Il "brighella del Giambelin", tutta la verità su Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca è stato uno dei più prolifici banditi della storia. Dopo 46 anni di carcere, l'ex boss della Comasina è ancora in carcere. "Non è più il criminale di un tempo, merita di uscire", dice al Giornale.it l'ex legale di Vallanzasca

Il "brighella del Giambelin",  tutta la verità  su Renato Vallanzasca

"Il bel Renè". "Il boss della Comasina". E ancora "il bandito dagli occhi di ghiaccio". Sono questi i soprannomi con cui Renato Costantini Vallanzasca venne chiamato sulle pagine della cronaca a partire dagli anni '70. Primatista di evasioni carcerarie, re delle rapine a mano armata e dei sequestri di persona, Vallanzasca fu per circa un ventennio il capo della "banda della Comasina", la ghenga milanese che seminò il panico per le vie del capoluogo meneghino durante gli anni di piombo. Autore di numerosi omicidi, il criminale è stato condannato in totale a 4 ergastoli e 295 anni di reclusione.

La sua vita ha ispirato il film "Gli angeli del male" del 2010, scritto da Michele Placido e interpretato dall'attore Kim Rossi Stuart nel ruolo del bel Renè. Ma chi era davvero "il bandito dagli occhi di ghiaccio"? "Vallanzasca è stato un 'criminale coraggioso', tra i peggiori in cui mi sia imbattuto nella mia lunga carriera. Non si faceva problemi a impugnare l'arma per sparare, ma era anche il primo che s'introduceva in banca quando c'era da fare una rapina lasciando indietro i suoi soci. Con questa definizione non intendo in alcun modo aggiungere valore alla sua ingloriosa carriera. Anzi. Dico solo che si può essere 'stra criminali', come lo era lui, ma anche coraggiosi", racconta a ilGiornale.it Achille Serra, l'ex capo della Squadra Mobile di Milano che diventò il nemico giurato del fuorilegge milanese.

Lo scorso anno, per la seconda volta dal 2018, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha respinto la richiesta di liberazione condizionale e di semilibertà dell'ormai ex boss della Comasina nonostante una relazione redatta da una equipe di esperti del carcere di Bollate accertasse il "cambiamento profondo, intellettuale ed emotivo" del detenuto. "Vallanzasca non è più il criminale di un tempo, ha avuto un cambiamento profondo durante questi 46 anni di carcere. Sono convinto che se avesse trascorso i suoi ultimi anni di vita nel letto di casa propria, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Meritava una chance e invece ha subito un'ingiustizia. Se si è deciso che rappresenta il prototipo del bandito e che quindi deve morire in galera lo si dica chiaramente", spiega alla nostra redazione Davide Steccanella, legale di Vallanzasca fino al 2020.

Il "brighella del Giambelin"

Renato Costantini Vallanzasca nasce a Milano il 4 maggio del 1950 da Osvaldo Pistoia e Maria Costantini Vallanzasca, dalla quale eredita il cognome. Da piccolo Renato è un bambino vivace, determinato ed estroverso. Nella primavera del '58, all'età di soli 8 anni, libera una tigre e altre fiere dal circo Medini che si è attendato in via Porpora, nei pressi della stazione ferroviaria di Lambrate, a due passi dalla sua abitazione. Beccato dalla polizia a poche ore dal raid, il giovanissimo Vallanzasca viene portato al carcere minorile Cesare Beccaria dove rimane per circa 48 ore. La vicenda gli costa l'affidamento forzato a casa della signora Rosa, la prima moglie del padre, che Vallanzasca chiama "zia", in via degli Apuli, nel quartiere del Giambellino, alla periferia sud-ovest di Milano. È lì che Renato organizza la sua prima banda criminale, conquistando ben presto la fama di "Brighella del Giambelin" (brigante del Giambellino). In pochi mesi la ghenga si specializza in furti e taccheggi all'interno dei grandi magazzini Standa, Upim e Rinascente. Dai negozi i piccoli teppisti trafugano cibo, stufette e persino materassi che poi regalano ai meno abbienti. Al tempo Vallanzasca è ancora giovane e inesperto. Eppure il suo nome comincia a circolare negli ambienti della Ligéra, la vecchia "mala" milanese, con cui stabilisce subito dei contatti. Ma si tratta solo di una breve parentesi, la rapida gavetta banditesca che precede l'exploit criminale degli anni '70, quando diventerà "il boss della Comasina".

Da brigante di periferia a bandito: l'ascesa criminale di Vallanzasca

L'attività criminosa di Vallanzasca si consolida verso la fine degli anni '70 con le rapine a mano armata all'interno dei supermercati del centro di Milano. Per due anni il brighella del Giambellino mette a segno un colpo dietro l'altro riuscendo ad accumulare un patrimonio che gli assicura agi e bella vita. Auto di lusso, orologi e abiti firmati si sprecano tanto quante le donne che si gettano ai suoi piedi, ammaliate dallo sguardo di ghiaccio del "bel Renè". La prima battuta d'arresto nell'ascesa criminale avviene nel 1972 quando, una decina di giorni dopo una rapina al supermercato Esselunga in Viale Monterosa, viene arrestato dagli uomini della squadra mobile di Milano, diretta al tempo da Achille Serra.

"Ogni sabato, a Milano, c'era una rapina nei supermercati - racconta Achille Serra - Quattro o cinque ragazzotti sparavano in aria col mitra per strada e poi saccheggiavano interi negozi di alimentari. Questi episodi divennero così frequenti da seminare il panico tra la popolazione, tanto che le persone finirono per avere paura di uscire per fare la spesa al fine settimana. Al tempo, lavoravo alla sezione rapine della polizia in coppia con il maresciallo Scuri, uno che conosceva gli ambienti della mala milanese. Un giorno Scuri mi disse che nel gruppo di rapinatori c'erano due fratelli incensurati della Comasina. Non potendo fare accertamenti da remoto - all'epoca, non disponevamo ancora dei computer - optammo per un blitz a casa dei sospettati. Quando entrammo nell'appartamento, i Vallanzasca finsero di dormire: fu la prima volta che vidi Renato. Gli chiesi di seguirmi in Questura mentre il maresciallo Scuri rimase con l'altro fratello a fare la perquisizione nell'abitazione. Arrivati in ufficio, Renato non esitò a lanciarmi un guanto di sfida. 'Caro Achille - era così che mi chiamava - se riesci a mandarmi in galera io ti regalo questo orologio d'oro', disse sfilandosi il Rolex dal polso che ripose sulla mia scrivania. Io avevo 'il fegato che mi scoppiava' per la provocazione ma rimasi in silenzio a fissarlo. Nel mentre, telefonò il maresciallo Scuri per dirmi di aver trovato nel secchio della immondizia a casa dei Vallanzasca tanti pezzettini di carta che, ricomposti come un puzzle, davano le buste paga dei dipendenti del supermercato in Viale Monterosa, dove c'era stata l'ultima rapina. A quel punto, non c'erano più dubbi su chi fossero gli autori del misfatto. Allontanai l'orologio dalla scrivania, poi mi rivolsi a Renato: 'Tieniti pure il tuo Rolex - gli dissi - tanto ti arresto lo stesso'. Quella fu la prima volta che gli misi le manette ai polsi".

La prima evasione da San Vittore

Dopo quattro anni di detenzione tra le mura del carcere di San Vittore, durante i quali si rende protagonista di numerose rivolte e pestaggi con altri detenuti, Vallanzasca mette a segno la prima di una rocambolesca serie di evasioni. Pur di riconquistare la libertà, il bandito della Comasina è disposto a tutto, persino a procurarsi un'epatite ingerendo uova marce, iniettandosi urine per via endovenosa e inalando gas propano. L'intento è quello di farsi trasferire all'ospedale degli infettivi e da lì tentare la fuga. "Riuscendo a corrompere un infermiere del carcere, fece in modo di far rilevare l'epatite virale dagli esami del sangue - è la versione di Achille Serra - Non era vero nulla, ma in questo modo riuscì a farsi mandare all'ospedale degli infettivi. Lì corruppe la guardia che lo piantonava, con la promessa di dargli tre milioni se lo avesse lasciato scappare. Una volta guadagnata la fuga, si diresse con l'auto verso il Sud Italia ma alle porte Montecatini la sua corsa s'interruppe - al tempo, Vallanzasca non lo conosceva ancora nessuno. A un posto di blocco, alcuni agenti della stradale gli chiesero di esibire patente e libretto. Lui finse di recuperare i documenti dal baule della vettura, e invece tirò fuori una pistola con cui sparò, ferendo a morte, uno dei poliziotti. Fu da quell'episodio nacque il 'criminale Vallanzasca'". La morte del pubblico ufficiale non inibisce la fuga del bel Renè. Anzi sarà proprio durante il lungo periodo di latitanza che l'attività criminale della cricca di Vallanzasca subirà una nuova evoluzione, con il passaggio dalle rapine a mano armata ai sequestri di persona.

La banda della Comasina

Negli anni '70, Milano è una città in pieno fermento culturale e produttivo: "una città tremendamente viva", così come racconta il giornalista Michele Serra in un articolo per il quotidiano La Repubblica del 26 ottobre 2007. Eppure, è proprio a due passi dal centro che l'ex terrorista Giuseppe Memeo sparerà alla polizia durante gli scontri in via De Amicis. Sono anni duri, difficili: sono gli Anni di Piombo. Gli stessi in cui la banda della Comasina troverà terreno fertile per dare seguito a un business criminale senza precedenti: 76 rapine a mano armata e 4 sequestri in un anno. "È stato un periodo terribile per noi della squadra mobile perché c'era in corso una guerra sanguinaria tra la banda di Francis Turatello, il figlioccio di 'Frank tre dita,' e quella della Comasina di Vallanzasca - spiega Serra - Le due compagini criminali si contendevano l'egemonia del territorio e quindi si scontravano continuamente con sparatorie a cielo aperto per le vie di Milano. Alla guerra sanguinaria tra i due clan si aggiunsero poi i sequestri di persona. Ricordo di averne trattati personalmente almeno un centinaio, tra Milano e l'hinterland, verso la fine degli anni '70. Furono tempi difficili anche per noi della polizia che non sapevano davvero come risanare questa nuova piaga sociale. Vi riuscimmo organizzando un super pool composto da polizia, carabinieri e guardia di finanza. Ma, ripeto, furono anni difficilissimi".

In totale saranno circa una trentina i membri della banda che si avvicenderanno nel corso degli anni ma lo zoccolo duro della "batteria" resterà invariato. Tra i nomi degli irriducibili che passeranno alla memoria della cronaca nera vi sono: Antonio Colia detto "Il Pinella" e la sua donna di allora Pina Usuelli, poi Rossano Cochis, Vito Pesce, Angela Corradi, Claudio Gatti, Mario Carluccio e Antonio Furiato, questi ultimi due morti in scontri a fuoco con le forze dell'ordine rispettivamente in piazza Vetra a Milano, durante un sopralluogo per una rapina e al casello autostradale di Dalmine. "La banda della Comasina per me non aveva segreti - racconta ancora Achille Serra - Li conoscevo tutti: Vito Pesce, Osvaldo Monopoli, Rossi, Merlo fino al giovanissimo Massimo Loi. Vallanzasca è stato il boss ma il cervello della banda, quello che pianificava e progettava le attività criminali, era Antonio Colia. Peraltro lui fu quello che tentò di ricostituire la cricca negli anni '90, quando ormai si era già sciolta, ma ricevette delle porte in faccia dai suoi ex soci. Diedero tutti gran filo da torcere a noi della polizia, ma alla fine riuscimmo a catturarli uno a uno".

I sequestri e gli omicidi

Le attività principali della banda consistono in rapine, traffico d'armi e sequestri di persona, oltre al controllo di bische e night club del capoluogo lombardo. Singolare, a tal riguardo, è il sequestro di Emanuela Trapani, la figlia 16enne di un facoltoso imprenditore milanese che Vallanzasca tiene in ostaggio per circa un mese e mezzo, tra il dicembre del '76 e il gennaio del'77. "Renato Vallanzasca era un sequestratore atipico – prosegue il racconto dell'ex capo della Mobile – non maltrattava gli ostaggi. Anzi serbava loro un trattamento ospitale, quasi fossero dei privilegiati. A lui in realtà non interessavano né i soldi né le vittime: lo faceva solo il gusto della sfida. Tant'è che diede fuoco ai soldi del riscatto della Trapani – circa un miliardo di vecchie lire – quando la liberò".

A quest'episodio criminoso, il 6 febbraio 1977, fa subito seguito l'uccisione di due uomini della polizia stradale che, a un posto di blocco presso il casello autostradale di Dalmine, fermano per un controllo la macchina su cui Vallanzasca viaggia insieme a Michele Giglio e Antonio Furiato. Ne segue uno scontro a fuoco in cui perdono la vita sia Antonio Furiato che gli agenti Luigi D'Andrea e Renato Barborini. Ferito e braccato, Vallanzasca cerca rifugio a Roma, ma dopo pochi giorni il 15 febbraio 1977 viene rintracciato e catturato. Tutto ciò quando ancora non ha compiuto 27 anni. Una volta tornato in carcere, decide di sposarsi il 14 luglio del 1979 con Giuliana Brusa, una delle tante ammiratrici che gli scrivono. Come suo testimone di nozze, durante il matrimonio, decide di avere il criminale del clan dei Marsigliesi Albert Bergamelli e come "compare di anelli" l'ex rivale in affari Francis Turatello, a suggello di una nuova amicizia.

L'assassinio di Massimo Loi

Dopo un altro tentativo di evasione da San Vittore, agli inizi degli anni '80, Vallanzasca viene trasferito nel carcere di Novara. È il 1981 quando, insieme ad altri detenuti, fomenta l'ennesima rivolta sanguinaria. Tra le vittime dell'agguato vi è il giovane Massimo Loi, ex componente della banda della Comasina, ucciso durante gli scontri proprio dal bandito Renato. "Loi aveva tradito la sua amicizia - ricorda Achille Serra - perché aveva fatto da autista a due malviventi che erano entrati a casa dei genitori di Vallanzasca per impossessarsi di 100 milioni di vecchie lire. La rapina trascese al punto tale che i banditi presero a calci Osvaldo Pistoia, il papà di Renato. Questo episodio Vallanzasca se lo legò al dito e quando ebbe a tiro Loi vendicò il torto subito. Lo uccise con 4 coltellate di cui una fatale che gli recise la giugulare. Successivamente, si raccontò che Renato avesse infierito sul cadavere dopo il decesso ma il criminale Vincenzo Andraous si assunse le responsabilità del fatto".

Per decenni Vallanzasca nega di aver ucciso Massimo Loi fino a quando, nel 2010, confessa il delitto tra le pagine della sua biografia.

"Vallanzasca tira fuori dalla tasca due coltelli, uno lo allunga a Massimo. Loi rifiuta di prenderlo. Non sa che fare. Non cerca neanche di scappare. Resta inchiodato al pavimento, lasciando cadere il coltello che Renato gli ha lasciato in mano. 'Cornuto, difenditi perché ti sto ammazzando!' grida Renato che lo piglia a schiaffi. 'Hai ragione (...) sono stato una merda... perdonami'. Renato invece continua a mollargli schiaffoni su schiaffoni (...) Loi commette l'errore fatale. Con la forza della disperazione, reagisce... Afferra il coltello caduto per terra, lo ficca nella coscia destra di Renato. È la sua condanna a morte. 'Era questo che aspettavo!' Vallanzasca vibra quattro coltellate: due raggiungono Massimo al petto, una allo stomaco, l'ultima alla gola, uno squarcio che gli recide la giugulare. Il corpo si accascia". (Leonardo Coen-Renato Vallanzasca, L'ultima Fuga, 2010, B.C.D. Dalai Editore)

La fuga dall'oblò di una motonave

Dopo la rivolta del 1981, Vallanzasca viene condannato al regime di carcere duro. Riesce però a evadere nuovamente, il 18 luglio 1987, scappando attraverso un oblò di una motonave che da Genova avrebbe dovuto condurlo al carcere di Nuoro, in Sardegna. L'episodio, unico nel suo genere, passerà alla storia come una delle evasioni più rocambolesche di tutti i tempi. A raccontarlo è proprio l'ex boss della Comasina nella biografia:

"Gli sbarbati in divisa da carabiniere mi avevano assegnato per sbaglio alla cabina che di solito era riservata alle guardie – racconta Vallanzasca – Aveva un letto a castello e un oblò. L'oblò era coperto da una tendina e quando un agente perquisì la cabina, la scostò per verificare l'eventuale possibilità che il diametro del pertugio fosse sufficiente a far passare un uomo. Guardò e riguardò, poi scosse la testa. Se ne andò e mi lasciò dentro la cabina. Appena chiuse la porta cominciai a svitare i bulloni (...) Io già avevo aperto l'oblò mi stavo infilando a fatica, muovendo le spalle come un contorsionista, da piccolo ne avevo visto uno all'opera mentre si esibiva in piazza del Duomo, e avevo capito che il trucco stava tutto lì, nell'alzare le braccia dritte sulla testa, stringendo le spalle e ruotandole leggermente per favorire il passaggio. Il resto lo garantisce la dieta del carcere. (...) Uscii senza dare nell'occhio. Me la filai così, alla chetichella, senza farmi notare".

È l'ultima fuga di Vallanzasca. Ricercato e senza fonti di reddito, l'8 agosto 1987 viene fermato a un posto di blocco a Grado mentre cerca di raggiungere Trieste. "Quando evase dalla nave, Vallanzasca tornò subito a Milano dove, da latitante, rilasciò un'intervista a Umberto Gai di Radio Popolare lanciando un nuovo guanto di sfida alla polizia. Ma ormai era al tramonto della sua carriera criminale - spiega ancora l'ex capo della Mobile - Fu arrestato da una pattuglia dei carabinieri mentre tentava di raggiungere la frontiera. Quella è stata l'ultima volta che l'ho visto. Anni dopo mi scrisse una lettera in cui mi chiese di aiutare la mamma che era anziana e non poteva andare a trovarlo in carcere a Bollate. Riuscii a farlo trasferire a Milano e lui, per Natale, mi inviò un calendario per ringraziarmi del favore. Da quel giorno non l'ho mai più sentito".

Renato Vallanzasca oggi

Nel corso della sua carriera criminale, Vallanzasca è stato confinato in 36 penitenziari, progettando o tentando - talvolta riuscendovi - la fuga da quasi ogni carcere in cui fosse recluso. Per i reati commessi (rapina a mano armata, traffico di armi, omicidi e sequestri di persona) è stato condannato, in totale, a 4 ergastoli e 295 anni di prigionia. Nel 2010 gli è stato concesso di uscire dal carcere, dalle 7 del mattino alle 19.30, per lavorare. Ha prestato servizio in una pelletteria del milanese e successivamente come aiutante in un negozio di abbigliamento a Sarnico, in provincia di Bergamo. Il 30 maggio 2011 il Tribunale di Milano ha sospeso Vallanzasca dal beneficio del lavoro esterno perché l'ex bandito avrebbe violato le regole di utilizzo del beneficio, pare per incontrarsi segretamente con una donna. Il 13 giugno 2014, intorno alle ore 20, durante il regime di semilibertà concessogli dal carcere di Bollate, ha tentato di taccheggiare un supermercato di Milano. Per questo episodio è stato condannato a 10 mesi di reclusione più 330 euro di multa.

Il 18 aprile 2018 il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha respinto le richieste di liberazione condizionale e di semilibertà dell'ormai ex boss della Comasina nonostante una relazione redatta dal una equipe del carcere di Bollate sottolineasse il "cambiamento profondo, intellettuale ed emotivo" dell'ormai ex boss della Comasina. La richiesta è stata riformulata nel 2020 dall'avvocato Davide Steccanella, legale di Vallanzasca dal 2015 fino alla scorsa primavera. "Era stato fatto un lungo percorso in accordo con tutti gli operatori del carcere di Bollate - spiega l'avvocato Steccanella - Era stato dimostrato un notevole recupero della persona 'al di là di ogni previsione', c'è scritto chiaramente nella relazione. Ma il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha respinto la richiesta di liberazione condizionale solo perché non erano maturati i termini per la semilibertà rispetto all'ultimo tentato furto (mesi addietro era stato sorpreso mentre tentava di rubare un paio di mutande da un supermercato). L'anno dopo abbiamo ripresentato la richiesta e, per la seconda volta, ci è stata rigettata perché il magistrato di turno – a ogni udienza ve ne era uno diverso – ha deciso che occorreva 'un percorso di recupero graduale' del detenuto: un paradosso dopo quasi 50 anni di carcere. C'è un report degli operatori del carcere di Bollate, esperti che sono a stretto contatto con Vallanzasca, in cui si è evidenzia il cambiamento profondo 'emotivo e intellettuale' del detenuto. Renato non è più l'ex boss della Comasina, 46 anni anni di carcere lo hanno profondamente cambiato. Il bel Renè dagli occhi di ghiaccio non esiste più, è un'altra persona oggi".

Dopo l'ennesimo rigetto della richiesta del Tribunale di Sorveglianza di Milano, l'avvocato Steccanella ha deciso di lasciare la difesa di Vallanzasca, a oggi affidata al legale Paolo Antonio Muzzi . "Non mi era mai successo prima di abbandonare la difesa di un mio assistito - continua il legale – ma non potevo essere complice di quella che ritengo una tremenda ingiustizia nei confronti di Vallanzasca. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano si è dimostrato fortemente inadeguato nella valutazione della richiesta di semilibertà. Non vi è alcun motivo per cui Renato non possa trascorrere gli ultimi suoi anni fuori dalle mura del carcere. Tutti quelli della banda sono liberi. Perché lui no? Se si è deciso che Vallanzasca rappresenta il prototipo del bandito che deve marcire in galera, lo si dica chiaramente. Sono sicuro che se gli avessero dato la possibilità di vivere gli ultimi giorni della sua vita in una casa propria, nessuno avrebbe avuto nulla da dire. Renato Vallanzasca, per l'uomo che è oggi, merita una chance. Lo dico e lo sottoscrivo".

Quel che resta di una vita da bandito

"In sette mesi e venti giorni ho bruciato la mia vita: dal luglio del 1976 al febbraio del 1977. Questo è quello che vorrei che capissero i ragazzini, soprattutto i più 'montati': sette mesi da presunto leone e trentanove anni di un'esistenza scontata dietro le sbarre. È in quei sette mesi e venti giorni che è nato il mio mito, di cui sono stato a lungo, anche troppo a lungo, orgoglioso. C'è chi pensa che io abbia voluto lasciare un segno nella storia della malavita italiana, e anche della storia del costume di questo Paese. Solo oggi, invece, aspiro a lasciare una traccia della mia vita, del mio passaggio sulla terra, rielaborando il mio passato come un lutto che ha coinvolto molte famiglie ma anche me stesso". (Renato Vallanzasca, tratto dalla prefazione al libro L'ultima fuga).

Commenti

Spiacenti, i commenti sono temporaneamente disabilitati.