L'Ong di Carola ci sfida ancora Le operazioni per l'"invasione"

La Sea Watch continua a portare migranti nel nostro Paese. Il caso Carola non è servito. E al Viminale non c'è più Salvini

L'Ong di Carola ci sfida ancora Le operazioni per l'"invasione"

La Sea Watch è tornata operativa da pochi giorni e già sta dando dimostrazione delle intenzioni che ha preannunciato lo scorso 4 giugno quando, attraverso Twitter, aveva dichiarato di essere pronta a navigare nel Mediterraneo. Ben tre salvataggi in 48 ore. La nave tedesca è tornata attiva giorno 17 mettendo in salvo 100 migranti dopo averli recuperati vicino le coste libiche. Poi un’altra operazione con la quale sono state salvate 65 persone ed infine, altri 46 extracomunitari in difficoltà. In quest’ultimo caso, la nave ha iniziato le operazioni di ricerca dopo l’allerta lanciata da Alarm Phone.

Per un totale di 211 migranti salvati e che adesso sono stati trasferiti all'interno della nave Moby Zazà che si trova nel porto di Porto Empedocle, questa volta non c'è stato alcun tira e molla tra i Paesi membri dell'Unione Europea e l'Italia. Ma il fenomeno migratorio non si fermerà qui e nemmeno l'attività delle Ong. Di conseguenza gli occhi sono puntati sulle prossime mosse del governo giallorosso che più volte, in queste occasioni, ha dimostrato di essere debole rispetto alle altre autorità internazionali con l’apertura dei propri porti.

Che la Sea Watch sia ormai operativa è un dato di fatto e, se questi sono i presupposti, ci si dovrà aspettare un’intensa attività per tutta l’estate. Lo stesso non si può dire per l’Aita Mari e l’Alan Kurdi, le due navi Ong attive fino a metà aprile, nonostante il lockdown, ferme al porto di Palermo dopo le operazioni compiute in quel periodo. Qui, sono state sottoposte a fermo amministrativo da parte della Guardia Costiera perché ritenute non a norma. Al contrario la nave tedesca, darà quasi certamente da lavorare alle autorità italiane nei prossimi giorni.

La nave di Karola Rackete

Non è una novità che la Sea Watch “porti lavoro” ai governi dell’Unione Europea e all’Italia in particolare. È passato quasi un anno infatti da quando si è aperto il caso giudiziario più eclatante degli ultimi anni avente come protagonista il comandante Karola Rackete. Era lo scorso 12 giugno quando la nave tedesca guidata dalla Rackete, ha soccorso 52 persone su un gommone a circa 47 miglia di Zawiya, vicino la Libia.

Qui accade che dopo le operazioni di soccorso, l’Ong fa sapere di aver ricevuto dalla “Libyan Navy Coast Guard” l’indicazione di utilizzare Tripoli come luogo sicuro per i migranti a bordo della nave. Allo stesso tempo però, Sea Watch fa sapere di avere tutt’altra intenzione perché non ritiene la Libia un porto sicuro. In quel periodo, il governo italiano ha colore gialloverde e alla guida del ministero dell’Interno Matteo Salvini. Quest’ultimo, alle dichiarazioni della nave tedesca reagisce mettendo le mani avanti preannunciando che se l’Ong non avesse portato i migranti in Libia sarebbe andata incontro a delle responsabilità.

Per la Rckete l’unico porto sicuro e più vicino al punto in cui è posizionata la nave, è quello di Lampedusa.Nel frattempo, a ritenere non sicuro il porto libico è anche la stessa Commissione europea. Dunque, la Sea Watch, in un primo momento, si spinge al limite delle acque territoriali italiane senza oltrepassarle in virtù delle disposizioni contenute nel “Decreto Sicurezza” voluto da Matteo Salvini che, consente al ministero dell’Interno di impedire l’ingresso nella acque di competenza del territorio italiano di alcune navi per motivi di ordine e sicurezza. Nel frattempo le condizioni igienico sanitarie a bordo dell’imbarcazione divengono sempre più precarie così la notte tra il 28 e il 29 giungo, il comandante Rackete decide di fare ingresso nel porto di Lampedusa facendo sbarcare i richiedenti asilo. Nella manovra per approdare al porto il comandante tedesco sperona una motovedetta della guardia di finanza, viene arrestata e poi sottoposta a processo con le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza a pubblico ufficiale.

La vicenda giudiziaria

Subito dopo l’episodio del 29 giugno, Carola Rackete è stata posta agli arresti domiciliari con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e trasferita, tramite una motovedetta delle Fiamme Gialle, ad Agrigento per l’interrogatorio all’interno del tribunale della città siciliana. Nel frattempo il caso era diventato oramai di dominio internazionale: sotto il profilo mediatico e politico, quanto accaduto all’imbocco del porto di Lampedusa in quei giorni e non solo, ha rappresentato l’avvenimento più seguito.

Il primo luglio, per tutto il giorno, si è creata una vera e propria ressa di giornalisti dove dimorava in quel momento, sempre sotto il regime di arresti domiciliari, Carola Rackete. Si trattava di un appartamento della centrale via Dante, scelto dai difensori della capitana tedesca in attesa della decisione del Gip di Agrigento sull’eventuale scarcerazione. E proprio questo passaggio ha rappresentato il primo colpo di scena giudiziario: nel tardo pomeriggio del 1 luglio infatti, il Gip Alessandra Vella non ha accolto la richiesta della Procura guidata da Luigi Patronaggio, che aveva invece chiesto la convalida dell’arresto per le accuse di resistenza a navi da guerra, resistenza a pubblico ufficiale e per aver trasgredito al decreto sicurezza.

Secondo il magistrato che ha disposto invece la liberazione di Carola Rackete, la motovedetta delle Fiamme Gialle non era da considerare nave da guerra, inoltre sempre secondo Alessandra Vella il decreto sicurezza non poteva essere applicato in quanto, seguendo l’interpretazione del Gip, la norma valeva soltanto per le condotte degli scafisti e non per le azioni di salvataggio. Inoltre il magistrato ha ritenuto “obbligata” la scelta di Lampedusa come porto di attracco in quanto Libia e Tunisia non possono essere considerati porti sicuri. Dopo la scarcerazione, le polemiche a livello politico sono aumentate con l’allora ministro Salvini che ha commentato amaramente quanto deciso dal Gip di Agrigento.

La vicenda giudiziaria tuttavia non si è conclusa in quel momento: il 17 luglio infatti, la procura della città siciliana ha presentato ricorso contro la scarcerazione, il giorno seguente i magistrati agrigentini hanno nuovamente interrogato Carola Rackete. L’inchiesta è andata avanti, con la nave Sea Watch 3 posta sotto sequestro all’interno del porto di Licata. Da qui il mezzo usato dall’Ong tedesca è uscito soltanto a dicembre, quando è stato tolto anche il fermo amministrativo.

Un altro sviluppo importante sull’inchiesta, si è avuto con l’anno nuovo: il 17 gennaio scorso infatti, la Cassazione ha respinto il ricorso della procura di Agrigento, confermando quindi la decisione del Gip Alessandra Vella di scarcerare Carola Rackete. Il 12 febbraio invece, i magistrati agrigentini hanno richiesto un ulteriore supplemento di indagini: altri sei mesi per portare a termine le inchieste avviate sull’accaduto del 29 giugno 2019. Attualmente dunque la vicenda giudiziaria non è ufficialmente conclusa: le indagini stanno andando avanti e sono principalmente due i filoni portati avanti, tra l’inchiesta sul comportamento tenuto da Carola Rackete nel giorno dello speronamento della motovedetta e quella sul presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Tuttavia, soprattutto su questo filone, l’orientamento emerso dagli uffici della procura di Agrigento, così come dichiarato da fonti interne al tribunale siciliano, è quello di procedere verso la richiesta di archiviazione.

Cosa aspettarci nelle prossime settimane

Quanto accaduto un anno fa, ha indubbiamente rappresentato un momento molto critico a livello politico e mediatico. Il caso Sea Watch ha monopolizzato per settimane intere l’attenzione, alimentando anche dibattiti e scontri molto aspri sull’immigrazione. Nell’ambito del braccio di ferro tra l’allora governo gialloverde e le Ong, lo speronamento della motovedetta della Finanza operato da Carola Rackete ha forse rappresentato un vero e proprio spartiacque, un precedente importante a cui hanno fatto seguito le azioni di altre organizzazioni impegnate nel Mediterraneo ed altri duelli mediatici e politici sul tema. Ecco quindi perché, con la Sea Watch 3 di nuovo in mare, è lecito andare indietro con la memoria ed attendersi altri importanti risvolti politici. L’organizzazione che ha rivendicato l’ingresso a Lampedusa con tanto di speronamento di una motovedetta, di certo non mancherà di giustificare altre eventuali forzature nonostante l’emergenza coronavirus non sia ancora finita.

E con i 211 migranti a bordo della nave già sbarcati a Porto Empedocle, adesso c’è da chiedersi come si muoverà la politica. Il governo, dopo una prima risposta negativa data nella giornata di sabato, ha successivamente dato il suo benestare. Le opposizioni temono un atteggiamento più “benevolo” nei confronti dell’Ong al centro delle polemiche più importanti della scorsa estate. In mezzo, anche la domanda di molti circa l’attuale status dei porti italiani: sono adesso ritenuti sicuri dopo che lo scorso 8 aprile il governo li ha chiusi alle navi umanitarie fino alla fine dell’emergenza coronavirus? Quest’ultima, è bene ricordarlo, ufficialmente dovrebbe terminare soltanto il 31 luglio scorso.

In generale, non è forse un caso che la prima potenziale querelle estiva relativa alle Ong, abbia nella Sea Watch la propria possibile base. Lo scorso anno la vicenda connessa all’azione di Carola Rackete ha contraddistinto il dibattito durante l’ultima fase del governo Lega – M5s, oggi la rinnovata presenza in acque internazionali con dei migranti a bordo da parte dell’Ong tedesca potrebbe dare adito a nuove turbolenze interne alla maggioranza giallorossa. Questo in un momento in cui, tra rimozione dei decreti sicurezza e sanatorie varie, il tema migratorio è tornato ad essere al centro del dibattito politico.