L'integrazione che non c'è: "I casi come Saman in aumento"

Dal caso di Saman Abbas alle altre ragazze straniere vittime di maltrattamenti familiari: "I matrimoni forzati sono in crescita, bisogna applicare la legge". Come denunciare e fare prevenzione

L'integrazione che non c'è: "I casi come Saman in aumento"

Nella notte tra il 30 aprile e il 1°maggio 2020 Saman Abbas, una 18enne pakistana, scompare da Novellara, una tranquilla cittadina in provincia di Reggio Emilia. In procura viene aperto un fascicolo per omicidio e occultamento di cadavere. Secondo gli investigatori, la ragazza sarebbe stata vittima di una congiura familiare dopo essersi opposta al matrimonio forzato col cugino in Pakistan: uccisa, "fatta a pezzi" e sepolta. Alla luce delle evidenze raccolte, i genitori di Saman con anche lo zio e due cugini sono stati iscritti nel registro degli indagati.

Il caso del presunto delitto d'onore ai danni della neodiciottenne ha squarciato il velo di omertà sulla pratica dei matrimoni forzati dell'Islam radicale. Una consuetudine che sta rischiando di mietere vittime silenziose, perlopiù minorenni straniere, anche in Italia. "Negli ultimi mesi stiamo accogliendo giovani ragazze straniere, anche adolescenti, che hanno vissuto delle dinamiche familiari molto simili a quelle di Saman. È un sommerso che sta venendo alla luce solo da qualche settimana ed è un grande dramma", rivela in forma anonima alla nostra redazione la responsabile di una casa rifugio del Milanese.

Il punto sulle ricerche di Saman Abbas

Il cadavere di Saman Abbas - posto che sia confermata l'ipotesi delittuosa ventilata dagli inquirenti - non è stato ancora ritrovato. Dopo cinque mesi di ricerche tra le campagne di Novellara, con l'impiego unità cinofile specializzate e scanner georadar, si brancola nel buio. Sul fronte delle indagini però ci sono delle novità. Il prossimo 24 novembre, si deciderà in Corte d'Appello a Parigi sulla estradizione dello zio Danish Hasnain, considerato dagli inquirenti "l'esecutore materiale del delitto". Nessun aggiornamento invece circa la richiesta di estradizione dal Pakistan di Shabbar Abbas e Nazia Shasheen, i genitori di Saman. Le autorità pakistane hanno assicurato all'Italia "il massimo impegno" per accelerare i tempi. Infine resta in carcere Ikram Ijaz, uno dei due cugini indagati per il presunto omicidio mentre sull'altro sospettato, Nomahulaq Nomahulaq, spicca un mandato di arresto internazionale.

L'Articolo 18bis

"Saman si doveva e si poteva salvare". A dirlo è Ebla Ahmed presidente dell’associazione nazionale Senza Veli Sulla Lingua, che si occupa di contrastare la violenza di genere in tutte le sue forme e manifestazioni. "Colpisce il fatto che nella vicenda Saman Abbas quasi nessuno abbia utilizzato il termine femminicidio, pur solitamente legato a ogni fatto simile. Come mai? - dice Ebla Ahmed alla nostra redazione - Che differenza c’è tra la mano di un padre di uno zio e quella del marito? Che sia la mano di un marito, convivente, fidanzato o di un ex non cambia nulla. Questo delitto va classificato come femminicidio, non si può sottovalutare la situazione e ridimensionarla. Non accetto che vengano deviate le vere responsabilità sulla morte di questa ragazza. La giovane aveva avuto il coraggio di denunciare ma non ha ricevuto protezione. La si doveva isolare dalla famiglia perché è in quel contesto che è andata incontro alla morte".

Saman aveva denunciato per maltrattamenti i suoi genitori già alla fine del 2019, quando era ancora minorenne. Un grido d'aiuto coraggioso, e al contempo disperato, che sembrerebbe non averla preservata dal piano diabolico ordito alle sue spalle. "Saman aveva cominciato a denunciare la sua situazione di vittima di violenza domestica ben sette mesi fa - continua Ebla Ahmed - Aveva dichiarato espressamente che veniva tenuta segregata in casa dal padre, che non le veniva data la possibilità di studiare, che non aveva la libertà di frequentare amici, che le veniva impedito di vestirsi a suo piacimento, e per di più riceveva percosse in famiglia. Vessazioni incredibili a cui si è aggiunta poi anche la volontà paterna di imporre alla giovane un matrimonio forzato dopo una lunga serie di atti persecutori perpetrate ai danni della giovane".

