Ecco la verità sulla seconda ondata

Da Matteo Bassetti ad Alberto Zangrillo, sono tanti i virologi che smontano le tesi allarmiste e, dati alla mano, raccontano una verità diversa sul Covid

Ecco la verità sulla seconda ondata

La seconda ondata e il ritorno del lockdown sono lo spauracchio di questi mesi, in attesa del ritorno dell'autunno. L'aumento dei contagi, che nelle ultime settimane procede a ritmo incalzante, sta preoccupando la popolazione, che teme l'arrivo di una nuova quarantena. L'Italia al momento è uno dei Paesi europei che sta contenendo al meglio il numero dei nuovi casi di Covid, a differenza della Germania, della Francia e della Spagna, dove ogni giorno si aggiungono positività a tre zeri. Tuttavia, finora l'aumento dei casi non è collegato a un incremento sensibile dei morti, né in Italia né negli altri Paesi, così come non è al momento incidente sulle terapie intensive, come lo è stato a partire da febbraio, causando a tutti gli effetti l'emergenza sanitaria.

Questo fa ben sperare i virologi come Matteo Bassetti, che sul suo profilo Facebook ha analizzato i numeri dei contagi e della mortalità: "I dati mi sembrano incoraggianti". Nello specifico, il direttore della Clinica malattie infettive dell'Ospedale San Martino di Genova ha voluto esaminare i dati attuali dell'Italia e di altri Paesi che in passato hanno attuato misure stringenti per contenere il contagio e quelli dei Paesi che, invece, sono stati più permissivi: "Sia nei Paesi che hanno utilizzato contromisure più severe contro la pandemia (Italia, Spagna, Germania) che nei Paesi che invece hanno usato metodi molto più 'blandi' (USA, India), dove il virus é praticamente 'sfuggito di mano', i decessi in percentuale sono decisamente calati". Alla luce di questo, Bassetti ipotizza che potrebbe voler dire che "i nuovi contagiati stanno meglio dei primi contagiati, o perché non si ammalano affatto (non é un caso che aumentano gli asintomatici) o perché la malattia è molto più gestibile dal punto di vista medico".

Non c'è allarmismo, quindi, per il professor Bassetti, come non c'è per la dottoressa Gismondo, direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze all'Ospedale Sacco di Milano. Come abbiamo spiegato qui, il problema iniziale del Covid in Italia è stata la sottovalutazione, che ha colto il Paese impreparato. Ora, però, la situazione è diversa e il pericolo vero sembra lontano, tanto che secondo lei "se tutto andrà bene avremo otto, dieci anni di tregua". Anche Alberto Zangrillo, professore all'Ospedale San Raffaele di Milano, è dello stesso avviso, perché dati alla mano sostiene che i contagi non vanno confusi con i malati, attualmente in misura molto inferiore. "Il contagiato è semplicemente colui che è venuto in contatto col virus e fortunatamente non manifesta una sintomatologia clinica tale per cui debba essere di competenza del medico. Essere contagiati di Sars-Cov2 non vuol dire essere malati, non ha alcun significato dal punto di vista clinico-sanitario", ha spiegato Zangrillo ai microfoni di La7.

Ancora più incisivo nel suo pensiero è il dottor Augusto Biasini, ex primario di pediatria all'ospedale Bufalini di Cesena. A Il Resto del Carlino pochi giorni fa ha espresso tutta la sua incredulità per il prolungamento dell'emergenza da parte del governo: "Pur nel rispetto delle persone che a causa del virus sono decedute, io non mi ci ritrovo in questo prolungamento dell’emergenza. I medici sono abituati a curare la malattia, ma di malati non ce ne sono quasi più. Diverso è il compito dei virologi che devono fare i tamponi per verificare a che punto è il virus". Biasini si scaglia anche contro il Cts, colpevole secondo lui di creare "confusione parlando indifferentemente di portatori del virus e malati. Oggi potremmo dire che la pandemia si è trasformata in endemia". Anche il professor Remuzzi è concorde con questa lettura: "I positivi che scopriamo hanno una carica virale bassa, almeno in Lombardia, e sono per lo più asintomatici. Finché non aumentano i ricoveri per Covid in pneumologia e in terapia intensiva possiamo stare abbastanza tranquilli, perché il contagio non si traduce in malattia"

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