Rinchiusa in casa con tampone negativo: vince il ricorso contro l'Ats

Il Tar della Lombardia dà ragione al genitore di una studentessa 13enne costretta alla quarantena di quattordici giorni a causa delle varianti del Covid

Rinchiusa in casa con tampone negativo: vince il ricorso contro l'Ats

Un pronunciamento del Tribunale amministrativo regionale che potrebbe fare scuola e spingere altre persone a presentare ricorso. I protagonisti della vicenda sono una ragazza di 13 anni con la passione per la pallavolo e l’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Milano. La storia: in una scuola un alunno risulta positivo al Covid-19 e l’Ats mette in quarantena tutta la classe per quattordici giorni. Tra gli studenti, una 13enne, che è costretta a saltare gli allenamenti in palestra e la finale di campionato a causa della restrizione obbligatoria. Il padre della piccola sportiva non ci sta, la figlia è disperata e depressa e quindi decide di ricorrere al Tar della Lombardia per chiedere di sospendere il provvedimento o perlomeno di "liberare" la ragazzina dopo dieci giorni e un tampone negativo.

In un solo giorno arriva anche la sentenza: l’istanza è accolta e la 13enne può riprendere la vita di sempre dopo quasi una settimana di quarantena e un test molecolare negativo, che la ragazza esegue immediatamente, ricevendo la notizia che non ha contratto il Coronavirus. La motivazione del Tribunale amministrativo regionale è riportata dal Corriere della Sera. L’Ats non indica per quale ragione impone l'isolamento “extra-large”. E invece dovrebbe, viste gli “eventuali diritti fondamentali quali la libertà di circolazione e la libertà di espressione della personalità della minore”.

La ragazza è tornata immediatamente in palestra e ha ripreso gli allenamenti. Teoricamente potrebbe riprendere anche le lezioni a scuola, ma il padre, che è un avvocato, ha deciso di aspettare. “Dovrei far tornare in classe tutti i docenti – dice – ma solo per lei non mi sento di creare problemi. Sono soddisfatto che è prevalso il buon senso; va bene il diritto alla salute, ma va contemperato con gli altri diritti fondamentali”. L’Agenzia di tutela della salute, comunque, spiega il motivo di una norma così stringente. I ragazzi vengono chiusi in casa per quattordici giorni e non per dieci a causa delle varianti, molto più contagiose, che in Lombardia sono responsabili di buona parte dei casi di Covid-19.

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