L'articolo 18bis del Testo Unico per l'Immigrazione prevede la proroga di 6 mesi del permesso di soggiorno per le donne straniere che necessitano di protezione, laddove ne fosse a rischio l'incolumità. "L’articolo 18 bis ha dato attuazione all’articolo 59 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e lotta alla violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e introduce il rilascio dello specifico permesso di soggiorno alle vittime degli atti di violenza perseguiti dalla Convenzione – precisa la presidente dell'associazione Senza Veli Sulla Lingua – Saman poteva essere salvata se solo si fosse applicato l’articolo 18 bis del testo unico di immigrazione, che tutela le donne immigrate dalla violenza e che si applica quando siano state accertate situazioni di violenza o abuso nei confronti di una straniera".

L'allarme dei matrimoni forzati

Ogni giorno decine di ragazze straniere sono vittime di maltrattamenti domestici. Una violenza che trova terreno fertile nei contesti familiari regolati da rigidi dettami comportamentali e pratiche ancestrali, come l'induzione alle nozze. In Italia il fenomeno delle matrimonio forzato è in repentino aumento, nel mondo si contano ben 700milioni di casi. "Il fenomeno dei cosiddetti matrimoni forzati in Italia è in forte aumento per la presenza nel nostro paese di culture multietniche ma ancora è un fenomeno sommerso - spiega alla nostra redazione l'avvocato Adalgisa Ranucci - Infatti non abbiamo dati statistici precisi. Sono le Nazioni Unite a dirci che nel mondo sono oltre 700 milioni di donne che sono costrette a contrarre matrimonio contro la propria volontà".

Non solo donne costrette al matrimonio, ma spose bambine. "In Italia solo nel 2019, con la legge 'Codice rosso' è stata prevista una disciplina specifica per contrastare questo fenomeno. Infatti è stato introdotto l'articolo 568 bis nel codice penale che prevede che chiunque costringa con violenza o con minaccia un soggetto a contrarre matrimonio venga punito con la reclusione da 1 a 5 anni. La pena aumenta da 2 a 7 anni nel caso in cui i fatti commessi siano ai danni di minore di 14 anni". La portata innovativa del Codice rosso è stata soprattutto quella "di essersi adattato alla normativa sovranazionale e agli altri ordinamenti europei – conclude l'avvocato Ranucci - un segnale di ribellione nei confronti di quella violazione dei diritti fondamentali che colpiscono le fasce più deboli, quali i minori, dando luogo a quel terribile fenomeno delle spose bambine".

Formazione e istruzione: così si può prevenire la violenza

Saman Abbas, Hina Saleem, Sana Cheema. Nomi tristemente noti, a cui se ne potrebbero aggiungere tanti altri, vittime di una violenza cieca, che non accetta un rifiuto. È la violenza che subiscono le donne uccise perché si sono opposte a un matrimonio forzato, ma anche quella che ha lasciato senza vita le compagne, le mogli o le fidanzate di uomini abituati a mantenere il controllo su tutto. Una spirale di violenze da cui non è facile uscire.

"Le donne che si rivolgono a noi sono molto spaventate e attraversano un momento della loro vita difficile e ambivalente - spiega a IlGiornale.it Annalisa Cantù, counselor dell'associazione Senza Veli sulla Lingua - nel senso che da una parte c’è la violenza e dall'altra c’è una ricerca del coraggio di denunciare. Una donna che arriva da noi è una donna che è riuscita a fare questo percorso e a dire a se stessa: ‘Mi devo salvare’". Anche Saman era riuscita a fare questo percorso: "Era una vittima di violenza - ha sottolineato Ebla Ahmed - non andava a scuola, non poteva vestirsi come voleva e subiva maltrattamenti".

Ma c’è un modo per prevenire queste forme di violenza? "Bisogna istruire i ragazzi e le ragazze", dice Ebla che, riferendosi in particolare alla "terribile usanza" del matrimonio forzato, aggiunge: "È un’usanza che va combattuta con l’istruzione nelle scuole dell’obbligo, nei centri di culto delle varie religioni e con la creazione di una rete di protezione che funzioni, per questo gli addetti ai lavori devono essere formati e informati".

La violenza, però, non è legata solo al fenomeno del matrimonio combinato. Per questo, è importante fare prevenzione per ogni forma di violenza e non solamente alle persone direttamente interessate: "Noi come associazione lavoriamo anche con progetti che andiamo a proporre nelle scuole, non solo mandando un esperto a parlare, ma proponendo dei laboratori dove i ragazzi possono confrontarsi - racconta Annalisa Cantù - E si fa formazione anche a ragazzi e ragazze che non hanno nello specifico questo tipo di problema, ma devo essere formati culturalmente".

Il fenomeno della violenza non è per forza legato a un fattore culturale: "Non sempre la violenza nasce da una mentalità religiosa e integralista - aggiunge Cantù - anche in Italia assistiamo al problema di uomini che hanno la sensazione che gli sfugga il controllo e qualche volta si arriva alla violenza". La formazione nelle scuole rappresentata un punto di partenza importante, "che non è sufficiente", ma può essere fondamentale per avviare il percorso di prevenzione.

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