Resta la costituzione più bella: il Vate e la Carta del Carnaro

Cento anni fa, nella Fiume conquistata dal poeta guerriero Gabriele d'Annunzio, veniva promulgata la Carta del Carnaro, quella che molti ritengono ancora oggi "la costituzione più bella del mondo"

Impettito e fiero di fronte ai suoi arditi e ai suoi granatieri, Gabriele d'Annunzio, il Vate, vide promulgata, l'8 settembre di cento anni fa, la "Carta del Carnaro": la costituzione di un sogno che era Fiume italiana nella così detta Reggenza Italiana del Carnaro.

L'impresa di Fiume rimane nella storia avventura appassionante che ha visto coronare un sogno. E quel sogno conquistato da un manipolo di legionari, venne sintetizzato nel documento che avrebbe dovuto regolare per sempre la legge nell'utopica città-stato, di stampo quasi medievale, che il poeta soldato aveva donato agli italiani come risarcimento di un'umiliante vittoria mutilata.

Dopo il colpo di mano che aveva visto i "mille" di d'Annunzio irrompere nella città nel settembre del 1919 - ove i cittadini erano in grande maggioranza italiani - venne fondata una democrazia diretta che doveva basarsi sul "lavoro produttivo" e avere "larghe autonomie funzionali e locali". Fiume diveniva così una città-stato italiana - nonostante i trattati al termine della Grande Guerra l'avessero concessa formalmente al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni - che teneva a confermare "la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l'armonica convivenza degli elementi che la compongono”. Un'utopia visionaria dunque. Declamata da d'Annunzio e ponderata dal socialista Alceste De Ambris.

Nella città del Sole del Vate, uomini e donne erano già uguali; i diritti fondamentali, più che una necessità erano priorità assoluta; e tra questi trionfava proprio l'autodeterminazione dei popoli. Il lavoro e il corporativismo sarebbero state le basi per sostenere una realtà produttiva e socio-economica che voleva prendere le distanze dai due modelli che avrebbero separato il mondo per oltre mezzo secolo: capitalismo e il marxismo. Ad una banca controllata dallo “stato” sarebbe spettato l’incarico di emettere carta moneta e svolgere tutte le operazioni necessarie.

Tutto era avanguardia, e tutto doveva essere una festa mobile - ma non nell'accezione del "Panem et circenses" dell'Antica Roma. Era una nuova concezione virtuosa del festeggiamento di un'ideale e di una conquista che andava omaggiata e preservata. Un ideale che sembrava celebrare il motto “Vivere ardendo e non bruciarsi mai”. Anche nell'eccesso che tanto apparteneva al Vate, vizioso e amante del proibito. Un anticipo del ’68, scriverà lo storico Giordano Bruno Guerri nel suo libro Disobbedisco. Titolo indicativo, che sembra quasi voler mettere sullo stesso piano il comandante d'Annunzio, che sarà governatore in quei 500 giorni di “sogno ribelle" ma così vorrà continuare ad essere chiamato, comandante, e il generale Garibaldi. Poiché l’uno obbedì a Vittorio Emanuele II per fare l’Italia, e l’altro disobbedì a Vittorio Emanuele III per fare Fiume. Facendosi porre in assedio dal Regio Esercito. Assedio che lo costringerà alla resa e porrà fine all’impresa ribelle, all’esperimento politico avanguardista, al sogno del comandante d’Annunzio. Svegliando tutti dopo quello che passerà alla storia come il “Natale di sangue”.

Se tutto questo non è stato reso epica nel nostro Paese, sempre così restio a ricordare opportunamente gesta degne di nota - come lo è stata la fondazione irrazionale e corsara della Repubblica del Carnaro, a cui fu però data razionalissima costituzione; sono state rese epiche, almeno, le altre gesta del Vate. Tra tutte, sovviene quella per cui il poeta scrisse altro: un bel canto. Che come sfondo ha sempre il Carnaro: quel braccio di mare Adriatico dove s’affaccia l’Istria, e dove i tre piccoli motoscafi armati siluranti Mas s’insinuarono per compiere la leggendaria Beffa di Buccari. Faceva :“Siamo trenta d’una sorte, e trentuno con la morte. Eia, l’ultima! Alalà! Siamo trenta su tre gusci, su tre tavole di ponte: secco fegato, cuor duro, cuoia dure, dura fronte, mani macchine armi pronte, e la morte a paro a paro. Eia carne del Carnaro!”. E chi non lo conosce, la impari. Dopo cent’anni basta questo ad infiammare ancora i cuori.

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