Gli scatti segreti del reporter: cosa c'è dietro questa foto

Il 14 maggio del 1977, durante gli scontri di via De Amicis, l'agente Antonio Custra fu ucciso da alcuni militanti dell'Autonomia Operaia. "La verità era in una serie di fotografie tenute nascoste", racconta a ilGiornale.it il magistrato Guido Salvini

Gli scatti segreti del reporter di sinistra: cosa c'è dietro la foto simbolo degli Anni di piombo

Un colpo sordo di Beretta 7,65 alla fronte. Fu così che Antonio Custra, vicebrigadiere del 3° Reparto Celere della Polizia di Milano, perse la vita all'età di soli 25 anni durante gli scontri di Via De Amicis del 14 maggio del 1977. Ad aprire il fuoco contro l'agente furono alcuni militanti delle file armate di Autonomia Operaia, il collettivo della sinistra extraparlamentare che ridusse a ferro e fuoco il capoluogo lombardo, mietendo numerose vittime durante gli Anni di piombo.

"Furono anni terribili per noi della polizia, rischiavamo la pelle ogni giorno. I cortei armati e le manifestazioni violente erano quasi di routine. Bastava poco per scatenare l'inferno e trasformare una piazza qualunque in teatro di guerra. Talvolta accadeva che i manifestanti ci sparassero addosso senza alcun motivo, da un momento all'altro. Vivevamo in un clima di tensione a dir poco angosciante, in stato perenne di massima allerta", racconta a ilGiornale.it Carmine Abagnale, uno degli agenti del 3° Reparto Celere schierati in Via De Amicis durante gli scontri.

Ma chi sparò al vicebrigadiere Custra? "Quella di via De Amicis è una storia di fotografi e fotografie. L'identità degli sparatori rimase irrivelata fino a quando, qualche anno dopo la sparatoria, recuperammo il rullino che conteneva la foto decisiva per inchiodare i responsabili dell'assalto", spiega alla nostra redazione il magistrato Guido Salvini, giudice istruttore nel seconda fase delle indagini per l'omicidio Custra.

Gli albori del terrorismo milanese

Cortei armati, assalti alle sedi istituzionali e scontri di piazza. Verso la fine degli anni '70 una scia di violenza implacabile investì Milano, anticipando di misura il periodo del "terrorismo rosso" dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) e delle forze brigatiste. Le tensioni tra i rappresentanti dello Stato e le milizie eversive si esacerbarono nella primavera del 1977, quando vi fu la massima espansione dell'Autonomia Operaia e di frange estremiste della sinistra extraparlamentare. Un anno dopo, il 9 maggio del 1978, Aldo Moro fu assassinato a Roma. "Il 1977 fu un anno contrassegnato dalle contestazioni universitarie ma anche da eventi molto tragici - spiega il magistrato Guido Salvini - C'erano i cosiddetti 'cortei armati', ovvero collettivi autonomi dotati di armi (generalmente pistole) che colpivano le sedi degli industriali e gli obiettivi istituzionali. I punti di forza di queste frange eversive dell'Autonomia, ovvero le città dove ottenevano maggior numero di adesioni, erano Roma, Bologna e Milano. E fu proprio in queste 'grandi piazze' che accaddero degli episodi molto gravi. Nel marzo del'77 a Bologna rimase ucciso uno studente legato all'Autonomia, Francesco Lo Russo. Il 21 aprile 1977 a Milano, durante gli scontri tra la polizia e gli studenti dell'università, fu ucciso l'agente di pubblica sicurezza Settimio Passamonti. In questo clima di tensione si inserirono, qualche settimana più tardi, gli scontri di Via De Amicis".

La manifestazione del 14 maggio 1977

Per il pomeriggio del 14 maggio del 1977 è stata indetta dai gruppi dell'estrema sinistra, con l'adesione dei collettivi dell'area dell'Autonomia milanese, una manifestazione di protesta contro "la repressione" e, in particolare, per l'arresto degli avvocati di Soccorso Rosso Sergio Spazzali e Giovanni Cappelli, in seguito condannati entrambi per associazione sovversiva. Il corteo si muove alle ore 16,30 da Piazza Santo Stefano ed effettua il giro del centro cittadino di Milano. All'altezza dell'incrocio tra via San Vittore e via Olona, circa 500 giovani dell'area dell'Autonomia Operaia si staccano dal grosso del corteo lasciando le forze dell'estrema sinistra che concludono la manifestazione senza incidenti. I rimostranti dell'Autonomia, invece, decidono di percorrere le vie adiacenti il carcere (Via San Vittore, Corso di Porta Vercellina, Viale Papiniano), lanciando slogan al di fuori delle mura della casa circondariale.

