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La vera civiltà deve proteggere i piccoli

In quelle situazioni la colpa si distribuisce, come una macchia d'olio, su tutti coloro che vedono e tacciono. Su quell'autobus non c'era soltanto un conducente. C'erano adulti

La vera civiltà deve proteggere i piccoli

Caro Direttore Vittorio Feltri, Lei crede che su quell'autobus trentino ci fossero solo bambini o anche adulti? Se gli adulti ci fossero stati si dovrebbe individuarli e processarli per abbandono di minore. Da una vita ricordo che al ritorno a Milano a guerra finita da qualche tempo e con ritardo in quanto la nostra casa era stata occupata e una zia mi aveva iscritto alla quarta elementare della Leonardo da Vinci a Città Studi Milano, abitando nella zona di competenza. Quel giorno incominciarono gli appelli e uno alla volta tutti bambine e bambini vennero chiamati e in fila entrarono nelle loro classi. Rimasi io solo in Piazza Leonardo da Vinci davanti all'ingresso della Scuola, ero arrivano da casa con mio cugino Luigi che era già stato chiamato e qualcuno mi chiese che cosa stessi aspettando, con un nodo alla gola dissi che non mi avevano chiamato, ma io quel giorno dovevo andare a scuola. Mi rimandarono a casa e mi persi, eravamo tornati a Milano il giorno prima. La mia iscrizione non si trovò più e mia mamma mi riportò il giorno dopo in segreteria. Non credo di aver dormito quella notte, l'angoscia dell'attesa del mio nome mi aveva invaso. Ancora oggi dopo ottanta anni al pensiero mi addoloro. Caro Direttore Feltri, mi addoloro proprio e tanto. Mi capita anche immedesimandomi in quel bambino che scendeva obbligato dall'autobus, lui solo come me allora, ma almeno sapeva la strada, io no.

Giuseppe Giorgio Mariani
Milano

Caro Giuseppe,
la tua lettera mi ha colpito come poche altre. Non per l'episodio in sé, ma per ciò che rivela: la persistenza del trauma, la ferita che non si rimargina nemmeno dopo ottant'anni. Questo accade soltanto quando un bambino viene lasciato solo, smarrito, esposto a un mondo che non sa ancora decifrare. Tu non racconti semplicemente un fatto. Racconti lo smarrimento, che è una delle esperienze più devastanti dell'infanzia. Perché si può essere smarriti non soltanto nello spazio, ma anche nella vita. E spesso quel senso di abbandono resta inciso per sempre. Ti confesso che, leggendo le tue parole, ho rivisto immagini della mia infanzia che ancora oggi mi stringono la gola. Ricordo mia madre, giovane vedova, piegata dal dolore, le spalle scosse dai singhiozzi dopo la morte di mio padre. Io ero un bambino di 6 anni e non capivo tutto, ma capivo abbastanza da sentirmi perso. Profondamente perso. Anche quando si è circondati da adulti, si può essere terribilmente soli. Ecco perché capisco il bambino che tu sei stato. Sono stato anche io quel bambino. E capisco il bimbo di oggi, fatto scendere da un autobus come se fosse un pacco fuori posto. Tu hai ragione: la responsabilità non è solamente dell'autista. È troppo facile indicare un unico colpevole e scaricarsi la coscienza. In quelle situazioni la colpa si distribuisce, come una macchia d'olio, su tutti coloro che vedono e tacciono. Su quell'autobus non c'era soltanto un conducente. C'erano adulti. C'erano persone che hanno assistito in silenzio all'umiliazione di un minore.

E quel silenzio pesa. Perché quando un minore è solo, la responsabilità diventa collettiva. Non basta invocare regolamenti, biglietti, procedure. Esiste un momento in cui la legge scritta deve cedere il passo a quella morale. E quel momento è quando un bambino viene lasciato per strada. Tu scrivi che, ancora oggi, al pensiero, ti addolori. E io ti credo. Perché certe immagini non invecchiano. Restano lì, intatte, a ricordarci chi siamo stati e cosa non dovrebbe mai più accadere.

La civiltà di una società si misura anche da questo: da come tratta i più

fragili quando nessuno guarda, da chi trova il coraggio di dire no quando sarebbe più comodo voltarsi dall'altra parte. Ti ringrazio per aver condiviso il tuo ricordo. Non è solo memoria privata. È un monito pubblico.

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