le fonti del Wall Street Journal.
Il potere a Cuba attualmente è nelle mani di Raúl Castro, ormai 94enne fratello minore del Líder Máximo, con il sostegno del presidente Miguel Díaz-Canel, figura di apparato. Proprio Díaz-Canel ha escluso ogni ipotesi di resa, affermando che "non sarà accettato alcun accordo basato su coercizione o intimidazione", anche se è ormai chiaro che il "destino" dell’isola, da tempo intrecciato a quello del Venezuela, potrebbe essere duramente segnato dalla carenza di petrolio, ora che peserà la mancanza di sovvenzioni da parte di Caracas, un pilastro dell’economia cubana sin dall’ascesa di Hugo Chávez nel 1999. Il piano di Washington potrebbe colpire l'Avana proprio "soffocando queste forniture energetiche". Secondo diversi economisti, Cuba potrebbe esaurire le sue scorte di petrolio nel giro di poche settimane, con effetti paralizzanti sull’economia.
Sebbene gli Stati Uniti non abbiano minacciato apertamente un intervento militare contro Cuba, quanto accaduto a Caracas viene letto come un chiaro segnale per l’Avana. Le valutazioni dell’intelligence americana descrivono una popolazione orgogliosa ma provata da carenze croniche di beni essenziali e medicinali, blackout frequenti e una crescente scarsità di carburante, destinata ad aggravarsi con la pressione statunitense sulle rotte petrolifere nei Caraibi.
Alcune fonti della Casa Bianca hanno confermato che il successo dell’operazione contro Maduro - che ha provocato la morte di gran parte del servizio di sicurezza formato da agenti cubani - sarebbe stato favorito da una "figura interna" al suo entourage. Replicare un simile schema a Cuba, tuttavia, appare più complesso: il sistema politico dell’isola vieta ogni forma di opposizione e rende estremamente difficile individuare interlocutori affidabili per un’operazione di cambio di regime.
La storia ci dimostra che il regime cubano ha resistito a decenni di pressioni statunitensi, dall’invasione della Baia dei Porci nel 1961, sostenuta dalla Cia, all’embargo imposto l’anno successivo e inasprito nel tempo. Dopo la presa del potere da parte dei fratelli Castro nel 1959, i due Paesi sono rimasti avversari, nonostante la breve fase di distensione tra il 2014 e il 2017. In quasi settant’anni, l’Avana non ha mai accettato di negoziare riforme politiche sostanziali, limitandosi a cambiamenti economici marginali.
Per Trump il rovesciamento del regime comunista cubano rappresenterebbe la prova decisiva della sua strategia di sicurezza nazionale per rimodellare gli equilibri dell'emisfero, assersiscono alcuni funzionari statunitensi. Il Dipartimento di Stato ha affermato che è nell'interesse della sicurezza nazionale americana che Cuba "sia gestita con competenza da un governo democratico e si rifiuti di ospitare i servizi militari e di intelligence dei nostri avversari".
Secondo il punto di vista di Donald Trump, che ormai sembra non porsi limiti in politica estera, porre fine all'era Castro “consoliderebbe” la sua posizione e porterebbe a termine ciò che il presidente John F.
Kennedy non riuscì a fare negli anni ’60, annichilito dal sanguinoso fallimento alla Baia dei Porci. Questo è quanto ha affermato un funzionario statunitense che ha lavorato a questo dossier durante il primo mandato di Trump, un obiettivo condiviso anche dal Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani.