"Parolisi? Congiura femminile" Ma i dubbi su Melania sono pochi

Salvatore Parolisi è l'autore unico del delitto di Melania? ''C'è stata una congiura femminile'' spiega il criminologo Carmelo Lavorino a IlGiornale.it; ''Nessun dubbio sul colpevole'', ne è certo l'avvocato Mauro Gionni

Il 20 aprile 2011, nel bosco delle Casermette a Ripe di Civitella, in località Colle San Marco (Teramo), viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna trafitta al corpo con 35 coltellate e una siringa conficcata nel petto. È quello di Carmela Rea, detta ''Melania'', moglie 29enne di Salvatore Parolisi, Caporal Maggiore Capo dell'Esercito in servizio al 235mo reggimento Addestramento Volontari ''Piceno''.

La composizione della scena, col cadavere disteso supino in terra, e le numerose ferite inflitte, lasciano ben poco margine di errore agli investigatori: si tratta di un delitto. Al centro delle indagini finisce subito il militare che, nel maggio del 2015, la Corte di Cassazione condanna a 20 anni di reclusione per il reato di omicidio volontario. Oggi, a 9 anni dalla tragica circostanza, restano ancora tanti dubbi irrisolti, numerosi punti oscuri sulla fase esecutoria dell'assissinio. A chi appartiene quella impronta intrisa del sangue della vittima sulla passerella in legno dal boschetto conduce alla ''zona delle altalene''? Perché sul luogo del delitto non sono mai state rilevate tracce di Parolisi? È stato lui ad uccidere Melania? ''Credo esista una elevata probabilità che Parolisi sia innocente e che il colpevole sia all'interno di'un team femminile'', spiega il criminologo Carmelo Lavorino a IlGiornale.it. ''Non c'è nulla da chiarire su questa vicenda, nessun mistero. C'è una sentenza che condanna in via definitiva Parolisi'', commenta, invece, alla nostra redazione il legale della famiglia Rea, l'Avv. Mauro Gionni.

La telefonata di Parolisi al 112

Tutto comincia nel primo pomeriggio del 18 aprile 2011. Melania e Salvatore decidono di portare Vittoria, la figlioletta di 18 mesi nata dopo il matrimonio, presso il Pianoro, località collinare raggiungibile in circa 15/20 minuti da Ascoli Piceno. Verso le 14.45, riferisce Parolisi, Melania si allontana dalla ''zona dell'altalene'' per andare al bagno, presumibilmente quello del vicino bar ristorante Il Cacciatore. Il militare resta con la bambina che, a suo dire, pare non intenda scendere dalla giostra. Dopo circa una ventina di minuti, non vedendo ritornare la moglie, le telefona. Lo fa con insistenza - 10 chiamate, in totale, fino alle 16.28 - salvo poi recarsi egli stesso verso il locale. Dopo una breve ricognizione in auto (riferiscono gli atti) decide di avvertire le forze dell'ordine. Alle 16.34, tramite l'utenza di Parolisi, la signora Giovanna Flammini, titolare del bar Segà, telefona al 112 riferendo che un cliente occasionale non riesce a trovare la moglie. Poi la chiamata passa al Caporale che, in evidente stato di agitazione, racconta quanto accaduto ai carabinieri: ''La sto provando a chiamare ma non mi risponde, lei. Ha detto che doveva andare in bagno e poi non è tornata più. Indossa un paio di jeans, una maglietta nera e un giubbetto blu''. Da quel momento cominciano le ricerche della donna con particolare attenzione alla strada che da San Marco conduce a San Giacomo. Ma è soltanto 48 ore dopo la denuncia di scomparsa, formalizzata alle ore 21 dello stesso giorno, che il cadavere viene ritrovato.

Il mistero della segnalazione anonima: di chi è quella voce?

Il 20 aprile 2011, alle 14.48, un uomo di mezza età, con spiccato accento teramano, telefona da una cabina telefonica di Teramo alla polizia per segnalare l'avvistamento di un cadavere nel bosco delle Casermette. Lo sconosciuto non fornisce all'operatore le proprie generalità ma si limita a riferire quanto ha visto. La chiamata è di brevissima durata: ''Buona sera, telefono per denunciare una cosa. - dice l'interlocutore - A Ripe, chiosco della Pineta, ci sta un corpo per terra. Io stavo facendo una camminata, ciao''. La cabina da cui è stata effettuata la chiamata si trova a circa 12 chilometri dal luogo in cui è riposto il corpo senza vita di Melania, una località raggiungibile a piedi dal centro cittadino attraversando alcuni sentieri che permettono di ridurre in maniera consistente le distanze. Dunque, il telefonista anonimo avrebbe percorso circa 7 chilometri per avvertire la polizia. Ma perché non ha fornito le proprie generalità, di chi si tratta? Nel corso di una puntata di Chi l'ha visto? emerge un non trascurabile dettaglio riguardo alla telefonata. Il chiamante è in compagnia di un'altra persona quando interloquisce con il 113. ''Stai tranquillo, Michè'', si sente in sottofondo prima che l'uomo riagganci. Chi è Michele? La domanda resta tutt'oggi senza risposta nonostante i più disparati appelli della famiglia Rea allo sconosciuto di farsi vivo. ''Purtroppo non lo sapremo mai. - afferma l'avvocato Gionni - Questa è forse l'unica cosa a cui non potremo mai dare risposta. Tutto il resto è stato già ampiamente chiarito e comprovato''.

Le 35 coltellate e quella ''svastica'' nell'interno coscia: sfregio o tentativo di depistaggio?

Il corpo senza vita di Melania viene ritrovato dai carabinieri della stazione di Civitavella del Tronto, pressapoco alle ore 16 del 20 aprile, proprio nel luogo della segnalazione. La scena del crimine è decisamente macabra e d'impatto violento. Il cadavere è disteso supino sul terreno, in parte ricoperto da fogliame e aghi di pino, con il collo intriso di sangue. I jeans, i collant e gli slip sono abbassati fin sotto le ginocchia. Nella parte superiore del tronco e agli arti superiori riporta 29 ferite profonde, verosimilmente inferte con un'arma da punta e taglio, mentre risultano altre sei lesioni nella regione cervico-facciale. Nel petto le è stata conficcata una siringa del tipo usata per far l'insulina. Ma il dettaglio più inquietante riguarda la presenza di ''ferite figurate'' all'interno coscia e in zona ipogastrica. Gli esami autoptici, oltre ad accertare la dinamica dell'aggressione (Melania sarebbe stata sorpresa di spalle mentre espletava i bisogni fisiologici) riferiscono che quelle lesioni superficiali, specie la ''svastica'' nell'interno coscia, sono state inflitte post mortem, almeno un'ora dopo l'assassinio. ''Si tratta di over killing, - spiega il professor Carmelo Lavorino che nel 2011 seguì la vicenda - ferite inferte non per depistare ma di sfregio, una sorta di firma psicologica del disprezzo, dell'invidia, che l'assalitore provava per la vittima. Senza contare che Melania si trova in una posa sguaiata, con i pantaloni abbassati e il corpetto sollevato. Solitamente, quando si uccide un familiare, nell'immediata fase di negazione psichica, si tende ad aggiustare la salma. Nel caso della signora Rea questo non è avvenuto. Quella che in gergo viene definita 'composizione della scena' suggerisce una elevata probabilità che Melania sia stata attirata in una trappola, una congiura femminile. Le ferite figurate sono superficiali, inflitte senza molta violenza''. Fatto sta che per gli investigatori, scartata l'ipotesi del maniaco e quella del fanatico che sfregia il corpo della vittima disegnando svastiche, quei segni sono un chiaro tentativo di depistaggio del killer. Ma chi? I sospetti ricadono su Salvatore Parolisi che, il 21 giugno 2011, finisce nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà''.

La relazione extraconiugale tra Parolisi e l'allieva Ludovica Perrone

Il comportamento anomalo del militare nel giorno della scomparsa di Melania, e in quelli successivi, aprono allo scenario delittuoso di un uxoricidio. Gli inquirenti cominciano a scavare nel passato di Parolisi e, dalle attività di indagini, si evidenzia una relazione extraconiugale del Caporal Maggiore con l'allieva Ludovica Perrone, di 26 anni. Il flirt adulterino tra i due ha inizio prima della nascita della piccola Vittoria. Melania scopre il tradimento del marito nel gennaio del 2010 (lo confermano alcune telefonate intercorse fra le due donne fino ad aprile 2010) ma, nonostante sia molto provata, decide di salvaguardare il matrimonio.Salvatore sminuisce la circostanza promettendo che non ci sarà alcun seguito. In realtà, Parolisi non tronca la relazione con Ludovica e proprio il giorno della scomparsa della moglie, le telefona per dirle di cancellare i suoi contatti. Inoltre, dalle risultanze investigative emerge un incontro concordato con la famiglia della soldatessa per una presentazione ufficiale nei giorni successivi alla Pasqua (maggio 2011). La relazione extraconiugale diventa così un possibile movente e il 21 giugno Salvatore Parolisi viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Vengono ricostruiti gli spostamenti dell’uomo, ascoltati a più riprese i familiari della vittima, l'amante e i colleghi del 235mo Reggimento ''Piceno'' che confermano la prosecuzione della liaison. Inoltre, alcuni testimoni riferiscono di non aver visto nessuno nella ''zona delle altalene'' attorno alle 15. Ma è una dichiarazione di Parolisi, resa ai carabinieri durante un sopralluogo nella zona delle Casermette, a far dubitare gli inquirenti. ''Se trovate delle mie tracce qui - spiega - è perché ho avuto un rapporto sessuale con mia moglie proprio qua, pochi giorni fa''. Ma sulla scena del crimine non viene rinvenuta alcuna traccia biologica del militare. Il sospetto è che stia millantando una circostanza mai verificatasi nel tentativo di giustificare eventuali secrezioni a lui riconducibili in prossimità del chiosco. Una sorta di alibi che segnerà, invece, la sua condanna: Il 19 luglio del 2011 viene prelevato dalla caserma Clementi dai carabinieri in esecuzione di un ordine di custodia cautelare in carcere del gip di Ascoli Piceno Carlo Calvaresi.

Il mistero delle tracce biologiche di Parolisi

Quello che non torna in questo delitto è l'assenza di tracce di Parolisi sulla scena del crimine. Perché? ''Le tracce biologiche (saliva e sperma) del Parolisi sono state individuate sul corpo di Melania e, peraltro, sono le uniche rivelate. Più di così? - spiega Mauro Gionni - Questa è un po' come la storia dei brillanti ritrovati in prossimità del cadavere. Stiamo parlando di uno spazio aperto, contaminato, frequentato da svariate persone. Quelle perline potrebbero essere appartenute a una passante, magari si sono staccate da una borsa o una maglia, nulla di misterioso in quel ritrovamento''. Neanche gli abiti di Parolisi, verosimilmente sporchi del sangue di Melania, sono mai stati ritrovati. Dove li ha gettati? ''Li ha lavati in lavatrice la sera stessa – fuga ogni dubbio la spiegazione del legale – Così come ha lavato l'auto e sé stesso. Il problema è che i vestiti sono stati repertarti nei giorni molti giorni dopo e le tracce di sangue ormai non c'erano più''.

La condanna a 30 anni, poi la riduzione della pena: ''Non c'è crudeltà''

Il 26 ottobre del 2011, il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Teramo condanna Salvatore Parolisi all'ergastolo con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Inoltre, gli vengono comminate le pene accessorie dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione legale e decadenza della potestà genitoriale. Secondo la versione verosimilmente plausibile della vicenda, sarebbe stata proprio Melania a proporre di spostarsi verso la pineta – perché una delle altalene era sporca di escrementi – dove era stata tempo addietro col marito. Arrivati al chiosco, attorno alle ore 15, Parolisi avrebbe indossato i pantaloni e la casacca in goretex che aveva nello zaino munendosi, altresì, del coltello a serramanico. Vittoria si sarebbe addormentata lungo il tragitto verso il Pianoro e per questo si sarebbe trovata ancora in auto. Nel frattempo, Melania si sarebbe abbassata i pantaloni per urinare. A quel punto, il militare avrebbe tentato un approccio sessuale ma la donna lo avrebbe respinto. Da qui la furia omicida: ''L'azione richiede non più di 15 o 20 minuti e sarebbe stata realizzata esclusivamente da Parolisi in preda al dolo d'impeto. Costui si liberava degli indumenti sporchi di sangue e li nascondeva'', scrive la Cassazione in riferimento alla dinamica dell'omicidio ricostruito in primo grado. Il gup ritiene provata la successiva alterazione del cadavere: ''Parolisi tornò al chiosco il 19 o probabilmente la mattina del giorno seguente per ripulire la zona e in tale occasione avrebbe realizzato gli sfregi ed altre operazioni depistanti''. Nella sentenza di secondo grado viene riconfermata la ricostruzione della vicenda ma l'azione omicidiaria sarebbe stata conseguente ad un litigio riguardante la relazione dell'ex Caporal Maggiore con una soldatessa. Nel maggio del 2015, La Corte d'assise d'appello di Perugia decurta da 30 a 20 anni di reclusione la pena. Un ricalco reso necessario dal pronunciamento della Cassazione il precedente 10 febbraio quando la Suprema Corte, pur confermando la colpevolezza dell'imputato, esclude l'aggravante della crudeltà. Un punto fortemente contestato dal legale della famiglia Rea: ''Viene esclusa l'aggravvante della crudeltà perché le coltellate sono state inferte con uno strumento da taglio piccolo e quindi mancherebbe il quid pluris. – spiega l'avvocato Gionni – Ma la crudeltà c'è, eccome. Sebbene la bambina non abbia assistito all'accoltellamento della mamma era comunque presente sul luogo dell'omicidio, verosimilmente dormiva nell'auto parcheggiata a pochi metri. C'è un'aggravante di 'crudeltà mentale' che non è stato preso in considerazione''.

''Non ho ucciso io Melania'': l'assassino mente?

Nonostante la sentenza definitiva, l'ex Caporal Maggiore continua a professarsi innocente. ''C'è una sentenza definitiva che, seppur non riconosce l'aggravante della crudeltà, lo condanna a 20 di reclusione per omicidio volontario. - chiarisce l'avvocato Gionni - Ci sono due elementi sostanziali che provano la sua colpevolezza. In primis, nessuno sapeva che sarebbe andato al Pianoro con la moglie quel pomeriggio se non la mamma di Melania che vive a Napoli. Si tratta di una decisione presa all'ora di pranzo, all'ultimo. Quindi chi mai avrebbe potuto raggiungerlo? Poi, le tracce di dna di Parolisi sul corpo della vittima, specie quelle salivari nella bocca della moglie. La genetista Marina Baldi ha spiegato, al tempo, che le secrezioni di saliva possono essere cancellate con i movimenti della lingua in due minuti. Ciò significa che Parolisi ha baciato Melania un minuto prima di ucciderla visto che sono state trovate''. Di diverso avviso, invece, è il criminologo Carmelo Lavorino: ''C'è una elevata probabilità che non Paroli si innocente. Anzitutto, non ha mai confessato. Poi, non ci sono elementi certi, parlo di dati analitici, che provino la sua colpevolezza. Se fosse stato lui, lo avrebbe fatto, in ogni caso, in concorso con un complice di sesso femminile – lo provano quegli sfregi di disprezzo sul cadavere – Ma io penso che il colpevole sia all'interno di un team femminile''. Qual è la verità? Verosimilmente quella trascritta agli atti, senza ombra di che Melania, di appena 29 anni, è stata uccisa nel modo più crudele e spietato possibile.

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Commenti

audace

Lun, 12/10/2020 - 16:13

mai creduto che Parolisi sia colpevole.

de barba rossano

Lun, 12/10/2020 - 16:32

la violenza degli uomini sulle donne e' inaccettabile. ma non si parla abbastanza della violenza al contrario, spesso sottotraccia, quella delle donne contro gli uomini, spesso piu' fine e psicologica. per non parlare poi di quella degli extracomunitari, quelli che ci pagheranno le pensione a cui tutto e' permesso.

investigator13

Lun, 12/10/2020 - 16:44

che ci sia stata una congiura dei familiari contro Parolisi, è più esatto dire. Parolisi la sera stessa intervistato da Chi l'ha visto? ha dato subito indizi per trovare l'assassino. A riguardo, il vero assassino no lo si troverà mai perchè la dinamica dei media non è quella, la ricostruzione ha tutt'altra dinamica. Per la telefonata si potrebbe collegare una persona tornata sul luogo del delitto per riprendersi il laccio emostatico perduto che si trovato sulla scena del delitto, oppure a conoscenza del delitto stesso per far ritrovare il corpo. Le perline sul corpo di Melania l'anello tolto al dito la dice lunga sui responsabili dell'omicidio di Melania sbandati che bivaccano nei boschi per drogarsi. Personalmente il delitto di Melania lo inquadro con gli altri due trovati in quei boschi anche se distanti mancanti della borsa delle vittime, delitti succedutesi in breve tempo l'uno dall'altro. Melania potrebbe essere stata aggredita e uccisa per derubarla.

Dordolio

Mar, 13/10/2020 - 11:09

Parolisi è il genero o cognato che NESSUNO vorrebbe avere.... Ma è rimasto incastrato nel consueto teorema “Se non è stato lui...chi?” delle procure che NON cercano IL colpevole ma UN colpevole. Ebbi modo credo proprio qui di leggere le motivazioni della sentenza. In sostanza il Parolisi accompagna la moglie a fare pipì, si eccita nel vederla e le chiede un rapporto che lei gli nega. Per questo lui la uccide non accettando la superiorità di lei che può dirgli di no. Ma magari tornare a casa e dopo riprovarci.. no???? Ma che ragionamento fantastico è questo (scritto poi da un giudice...donna...). Analogamente potrei proporre: Parolisi senza orologio chiede alla moglie l’ora. Lei la sa ma non gliela dice. E lui l’assassina non volendole riconoscere il primato di sapere che ora è...