Il giallo del delitto di via Poma: "Simonetta Cesaroni conosceva il suo killer"

A trent'anni dal delitto di via Poma, il nome dell'assassino di Simonetta Cesaroni resta ancora un mistero: "Qualcuno a lei molto vicino", rivela il legale della famiglia

Il giallo del delitto di via Poma: "Simonetta Cesaroni conosceva il suo killer"

Il 7 agosto del 1990, in un ufficio di via Poma 2, a Roma, una ragazza viene rinvenuta cadavere col corpo trafitto da 29 fenditure. Si tratta di Simonetta Cesaroni, 21 anni ancora da compiere, assassinata con un tagliacarte mentre sta disbrigando alcune pratiche di lavoro al computer. A trent'anni da quel drammatico pomeriggio estivo, dopo un complesso iter processuale, la sua morte resta un giallo intricato: l'omicida non ha ancora né un volto né un nome. Forse un conoscente, probabilmente uno spasimante respinto, per certo un killer freddo e spietato. Molteplici le ipotesi formulate dagli inquirenti, altrettanto quante le persone finite sul banco degli imputati in queste tre, lunghissime decadi di attesa per la verità. Ma chi ha ucciso Simonetta? "Data l'efferatezza con cui è stata aggredita, e le ferite che le sono state inferte, io credo sia stato qualcuno molto vicino a lei. La vicenda ha tutti i contorni di un delitto passionale, ovvero, di un uomo che rivendica la propria superiorità fisica su una donna", afferma Federica Mondani, legale di Paola Cesaroni, la sorella di Simonetta, a IlGiornale.it.

Chi è Simonetta Cesaroni

Una ragazza di soli 20 anni, nata a Roma il 5 novembre del 1969. Le fotografie diffuse dai mass media dell'epoca, perlopiù giornali e televisioni, la ritraggono in riva al mare, fasciata in un costume bianco e un paio di pantaloncini jeans. Simonetta è di una bellezza disarmante, tanto procace quanto garbata nei lineamenti del volto. Abita nel quartiere Don Bosco di Roma, insieme al papà, Claudio Cesaroni, la mamma Anna Di Giambattista e la sorella Paola. Pochi amici ed un fidanzato, Raniero Busco, del quale è perdutamente innamorata. Sensibile ma, al contempo estremamente volitiva, la giovane lavora come segretaria presso la Reli sas, uno studio commerciale sito in zona Casilina. L'estate del 1990, per arrotondare i guadagni di giugno e luglio, accetta di curare la contabilità dell'A.I.A.G, l'Associazione Italiana Ostelli della Gioventù. A proporle l'impiego, un part-time che le impegna solo due pomeriggi a settimana, è Salvatore Volponi, il suo datore di lavoro. Gli uffici della società si trovano in via Poma 2, al terzo piano della scala B, interno 7. Ed è proprio lì che Simonetta, il pomeriggio del 7 agosto, trascorrerà le sue ultime ore di vita. L'indomani sarebbero cominciate le attesissime ferie estive.

Via Poma 2

Nella vicenda, tutto ruota attorno al lussuoso condominio di via Poma 2. Si tratta di un complesso abitativo ubicato nel quartiere residenziale Prati, alla periferia ovest di Roma. La struttura contempla sei eleganti palizzine che gravitano intorno ad un ampio cortile, arredato con piante esotiche, fiori ed una grossa vasca per i pesci. La gestione dello spazio comune, oltre alla pulizia delle scale, la cura delle aiuole e lo smistamento della posta, è affidata a 3 potieri che si alternano su due o più turni. Il civico 2 non è mai lasciato incustodito e difficilmente vi hanno accesso sconosciuti che non siano ospiti di qualche condomino o clienti di uno dei tanti uffici con sede negli edifici. Ed è per questo motivo che, subito dopo il misfatto, le indagini degli inquirenti si concentreranno proprio tra le mura di quei locali e il truce assassinio di Simonetta sarà rilanciato dai media come "Il delitto di via Poma".

7 agosto 1990

È un torrido martedì estivo. Simonetta Cesaroni raggiunge la sede dell'A.I.A.G, al terzo piano della scala B ''presumibilmente intorno alle 15.45", riferisce la ricostruzione trascritta agli atti. Gli uffici dell'associazione quel pomeriggio sono chiusi al pubblico; per accedervi la ragazza utilizza un mazzo di chiavi imprestatole dai suoi datori di lavoro e che, a seguito dell'assassinio, non sarà mai più ritrovato. Pressapoco alle ore 17.15 telefona ad una sua collega, Luigia Berettini, per ricevere delucidazioni in merito ad una pratica contabile. L'impiegata la richiama alle ore 17.35: è l'ultimo indizio che la 21enne è ancora in vita. Da quel momento, infatti, si apre un 'ampia finestra temporale di delittuoso silenzio e inquietante mistero. Qualcuno s'introduce nell'appartamento di via Poma e colpisce Simonetta con un tagliacarte trafiggendola per ben 29 volte. Non vedendola rincasare per le 20.30, certi che la propria figlia sarebbe rientrata per cena, i coniugi Cesaroni cominciano a preoccuparsi. Un'ora più tardi è la sorella Paola, in compagnia del fidanzato Antonello Barone, a dare inizio alle ricerche dopo aver provato a contattare senza successo il dottor Volponi. La coppia controlla gli ingressi delle stazioni metropolitane e passa al setaccio le vie attigue al quartiere Don Bosco, ma di Simonetta non v'è traccia. A quel punto, i due si dirigono a casa di Volponi che, sorpreso dalla notizia, telefona al socio per chiedere l'indirizzo della sede A.I.A.G. Il gruppo, a cui si aggrega anche Luca Volponi, figlio del datore di lavoro della 20nne, si muove quindi verso il civico di via Poma 2 dove vi giunge pressapoco alle ore 23.30. Dopo essersi introdotti nel condomio, suonano al citofono degli uffici al terzo piano della scala B senza ricevere risposta. Dunque, si rivolgono a Giuseppa De Luca, moglie del portiere Pietro Vanacore, affinché consenta loro di accedere ai locali per un rapido sopralluogo. Dopo aver fatto resistenza per qualche minuto, la donna cede alle insistenze dei 4 sconosciuti spalancando loro le porte dell'interno numero 7. Di là dall'ingresso, nell'ultima stanza in fondo al corridoio, c'è il corpo martoriato di Simonetta.

La scena del crimine

Ventinove coltellate. La giovane giace supina, con il capo riverso, le braccia aperte e le gambe divaricate sul pavimento. È vestita del solo reggiseno abbassato sui capezzoli ed indossa calzini bianchi; il corsetto è appoggiato di traverso sul ventre. Del sangue si è raccolto in una gora dietro la schiena e la testa, tra i capelli scomposti. La stanza appare decisamente in ordine e il computer è ancora acceso, segno che l'aggressore ha agito mentre Simonetta stava lavorando. Lo ha fatto tra le 17.35 e le 18.30, quando la giovane avrebbe dovuto chiamare il suo capo per comunicargli alcuni dati: una telefonata che non è mai arrivata, purtroppo. Non vi sono vistose tracce ematiche sulle superfici, ad eccezione di due striature sulla parete interna ed esterna accanto alla porta e un' altra sulla maniglia. Eppure, la vittima ha perso molto sangue, almeno 3 litri secondo la stima del medico legale Carella-Prada. La scena del delitto è stata ripulita? L'autore dell'efferato assassinio ha agito d'accordo con un complice? "I tre litri di sangue che Simonetta avrebbe perso non sono fuorisciti tutti dal corpo. - spiega l'avvocato Mondani -Questo è un luogo comune che va sfatato. Dopo che le sono stati inferte tre coltellate mortali, l'organismo ha reagito trattenendo i flussi emorragici. Per questo non vi erano grosse pozze di sangue attorno al corpo della ragazza. Non necessariamente chi ha ucciso Simonetta deve essersi avvalso dell'aiuto di un complice per ripulire la stanza. C'era ben poco da ripulire e l'aggressore ha avuto tutto il tempo per agire in tranquillità".

Il portiere Pietro Vanacore

È il primo a salire sul banco degli imputati per rispondere dell'accusa di omicidio aggravato. Pietro Vanacore, meglio noto come Pietrino, viene prelevato dalla propria abitazione e condotto in questura la mattina del 10 agosto 1990. Dalle prime indagini emerge che, contrariamente a quanto da lui asserito, non si trovava nel cortile condominiale con i colleghi tra le 17.35 e le 18.30, orario in cui Simonetta è stata verosimilmente uccisa. Inoltre, secondo gli investigatori, è il solo ad avere accesso a tutti i locali della struttura occupandosi, tra le altre mansioni, di annaffiare le piante dei condomini in vacanza e pulire gli interni delle palazzine. Ad aggravare la sua posizione, ci sono poi le dichiarazioni dell'architetto Cesare Valle, al quale Vanacore presta assistenza per la notte. L'aziano sostiene, a differenza del sospettato, che sia arrivato a casa sua alle 23, un'ora più tardi di quella concordata. Per la Procura, dunque, avrebbe avuto tutto il tempo di commettere il delitto, ripulire la scena del crimine e disfarsi di alcuni effetti personali di Simonetta. Ma dopo 26 giorni di carcere, Pietrino ritorna in libertà in quanto la disamina di alcuni elementi di presunta colpevolezza (una piccola chiazza di sangue rinvenuta sui pantaloni dell'uomo e l'incompatibilità con il Dna prelevato dalle tracce presenti sulla parete accanto alla porta) smentiscono che possa essere stato lui l'autore dell'assassinio. Il suo nome ritornerà a riecheggiare nelle aule del Tribunale di Roma nell'ambito dell'indagini su Federico Valle, nipote dell'anziano architetto. Il capo di imputazione, stavolta, è di favoreggiamento ma l'inconistenza dell'impianto accusatario lasciano cadere i sospetti. Pietro Vanacore si suiciderà il 9 marzo del 2010 gettandosi nelle acque di Torre Ovo, a una quarantina di chilometri da Taranto. "Vent'anni di sospetti ti portano al suicidio", scriverà su un bigliettino prima di farla finita.

I sospetti su Federico Valle

Ad un anno dal delitto, un altro nome finisce nel registro degli indagati. Si tratta di Federico Valle, nipote dell'anziano architetto del condominio di via Poma 2, Cesare Valle. Alla base delle nuove accuse vi sono le dichiarazioni di un tale Roland Voller che riferisce alla polizia di conoscere l'identità dell'assassino. Il pluripregiudicato Voller indica il nome del giovane, al tempo affetto da anoressia, millantando di aver ricevuto alcune confidenze dalla madre del ragazzo, Giuliana Ferrara, preoccupata di aver visto rincasare il figlio con i vestiti sporchi di sangue la sera del 7 agosto 1990. Secondo Voller, Federico Valle avrebbe ucciso Simonetta per vendicare il tradimento del padre con una giovane impiegata degli Ostelli. Ma le sue dichiarazioni saranno "smentite da tutte le risultanze processuali". Anche la circostanza secondo cui il giovane rampollo sarebbe andato a trovare il nonno la sera in cui è morta Simonetta, sarà successivamente smentita. Quanto alla presunta relazione dell'avvocato Raniero Valle con un'altra donna, le indagini chiariranno che si tratta di un rapporto nato a seguito della separazione dalla moglie Giuliana e non concomitante alla durata del matrimonio. Infine, le tracce di sangue rinvenute nei locali dell'interno 7 mostreranno una ''incompatibilità" – riferiscono gli atti - con il Dna del giovane Valle. Le probabilità che possa esser stato lui l'autore dell'omicidio sono prossime allo zero e dunque, in assenza di prove, e appurata la falsità delle dichiarazioni di Voller, la vicenda giudiziaria che lo riguarda viene presto archiviata. Il giovane Federico Voller viene prosciolto.

Dna maschile sugli indumenti intimi di Simonetta: sono del fidanzato Raniero Busco

Nell'estate del 2004, i Carabinieri del Ris sottopongono ad analisi scientifica alcuni effetti personali di Simonetta, tra cui il reggiseno e il corsetto che indossava il giorno in cui è stata uccisa. Si tratta di elementi mai repertati, dimenticati per 14 anni in un impolverato armadio dell'Istituto di Medicina Legale e acquisiti solo qualche mese dopo la richiesta. L'esito dei test segna una svolta significativa nelle indagini: su entrambi gli indumenti viene individuato un Dna di sesso maschile presente, sugli stessi capi, in tracce di liquido biologico (verosimilmente saliva). A gennaio 2007 arriva la relazione del Ris: le secrezioni di saliva trovate sul corpetto e il reggiseno della vittima sono attribuibili al fidanzato Raniero Busco. Il 25enne diviene, pertanto, l'indiziato numero uno per il delitto di via Poma. Nel settembre dello stesso anno viene iscritto nel registro degli indagatii: dovrà rispondere dell'ipotesi di reato di omicidio volontario.

Una relazione burrascosa

Raniero è un giovane di 25 anni, meccanico dell'Alitalia, che vive a pochi passi dal quartiere Don Bosco, dove abita la famiglia Cesaroni. Ha conosciuto Simonetta nell'estate del 2018 mediante amicizie comuni. Dopo un periodo di frequentazione, i due intraprendono una relazione sentimentale ma, fin da subito, il giovane mostra segni di insofferenza nei confronti della compagna. Il rapporto di coppia è tutt'altro che idilliaco. Anzi, mancano complicità e unità di intenti. Simonetta affida alle pagine di un diario il suo dolore per un amore in cui crede ma che non è corrisposto. "Simonetta era una ragazza molto sensibile e dolce, lo si evince dai pensieri che annota nel suo quaderno segreto. – spiega l'avvocato Mondani – In alcuni passaggi del diario definisce Busco 'un mostro'. Il fidanzato viene descritto più volte come una persona aggressiva, violenta". Particolarmente significative sono le parole della giovane contenute nella ''Lettera a Babbo Natale'' del 1889 in cui esprime il disagio per una relazione che vive con maggiore intensità rispetto al partner. "Quante volte mi sono alzata la mattina pensando che l'avrei fatta subito finita, ma una volta davanti a lui non ne ho la forza", scrive Simonetta. Nelle motivazioni della sentenza che condannerà in primo grado Raniero Busco a 24 anni di carcere si legge: "...Lo spaccato dell'infelice rapporto che emerge dalle lettere della ragazza è compatibile con la presenza di Busco in via Poma quel pomeriggio". Le lettere di Simonetta, le confidenze fatte alle amiche, saranno formalizzate agli atti quali elemento indiziario della presunta colpevolezza del fidanzato. Busco smentisce la condotta violenta nei confronti della giovane compagna: "Era un rapporto normalissimo tra due ragazzi di 20 anni", spiega durante una intervista rilasciata in esclusiva al programma Porta a Porta di Bruno Vespa in data 29 aprile 2010.

Quel morso sul seno di Simonetta

Al termine del processo di primo grado, il 26 gennaio 2011, Raniero Busco viene riconosciuto colpevole dell'assassinio di Simonetta Cesaroni e condanato a 24 anni di reclusione. "Su di lui gravavano numerosi indizi. - spiega l'avvocato Mondani - Mi riferisco all'assenza di un alibi forte, alle tracce di Dna rinvenute sugli indumenti di Simonetta ma soprattutto, a quel morso sul seno sinistro della ragazza. Ricordo che la prima perizia su questo punto era stata fatta da una persona preparata ma si trattava di un esperto balistico. In un caso del genere, bisognava puntare su expertise di assoluto livello, anche cercando persone all'estero ma ciò non è stato fatto. Sarebbe bastato qualche approfondimento in più per togliersi tutti i dubbi". Attraverso una indagine approfondita emergono, infatti, nuovi indizi di colpevolezza a carico del giovane. Un morso che la vittima riporta in possimità al capezzolo del seno sinistro acquisisce fondamentale importanza ai fini processuali. Sebbene lui neghi di aver mai inferto a Simonetta quella ferita, la verità scientifica, o supposta tale, suggerisce altre conclusioni. Il medico legale, autore dell'autopsia, afferma che ''il segno sul seno sinistro della vittima, probabilmente un morso, è stato inferto contestualmente all'omicidio". Al processo, i consulenti della Pocura preciseranno: "L'unico Dna trovato sulla scena del delitto è riferibile a Busco ed è sulla parte sinistra del reggiseno e corpetto, proprio dove c'era il morso. In più, le caratteristiche del morso – dicono – sono così particolari da renderlo pressoché unico e riconducibile alla dentatura di Busco". Per questo ed altri elementi indiziari, la Corte dichiara Raniero Busco colpevole del reato di ''omicidio aggravato da sevizie e crudeltà verso la vittima".

