Il caso di Garlasco sarà al centro della puntata de Lo Stato delle Cose in onda oggi, lunedì 2 febbraio, sulle frequenze di Rai 3: tra gli ospiti della trasmissione condotta da Massimo Giletti anche Stefano Vitelli, giudice dell'udienza preliminare che il 17 dicembre 2009 assolse in primo grado Alberto Stasi dall'accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi.
In qualità di Gup presso il Tribunale di Vigevano, Vitelli emise una sentenza di assoluzione basata sull'insufficienza di prove certe, applicando il principio del ragionevole dubbio: nonostante la successiva condanna definitiva di Stasi a 16 anni di reclusione, ha continuato a ribadire le proprie posizioni in merito alla vicenda, scrivendo un libro sul delitto di Garlasco che già dal titolo richiama tutti i dubbi relativamente a una vicenda oscura sulla quale sta cercando di fare luce il capo della procura della Repubblica di Pavia Fabio Napoleone.
Nel libro, intitolato non a caso "Il ragionevole dubbio di Garlasco", Vitelli seziona e analizza tutti i passaggi e gli aspetti processuali che lo portarono a decidere di assolvere Alberto Stasi, sottolineando la centralità dei riscontri e delle prove risultanti dalle indagini rispetto al carrozzone mediatico che ha creato e continua a creare grandi pressioni esterne, tra interviste e talk show.
"Per me Garlasco era ed è un caso paradigmatico di ragionevole dubbio", ha spiegato Vitelli a Ore 14 Sera. "Alla luce di una serie di verifiche è rimasta a mio avviso una situazione di obiettiva incertezza", ha precisato, "ragionevole dubbio non è solo l’esito di un giudizio o di un percorso, il dubbio deve alimentare la ricerca nel corso del processo, provare a verificare ogni singolo indizio, non fermarsi alla prima impressione o limitarsi alla propria intuizione. "Si devono mettere in discussione tutti gli elementi e gli indizi, ma anche se stesso. Mettere in discussione se stesso è la cosa più difficile", ha considerato ancora.
La famosa telefonata al 118 di Alberto, giudicata fredda da tanti in modo affrettato e superficiale, non convince Vitelli come prova, un concetto che ha sempre ribadito. "Al massimo è un sospetto, noi non siamo dentro l’animo di Stasi quando fa la telefonata", ha spiegato, "mi ha dato un’idea di freddezza, ma l’ho fatta sentire a un amico del liceo con grande intelligenza emotiva ma che non leggeva i giornali, e per lui semplicemente trasmetteva ansia e paura". "Era giusto indagare su di lui, anche per quella telefonata, ma se avessimo scoperto prima l’alibi informatico avremmo compensato il sospetto iniziale".
Il movente, la dinamica e gli orari sono incompatibili con la sequenza ricostruita, e lasciano più di qualche ragionevole dubbio. "La sera prima dell’omicidio è emersa una complicità di coppia senza apparenti segnali di frizione", ha ricordato Vitelli, "c’è un dato che conferma quanto detto in primo grado, Chiara si mette a guardare immagini di cuccioli, lei sembra abbia letto la tesi di Alberto, al rientro di Alberto lui si mette a lavorare alla tesi. La vede la linea retta? Lui lavora alla tesi, quindi quando c’è stato il litigio?".
Anche la ricostruzione di quanto accaduto la mattina non pare avere solide fondamenta, e il movente sembra difficile da individuare sulla base delle risultanze. "Ci sono solo 23 minuti, è ragionevole attendersi che il litigio sia montato la sera per poi arrivare a una violenta e rapida esplosione la mattina, non c’era tempo per iniziare o riprenderlo in maniera prolungata", ha puntualizzato Vitelli.
"C’è una linea retta nella coppia, senza interruzioni o sobbalzi, non ci sono state chiamate o messaggi durante la notte", ha dichiarato il magistrato, “il movente deve essere trovato in maniera solida dall’accusa, ma noi non abbiamo trovato frizioni o una linea retta che si spezza".