Guerra in Israele

Israele non si ferma. Ma il vero problema è quello che verrà

Netanyahu lo ha detto ieri in modo molto chiaro: la guerra finirà solo con la distruzione di Hamas

Israele non si ferma. Ma il vero problema è quello che verrà

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Netanyahu lo ha detto ieri in modo molto chiaro: la guerra finirà solo con la distruzione di Hamas, quindi nessuna tregua e tantomeno pace imminente tra Israele e il governo terrorista palestinese che controlla la Striscia di Gaza ed è responsabile della strage del 7 ottobre. La cosa non sorprende, anche se nelle ultime ore c'è chi aveva lavorato (e sperato, Stati Uniti in testa) per una soluzione diversa e rapida della crisi. Sul tenere duro per la fine di Hamas il leader israeliano ha certamente l'appoggio della stragrande maggioranza del suo popolo, la comprensione dell'Occidente e, paradossalmente, la complicità occulta di una parte importante del mondo arabo (Egitto, Giordania e Arabia Saudita) che vede in Hamas una minaccia al lavoro di distensione con l'Occidente in corso da qualche anno.

Il fatto che l'esercito israeliano proceda speditamente ad occupare la Striscia di Gaza a caccia di terroristi può essere per la comunità internazionale un problema, ma non il problema principale. Il vero nodo politico oggi divisivo è infatti: che cosa succederà e cosa si dovrà fare il giorno in cui le armi taceranno? Nel senso che, se Israele dovesse lasciare il lavoro a metà ritirandosi dalla Striscia, è chiaro e ovvio che il cancro di Hamas - per quanto indebolito - tornerebbe velocemente a crescere e a infettare qualsiasi soluzione diplomatica, desideroso di vendicarsi il più presto possibile. Questo Israele non può permetterselo e da qui la decisione di ieri di non fermarsi. Ma ciò non annulla il problema del «dopo», perché è chiaro che, anche una volta preso il controllo di tutta la Striscia, non è immaginabile che Israele se la annetta come se niente fosse, sia per ovvi motivi di equilibri politici mondiali, sia per questioni militari e, non ultimo, economiche. Su questo punto neppure Netanyahu ha le idee chiare, cosa che lo costringe a non fermare l'esercito prima di aver individuato una soluzione percorribile in sicurezza.

Perché la formula «due popoli due Stati» è al momento una scatola vuota, certamente apprezzabile, ma priva di contenuti concreti. E qui, più che da Israele, il guizzo deve venire dal mondo arabo, l'unico attore che può provare a mettere in campo uno Stato palestinese autonomo in grado di garantire il diritto all'esistenza pacifica di Israele. Ci vorranno mesi, se non, addirittura anni.

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