Parkinson, quello che c'è da sapere

Nella giornata mondiale del Parkinson, abbiamo intervistato il professor Alberto Albanese di Humanitas, esperto in malattie degenerative del sistema nervoso centrale. Con lui abbiamo parlato dei passi avanti fatti dalla ricerca, e sfatato alcune false credenze su questa malattia, di cui ancora non esiste una cura.

Parkinson, quello che c'è da sapere

Ci sono malattie di cui si parla e si conosce molto, altre allo stesso modo importanti, di cui però si sa poco. L’11 aprile è la giornata mondiale del Parkinson, un malattia neurodegenerativa di cui ancora non è stata trovata la cura, ma si agisce sui sintomi. È importante avvicinarsi a questa patologia, perché contrariamente a quanto si pensa, non colpisce soltanto pazienti anziani, ma anche giovani e addirittura bambini, ed è in aumento rispetto al passato. Questo è quanto emerge dal riferimento a studi di ricerca, promossi da Fondazione Humanitas per la Ricerca e dalle parole del professor Alberto Albanese di Humanitas, esperto in malattie degenerative del sistema nervoso centrale, che abbiamo intervistato per fare chiarezza e per sensibilizzare sull’importanza della ricerca.

Professore ci spiega che tipo di malattia è il Parkinson?

“E' una delle più comuni malattie neurodegenerative. Oggi si comprende con chiarezza che è portata da un problema di cattivo smaltimento delle proteine. Per spiegarlo in maniera semplice, è un po’ come quando c’è lo sciopero della nettezza urbana. Queste sono proteine “malripiegate” ovvero malconformate, quindi impossibili da "spezzettare" per poi essere smaltite. Così si accumulano intossicando i neuroni. Questo è uno dei motivi principali della neurodegenerazione. E’ importante ricordare che questo vale per il Parkinson, ma anche per tutte le altre malattie neodegenerative come l'Alzheimer, le Demenze o la Sclerosi laterale amiotrofica".

A differenza di altre patologie neurodegenerative, il Parkinson con i classici tremori, è una malattia evidente, perché in questa vengono colpite determinate zone e non altre?

"Perché colpisce proprio gli arti, rispetto ad altre malattie come la Demenza. In generale però nonostante i disturbi del movimento siano visibili, questa malattia non è così diversa dalle altre neurodegenerative. Quello che cambia è solo il luogo del cervello dove avvengono questi fenomeni di accumulo delle proteine. In una persona con l'Alzheimer accadono ad esempio nel sistema della memoria, per questo motivo non si hanno sintomi visibili. Il Parkinson ha anche un’altra caratteristica, che è curabile. Quindi è vero che non si riesce a nascondere, però i sintomi migliorano molto con la cura”.

Questo è un punto molto importante su cui è bene fare chiarezza. La malattia non è curabile, ma i sintomi sì?

“E’ così, anche se ora ci sono molte medicine che consentono ai pazienti una vita abbastanza normale. In alcuni casi la cura è veramente molto efficace".

Si è portati a pensare che colpisca in età senile, è così?

“Purtroppo no. È una malattia che può colpire ad ogni età. Abbiamo tanti casi giovani e addirittura forme infantili. Noi stiamo studiando in particolare le forme generiche che sono quelle che hanno un’insorgenza più precoce, addirittura prima dei 40 anni. Ovviamente più si invecchia, più è probabile svilupparla, ma questo succede con qualsiasi altra malattia”.

Per il Parkinson esistono forme di prevenzione come in altri tipi di malattie?

“Ci stiamo soffermando molto sulle forme genetiche perché in questo modo riusciamo a fare ricerca e a trovare terapie che possano fermare, magari non tutti i tipi di Parkinson, ma in particolare questi. È importante perché nelle persone che hanno sviluppato questa forma, possiamo fare prevenzione. Ma non solo, riusciamo a capire il meccanismo molecolare attraverso cui questo gene alterato, causa l'accumolo di proteine malripiegate, e conseguentemente è più facile per la ricerca andare a bloccare questi meccanismi. Capire se sono portatori di un gene, ci permette, come stiamo già facendo, di curarli con terapie sperimentali dedicate. Per tornare alla domanda, a differenza di altre patologie, mi vengono in mente le forme tumorali, nel caso del Parkinson non abbiamo ancora terapie che ci possono garantire certezza. Questo è quello che stiamo cercando di fare”.

Ci sono dei sintomi che possono allarmarci?

“È difficile generalizzare, perché esistono casi molto diversi. Nella mia lunga esperienza posso dire di averne viste di tutti i colori. Ci sono persone che al primo tremore vanno a consultare il medico, spaventati dall'avere una forma di Parkinson, e magari non ce l'hanno. Perché è soprattutto il tremore che crea il campanello d’allarme. Ma questa è una falsa verità. Quasi la metà, il 40%, delle forme non lo presenta. Magari invece si ha un dolore alle ossa e si va dall'ortopedico per poi scoprire che si tratta dell'inizio di una forma di Parkinson, perché la contrattura dei muscoli provoca dolore cronico. In linea di massima è la difficoltà di movimento che può allarmarci, ma come dicevo non è sempre detto".

Ha spiegato che al momento non esiste una cura per la malattia, ma per i sintomi. Quali passi avanti sono stati fatti in questo senso?

“Le terapie si sono molto evolute. Ora abbiamo tanti farmici sintomatici, terapie sia mediche che chirurgiche, pacemaker celebrali. Un'ampia gamma di possibilità. L'obiettivo come dicevano, è quello di consentire ai pazienti una vita il più normale possibile. Non si riesce sempre, ma nella maggior parte dei casi consente di fare tutto ciò che normalmente si fa, in base all'età e alla tipologia di vita. Quello che invece non riusciamo ancora a fare, è fermare la malattia, ma soprattutto combatterne le cause, perché quelle sono molteplici. Ci sono tanti tipi di Parkinson con cause diverse, che rendono difficile identificare un'unica terapia che vada bene per tutti. E' questa la difficoltà della sfida”.

Guardando i dati, i casi di Parkinson sono in aumento, perché?

“Le cause principalmente sono due. Il primo è l'allungamento della vita, l’altro sono i fattori ambientali. Ad esempio l'inquinamento, le sostanze chimiche, i microrganismi come virus e batteri. Fattori difficilmente controllabili, come abbiamo visto con il Covid.”.

È notizia di questi giorni, che in Svizzera, grazie ad alcuni elettrodi, una donna con una malattia degenerativa, è tornata a camminare. Si possono usare questi device anche per il Parkinson?
“La buona notizia è che per il Parkinson questi device ci sono già da una ventina di anni e vengono usati anche in maniera intelligente. Leggono l'attività elettrica in profondità e modificano i loro schemi di stimolazione. Questo perché il sistema motorio è misurabile dal punto di vista strumentale. Per il Parkinson grazie alla ricerca, c'è una tecnologia enorme e molto affascinante che, come ho detto più volte, riesce nella maggior parte dei casi a rendere normale la vita dei pazienti".

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