Le ragioni del declino dell'Europa

"Vele e cannoni" di Carlo Cipolla aiuta a capire come l'Europa divenne sede di potenze dominanti su scala globale e a comprendere le ragioni del suo declino

Ecco le ragioni dietro l'ascesa e il declino dell'Europa

L'Europa è stata a lungo più oggetto, che soggetto delle dinamiche storiche nei secoli che precedettero la fase di espansione coloniale avviata con i viaggi transatlantici di Cristoforo Colombo. Dopo la breve fase delle conquiste imperiali e dell'esportazione della cultura ellenica opera di Alessandro Magno e l'epopea imperiale tricontinentale di Roma, ma anche in parallelo a queste esperienze storiche, altri centri di civiltà hanno prodotto dinamiche politiche, tecnologiche, militari tali da relativizzare l'impatto dei popoli dell'Europa sulle grandi questioni della storia globale. Arabi, mongoli, turchi, cinesi, indiani, persiani hanno a lungo potuto svilupparsi in relativa autonomia e plasmare rotte di scambi e interazioni multilaterali che facevano percepire, nei secoli che separarono il crollo di Roma dall'era delle colonizzazioni, un vero e proprio multipolarismo in Eurasia e nel bacino del Mediterraneo. Dinamica ben capita dalle Repubbliche marinare italiane e dalla corte di Costantinopoli, ultima erede della romanità, ma meno dai sovrani continentali. Che nella fase delle Crociate a più riprese dovettero scontrarsi con la presenza di concorrenti e centri di civilizzazione tenaci e resistenti e subire una relativizzazione della percezione del loro grado e potenza politica.

A un certo punto, sulla scia del consolidamento degli Stati nazionali tra Trecento e Quattrocento e della rivoluzione dell'umanesimo qualcosa cambiò. E dopo secoli in cui il "cuore del mondo" era stato rappresentato dal Mediterraneo o dalle terre solcate dalle "vie della seta" fu l'Europa a divenire il cuore pulsante delle dinamiche globali.

In un saggio del 2003, Vele e cannoni, il celebre storico dell’economia Carlo Cipolla ha indagato nel dettaglio le ragioni che hanno permesso, tra il XV e il XVII secolo l’emersione delle nazioni europee al ragno di potenze coloniali e, in prospettiva, di egemoni nel contesto internazionale. Leggendo le pagine di Cipolla si può intuire come la proiezione globale del Vecchio Continente fosse stata determinata, a livello aggregato, dal sovrapporsi di fattori di matrice economica ed ideologica (la spinta commerciale all’apertura di nuovi mercati imposta dall’avanzata turca e il residuo “spirito della crociata” che divenne motore dello zelo dei Conquistadores sono in un certo senso inscindibili) con la padronanza delle determinanti della rivoluzione tecnologica nel campo della navigazione e degli affari militari. La sostituzione della navigazione a remi con quella a vela, l’introduzione “dell’uso della bussola e lo sviluppo della navigazione d’alto mare nella zona atlantica, la diffusione delle carte nautiche e della scienza cartografica” nel Mediterraneo si sovrapposero con l’affinamento della scienza balistica e della tecnologia di realizzazione delle armi da fuoco a dare vitalità a una capacità di espansione che, nei secoli, avrebbe portato le nazioni del Vecchio Continente a plasmare un ordine globale centrato su di esse.

Tecnologie nuove unite ad armi di ultima generazione e alla presenza di dottrine chiare per il loro utilizzo, oltre a un comune denominatore ideologico, religioso e culturale: in Europa nell'epoca delle conquiste si consolidarono nei vari Stati che andavano sostituendosi alla vecchia frammentazione feudale i determinanti della potenza. Percorsi per primi dalla Spagna, poi accarezzati dalla Francia nel suo eterno sogno di dominio continentale, dalla nascente potenza navale olandese nel XVI secolo e infine portati a compimento dall'Inghilterra, che a partire dai regni di Enrico VIII e Elisabetta fece la scelta radicale di prendere la via degli oceani. La nave pirata uscì dal porto, per citare Carl Schmitt, prima sulla scia dei suoi corsari e in seguito seguendo le rotte dei colonizzatori diretti nelle Americhe, dei mercanti orientati verso l'India, delle armate chiamate a combattere in vari teatri le guerre contro le altre potenze europee.

Fu allora che l'Europa si percepì come tale all'interno e all'esterno: non più solo come continente unito dal fattore comune della cristianità, che proprio negli stessi secoli aveva iniziato la sua più dolorosa scissione, ma come centro di propagazione culturale, politico, scientifico. Come continente dominatore e conquistatore.

Cipolla rilegge in un certo senso a posteriori la storia del mondo moderno segnalando che l'Europa e le sue potenze seppero godere di una fase favorevole alla loro espansione, alla crescita della loro influenza e al rafforzamento su scala globale per la sovrapposizione tra fattori di diversa natura. Ricerca scientifico-tecnologica e forze armate moderne da un lato, habitus mentale espansionista dall'altro: il mix vincente per ogni potenza imperiale, dall'Antica Roma agli Stati Uniti contemporanei, è sempre stato comune. E in Europa si concentrò con una tale forza da portare all'apertura di scontri di portata globale tra le varie potenze coloniali.

L'età dell'imperialismo ottocentesco portò sul proscenio globale anche gli ultimi arrivati, Belgio, Germania e Italia, portando a una situazione che vedeva il dominio europeo sul pianeta ulteriormente rafforzato dalla corsa all'Africa. Ogni ciclo, però, tende a esaurirsi e Cipolla nelle sue pagine ricorda che questo avviene, come sempre, o per errori degli egemoni del passato o per la conquista di nuovi standard in altre aree geografiche e contesti politici. La centralità europea raggiunse il suo apogeo a cavallo tra la seconda metà del XIX e l’inizio del XX secolo, per poi appannarsi fino ad eclissarsi a seguito dei due conflitti globali che hanno rappresentato, in primis, un confronto generalizzato per l’egemonia sull’Europa.

Il duopolio Stati Uniti-Unione Sovietica prima e l’ordine multipolare in seguito hanno contribuito alla marginalizzazione del Vecchio Continente che, dopo aver a lungo mantenuto la sua centralità nel controllo dei principali determinanti della potenza ha finito per cedere ad altri concorrenti, presentatisi all’Europa alternativamente come alleati o rivali strategici, il controllo sullo sviluppo delle “vele e dei cannoni”. In ultima istanza, la perdita della centralità tecnologica e militare, parallela alla riduzione graduale del peso economico del Vecchio Continente, ha contribuito sensibilmente a far sì che “dal centro del mondo, l’Europa si ritirasse alla sua periferia". E oggigiorno, un'Unione Europea a trazione mercantilista e neoliberale ha completamente scordato la necessità di competere sull'agone globale, citando Machiavelli, come volpe e leone, padroneggiando sia la politica che le scienze strategiche. Dal 1945 siamo tornati a una condizione di irrilevanza relativa paragonabile a quella precedente il 1492. Altrove si producono le vele e i cannoni del presente: e sono servite le crisi finanziarie, il terrorismo di inizio millennio e la pandemia a risvegliare un'Europa intenta a crogiolarsi nel sogno che la storia fosse finita dopo essersi dimenticata di averla, in passato, plasmata.

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