Tradimenti e lezioni

In questo Paese il libro di un generale ha scandalizzato molti benpensanti, ma se c'è un libro che dovrebbe turbare tutti gli italiani, o almeno quelli animati da un minimo di patriottismo (e non credo di sconfinare nella retorica), sono le memorie dell'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy

Tradimenti e lezioni
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In questo Paese il libro di un generale ha scandalizzato molti benpensanti, ma se c'è un libro che dovrebbe turbare tutti gli italiani, o almeno quelli animati da un minimo di patriottismo (e non credo di sconfinare nella retorica), sono le memorie dell'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy. L'illustre personaggio, che prese soldi da Gheddafi e scatenò una guerra per non restituirli, regalandoci quella terra di nessuno che è la Libia di oggi, racconta come se fosse il comportamento più lecito del mondo che al G20 di Cannes del novembre 2011 lui e la Merkel «convocarono» l'allora premier Silvio Berlusconi per chiedergli di «dimettersi» visto che, secondo entrambi, il problema della crisi sui mercati «era lui». Naturalmente uno degli argomenti, scrive Sarkozy, fu la vicenda del «bunga bunga», per la quale il Cav - qui la memoria dell'ex presidente fa cilecca, forse per via del braccialetto elettronico a cui la giustizia francese lo ha sottoposto - poi fu assolto.

Sarkò e la Merkel dovrebbero vergognarsi, visto che quello è stato il momento più basso toccato dall'Unione. Anzi, è l'emblema del motivo per cui l'Europa stenta a decollare: la totale assenza di solidarietà (a parte la breve parentesi del Covid). Unita, in quell'occasione, ad una concezione della democrazia e del rispetto della volontà popolare da brivido: è come se oggi la Meloni e il cancelliere Scholz convocassero Macron al prossimo G7 in Puglia per intimargli di dimettersi per sedare le rivolte sociali in Francia.

Colpiscono la superficialità e la tracotanza con cui Sarkozy rivendica pubblicamente quella scelta, specie se si tiene conto che in quei giorni, quando i due, il gatto e la volpe, chiesero per vie traverse al presidente Usa Barack Obama di unirsi al complotto, ricevettero un «no» scandalizzato e categorico: «Non possiamo avere il sangue di Berlusconi sulle nostre mani». Una concezione diversa della democrazia. Del resto, al tempo, mentre a Washington si predicava la politica dello sviluppo per uscire dalla crisi, in Europa, grazie a Berlino e Parigi, si praticava il credo del rigore. Anzi, addirittura si individuarono due capri espiatori, la Grecia e l'Italia. Al punto che i tedeschi sponsorizzarono quella specie di «viceré» che fu Mario Monti per imporre la loro linea. E pensare che se il whatever it takes di Draghi fosse stato messo in atto un anno prima, l'Europa non avrebbe pagato, com'è avvenuto, cara la crisi. Una dimostrazione dei limiti della classe dirigente della Ue.

Ma le rivelazioni di Sarkò mettono sotto i riflettori anche i limiti della sinistra italiana, che all'epoca assunse il ruolo di quinta colonna del complotto (vedi l'inquilino del Quirinale di quegli anni), mettendo in atto una campagna di delegittimazione del governo e di Berlusconi. L'apoteosi di quel limite della sinistra che il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, lamenta ancora oggi per il tipo di opposizione praticata nei confronti del governo Meloni: «La fatica ad abbracciare il patriottismo».

Ormai stiamo parlando di storia, ma quelle vicende vanno ricordate per rispetto al personaggio Berlusconi, perché da lì partì il suo calvario. E con un occhio anche al presente, per evitare che quell'attentato alla democrazia e quello sfregio alla volontà popolare si ripetano.

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