L'assoluzione di Raniero Busco

Nel processo di Appello del 2012 Raniero Busco viene assolto ''per non aver commesso il fatto''. Successivamente, in data 26 febbraio 2014, la Cassazione conferma la sentenza scagionando definitivamente l'imputato da un coinvolgimento nei fatti di via Poma. Nelle trenta pagine di motivazioni, il relatore Giacomo Rocchi sottolinea come da parte dei giudici dei precedenti gradi di giudizio "non vengono taciuti i punti oscuri della vicenda". In particolare, per quel che riguarda le tracce di Dna e il morso sul seno, la Cassazione scrive che "si dimostra la insostenibilità della sua attribuzione a Busco e dell'origine salivare del Dna presente sui capi di vestiario repertati". Questa incertezza, aggiunge la Corte, non può "essere colmata in modo diverso: la Corte territoriale dimostra, infatti, che la ricostruzione adottata nella sentenza di primo grado è suggestiva, ma ampiamente congetturale in ordine a vari aspetti, come l'effettuazione della telefonata da Simonetta Cesaroni a Busco all'ora di pranzo di quel giorno, il contenuto di tale telefonata, la conoscenza da parte di Busco del luogo dove la Cesaroni lavorava, la spontaneità della svestizione da parte della vittima, l'autore dell'opera di ripulitura della stanza, le modalità e i tempi di tale condotta, movente dell'omicidio, la falsità dell'alibi da parte dell'imputato". Quanto alla prova regina del morso, il dottor Emilio Nuzzolese, esperto di odontologia forense tra i periti del pool difensivo, chiarisce che l'origine di quella lesione è ''suggestiva''' di morso parziale ma non per questo imputabile univocamente ad una causa. Gli esami dei Ris non confermano la corrispondenza esatta della ferita al seno di Simonetta con la dentatura dell'imputato.

Chi ha ucciso Simonetta?

Con la chiusura del processo, ogni speranza di fare luce sul truce delitto di via Poma si affievolisce . A distanza di trent'anni da quel maledetto martedì 7 agosto 1990 resta un unico, grande dilemma: Chi ha ucciso Simonetta? "Sicuramente qualcuno che la conosceva, qualcuno a lei molto vicino sentimentalmente. - spiega l'avvocato Federica Mondani - Un uomo che ha voluto rivendicare la propria supremazia, anche sessuale, sulla ragazza. Io credo che in primo grado di giudizio sia stata fatta una ricostruzione molto verosimile della vicenda, poi la Cassazione è giunta a conclusioni differenti. Il magistrato del processo di primo grado, Ilaria Calò, ha fatto un lavoro ecomiabile, senza risparmiarsi e mettendo in campo tutti gli strumenti possibili". Resta un grande vuoto e un dolore incolmabile, quello della famiglia di Simonetta: "La famiglia Cesaroni purtroppo non ha potuto fare altro che abbracciare questo dolore. - conclude il legale - Ma la sensazione è che le istituzioni non abbiano fatto abbastanza. La morte di Simonetta meritava, e merita ancora giustizia. L'indagine può riaprire in qualunque momento ma a questo punto serve un segnale dalla Procura che in questi ultimi anni non è arrivato".

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