"Fino a quel momento il corteo era avanzato senza particolari scontri - prosegue ancora il magistrato - Poi però a un certo punto il corteo si biforca. I gruppi più legalitari proseguono la manifestazione pacificamente concludendo la giornata con un comizio vicino all'università. Gli autonomi invece cominciano a girare attorno al carcere di San Vittore. Già lì, si notano degli atteggiamenti bellicosi: qualcuno ha delle pistole nascoste sotto la giacca, altri lanciano slogan contro le mura carcerarie. Tuttavia non accade nulla. Giunto all'angolo tra via Olona e via De Amicis, i manifestanti vedono una colonna della polizia che avanza da via Molino delle Armi, dal lato opposto di via De Amicis. Ovviamente alla vista del corteo i poliziotti si attestano ma senza alcuna volontà di attaccare i manifestanti. Dal corteo si staccano alcune decine di militanti delle strutture più pericolose dell'Autonomia e soprattutto di un collettivo di quartiere, il Romana Vittoria, che tra le sue file conta alcuni dei personaggi che entreranno nel terrorismo vero e proprio degli anni successivi. Inizialmente viene incendiato un autobus, poi vengono lanciate bottiglie incendiarie da alcuni rimostranti. A un certo punto però accade l'imprevedibile. I 'militanti duri', quelli dotati di armi (P38, pistole da tiro e fucili a canna mozza), aprono il fuoco contro gli agenti ferendo a morte il vicebrigadiere Antonio Custra".

"Romana Fuori": fuoco sulla polizia in Via De Amicis

Improvvisamente un gruppo di manifestanti si fa avanti in direzione della polizia. Qualcuno dal fondo della strada grida "Romana fuori", dando inizio alla sparatoria. In men che non si dica via De Amicis si trasforma in una polveriera a cielo aperto. Da un lato ci sono i militanti armati del Collettivo Romana che esplodono colpi di P38 e simili, dall'altro gli agenti del 3° Reparto Celere che, dopo aver tentato invano di sedare le tensioni, sono costretti a rispondere al fuoco. La guerriglia dura poco più che una manciata di minuti, quel tanto che basta a uccidere il vicebrigadiere Antonio Custra, ferito mortalmente alla fronte con una Beretta 7,65.

"Noi eravamo in piazza del Duomo di 'pronto impiego', cioè, pronti a intervenire in caso di necessità – spiega l'ex capo del 3° Celere Carmine Abagnale che il 14 maggio del '77 era schierato in via De Amicis – Dalla centrale ci segnalarono che alcuni manifestanti stavano transitando dal carcere di San Vittore e quindi ci chiesero di andare sul posto per accertare che non vi fossero scontri. Dal momento che corso Magenta era occupato da alcuni partecipanti al corteo, decidemmo di deviare per via De Amicis in modo da raggiungere agevolmente la casa circondariale. Giunti all'angolo tra via Molino delle Armi e via De Amicis, notammo la presenza di un numero sparuto di dimostranti – saranno stati una ventina – venire nella nostra direzione. Mentre provavamo a capire cosa stesse accadendo, fu dato alle fiamme un autobus proprio davanti ai nostri occhi. A quel punto, ci rendemmo conto che la situazione stava degenerando e, nonostante avessimo tentato invano di non rispondere all'attacco, fummo raggiunti dagli spari. Custra stava scendendo dalla camionetta quando improvvisamente si accasciò al suolo. Non capimmo subito che fosse ferito perché c'era fumo ovunque e soprattutto un grandissima concitazione. Dopo pochi minuti, quando si esaurirono gli spari, notammo che Custra era gravemente ferito. Ci attivammo per allertare i soccorsi ma, nonostante il trasporto in ospedale, non vi fu nulla da fare. Morì all'alba del giorno, a soli 25 anni, lasciando la moglie incinta al settimo mese di gravidanza. Quella sparatoria durò pochi minuti ma ebbe un esito drammatico. Non credo lo dimenticherò mai".

Le prime indagini e la foto "iconica" di Giuseppe Memeo

La polizia scientifica reperta in via De Amicis 11 bossoli e 5 proiettili di una calibro 7,65. Tuttavia non viene annotato il punto esatto in cui ogni colpo è stato rinvenuto, circostanza che impedisce di ricostruire l'esatta dinamica dell'assalto. Una parziale svolta nelle indagini giunge grazie all'acquisizione del materiale fotografico fornito da due fotografi freelance che, per ragioni professionali, hanno seguito il gruppo di attaccanti per un ampio tratto del lato destro di via De Amicis. I fotoreporter Dino Fracchia e Paolo Pedrizzetti mettono a disposizione degli inquirenti due serie di immagini che immortalano le fasi salienti della sparatoria. Molte fotografie infatti raffigurano gli aggressori sia durante la fase di attacco che di ritirata. Alcuni sono in posizione di sparo come la foto "iconica" di Giuseppe Memeo – terrorista di spicco dei Pac coinvolto nell'omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani – che diventerà l'immagine-simbolo degli Anni di Piombo. "La foto di Giuseppe Memeo, accucciato che spara contro la polizia con una calibro 22, è stata iconica del '77 - spiega il magistrato Salvini - Tuttavia non è questo lo scatto decisivo della vicenda di Via De Amicis. In realtà l'immagine di Memeo che spara si colloca nel momento successivo alla morte del vicebrigadiere Custra, quando il collettivo Romana Vittoria sta già battendo in ritirata. Dunque non è stato lui a sparare al vicebrigadiere e neanche i tre studenti del Cattaneo che sono stati arrestati nei giorni successivi all'assalto, per quanto 'complici morali' dell'omicidio".

