Amatrice tradita: cinque anni di promesse mancate

Un lustro fa il terremoto che distrusse il Centro Italia. Il governo promise: "Ricostruiremo tutto". Ma i cantieri stentano a partire

Amatrice tradita: cinque anni di promesse mancate

Lo hanno trovato in mezzo alle macerie della sua abitazione. Era ferito ma ringhiava come a proteggere la casa crollata in testa ai suoi padroni. "Sei un bravo cane", gli ripeteva un militare cercando di portarlo via: non voleva far entrare neppure i soccorritori. Poco distante da lì, don Cesare pregava Dio e si disperava: avrebbe voluto urlare, ma si affidava al Signore. Intorno era tutta una coltre di polvere. Montagne di macerie. Il convento si era appena sgretolato sopra le suore e alcuni poveri anziani. Grida e silenzio, silenzio e grida. Il 24 agosto 2016 Amatrice era in ginocchio.

Di quelle prime ore dopo il sisma, nella mente restano impresse alcune immagini e molti rumori. Come quello delle moto Enduro arrivate da Cerveteri per portare soccorso agli sfollati. Oppure gli insulti rivolti al presunto sciacallo pizzicato a girovagare per la città. O ancora i discorsi preoccupati di tecnici su quel campanile della chiesa che “chissà se crollerà”. E poi la solidarietà dei volontari arrivati in massa (pure troppi), il lavoro incessante dei medici, lo scavare nelle macerie, le ambulanze ferme in coda in attesa di trasportare un ferito. Le lacrime.

Ma dalla memoria riemergono anche il fastidio per il baccano incessante dei media alla caccia di notizie, il brontolio dei residenti assediati dai cronisti, le polemiche sulla caccia alle responsabilità quando i corpi delle 237 vittime cittadine erano ancora caldi. Chi scrive c’era e ne è per sua parte responsabile, come nel caso della scuola Romolo Capranica da poco restaurata e subito venuta giù. Ho questo ricordo: da una casa distrutta, poco distante dalla Chiesa, i vigili estraggono due corpi senza vita. Lì a fianco i parenti devastati dal dolore si abbracciano disperati. Alcune telecamere, compresa la mia, riprendono tutto mentre i cronisti commentano la scena. Uno dei parenti si stacca e chiede l’oblio della pietà. Gli altri residenti, con qualche ragione, ci insultano.

Ecco. A pensarci bene, Amatrice mi pare sia stata tradita due volte. La prima da noi giornalisti che ci siamo catapultati sulla scena del disastro per raccontare il corpo morente del Centro Italia e poi, anziché presidiare la sua resurrezione, ce ne siamo in sostanza dimenticati. La seconda dalle istituzioni che avevano promesso una rapida ricostruzione e dopo 1.825 giorni non sono ancora riuscite a rimettere in piedi granché. Sergio Pirozzi, a suo tempo sindaco e poi consigliere regionale per FdI, un mese dopo la tragedia aveva lanciato l’idea: “A Pasqua si celebri la resurrezione di Amatrice”. L'allora commissario Vasco Errani si sperticò in promesse roboanti: “Ricostruiremo tutto, rispettando l’identità, le comunità e i luoghi, riattivando subito l’economia e il lavoro”. Il premier Matteo Renzi disse: “Tutto tornerà come prima”. Invece…

Invece oggi, dopo un lustro, sei miliardi di euro spesi, quattro commissari, migliaia di polemiche e troppi inverni difficili, siamo più o meno dove eravamo prima. Per ora è finita solo la demolizione, con una colpevole lentezza denunciata anche da Mario Draghi all'odierna cerimonia di commemorazione; ma la vera ricostruzione stenta a decollare. Pirozzi in fondo era stato profeta in Patria: “La burocrazia blocca la rinascita. Così ci vorranno 9 anni”. Ne sono rimasti solo 4.

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