Al termine della prima fase di indagine, vengono arrestati tre giovani studenti dell'Istituto Cattaneo. Si tratta di Maurizio Azzolini, Massimo Sandrini e Walter Grecchi, minorenni i primi due e di poco maggiore il terzo. L'accusa nei confronti dei tre ragazzi è di concorso in omicidio, tentato omicidio e altri reati annessi ai fatti di Via De Amicis. I risvolti successivi delle investigazioni proveranno che gli studenti hanno partecipato alla manifestazione e aperto il fuoco contro la polizia ma non hanno ucciso Custra. La sentenza d' appello, che li prosciolse per i reati più gravi (omicidio volontario e tentato omicidio), fu annullata dalla Cassazione. Nel 1982 i tre vengono di nuovo condannati: 14 anni e 7 mesi per Grecchi, 9 anni e 11 mesi per gli altri due. La vicenda giudiziaria si chiude senza il nome del vero colpevole.

La verità in un rullino tenuto nascosto

Qualche anno più tardi il magistrato Guido Salvini decide di riaprire il caso. La chiave di volta del giallo è contenuta in un rullino fotografico mai rinvenuto durante la prima istruttoria. Si tratta delle immagini scattate dal fotoreporter Antonio Conti, freelance vicino agli ambienti di estrema sinistra, che consentono di individuare il volto e la posizione esatta degli sparatori di Via De Amicis. Fino a quel momento "non si era mai saputo chi erano i veri sparatori, ovvero il 'gruppo dei duri' che si era lanciato contro la polizia - spiega il magistrato - Quando ho ripreso in mano il caso, agli inizi degli anni '80, è emersa una nuova verità. A un certo punto, un testimone – il fotografo Marco Bini – mi fece notare che nelle fotografie scattate dagli altri reporter si vedeva un fotografo, parzialmente nascosto da un albero, che non era mai stato identificato. Si trattava di Antonio Conti, un freelance vicino agli ambienti dell'Autonomia, che non aveva mai consegnato i suoi rullini alla polizia. Dunque decidemmo di perquisire la sua abitazione, ove ritrovammo delle foto molto importanti degli scontri di via De Amicis. Una in particolare risultò decisiva per ricostruire identità e posizione degli sparatori, ossia quella in cui il gruppo avanzava verso la polizia proprio nel momento in cui moriva Custra. Da quegli scatti fu possibile quindi individuare chi aprì il fuoco: da Marco Barbone ad altri che, successivamente ai fatti del maggio 1977, passarono nelle vere e proprie milizie armate degli anni di terrore".

Chi ha ucciso Custra? I nomi degli sparatori

Quasi tutti i militanti intercettati dal magistrato Guido Salvini confessano di aver partecipato agli scontri di via De Amicis. Si tratta perlopiù degli esponenti di spicco dell'Autonomia che, negli anni successivi, passeranno alla lotta armata. "Chi non confessa è Pietro Macini, uno dei capi dell'Autonomia che fuggirà in Brasile e non pagherà mai il suo conto con la Giustizia - prosegue il giudice – Nega di aver partecipato all'assalto anche Raffaele Ventura, uno dei dieci ex terroristi per cui è stata recentemente chiesta l'estradizione e che vive impunito a Parigi da circa trent'anni".

Nel maggio del 1992 vengono emesse ben 9 condanne per concorso in omicidio. Tra i condannati a vario titolo ci sono: Luca Colombo e Maurizio Gibertini (10 anni e 8 mesi), Giancarlo De Silvestri (10 anni), Raffaele Ventura (7 anni) Pietro Mancini (5 anni) Mario Ferrandi e Giuseppe Memeo (4 anni), Marco Barbone (1 anno e due mesi), oltre a Corrado Alunni, il grande pentito di Prima Linea, condannato in questo processo per aver procurato armi ai dimostranti. Tutti i dati processuali indicano in Mario Ferrandi il responsabile del colpo mortale all'agente Custra. Con una Beretta 7,65, Ferrandi avrebbe sparato ad altezza d'uomo contro il cordone di polizia da una distanza di circa 40 metri.

"Al processo vengono tutti condannati - conclude Salvini - Certo è che se queste fotografie fossero saltate fuori prima, se queste indagini fossero state condotte in maniera più incisiva, le persone incriminate per i fatti di via De Amicis non sarebbero entrate nei gruppi armati e probabilmente lo sviluppo della lotta armata milanese, durante gli anni del terrorismo vero e proprio, si sarebbe evitato. Purtroppo è stata fatta giustizia ma tardivamente".

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