Narcos, depistaggi e 007: ecco la versione di Pazienza

Nel suo ultimo libro "La versione di Pazienza", Francesco Pazienza racconta di quando ricevette una soffiata per individuare la prigione dell'agente Kiki Camarena, la cui storia viene raccontata nella serie Tv "Narcos - Messico"

Narcos, depistaggi e 007: ecco la versione di Pazienza

Tra le sue tante – spesso discusse – frequentazioni, Francesco Pazienza, forse il più celebre faccendiere italiano, già collaboratore personale del direttore del Sismi Giuseppe Santovito e, a seguire, consulente (ovviamente personale) di Roberto Calvi, il patron del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto un ponte a Londra, ce ne sono alcune insolite addirittura per lui. Come quella con Pablo Escobar, che – nel corso di una cena nella villa del futuro dittatore nicaraguense Manuel Noriega – gli propose di riciclare i soldi del Cartello di Medellin.

Nel suo ultimo libro (La versione di Pazienza, edito da Chiarelettere), l’ex 007 compone un affresco ricco di nomi, date, circostanze e intrighi. Ma discostandoci per un attimo da questioni più squisitamente nostrane (come il depistaggio per la strage alla stazione di Bologna o, appunto, il crack dell’Ambrosiano), nel libro si trova un racconto inedito e per certi aspetti sconvolgente di un’avventura vissuta da Pazienza nel 1985.

Ormai lasciata l’Italia da quasi tre anni e trasferitosi a New York, dopo aver bazzicato l’ambiente degli spioni, Pazienza torna a dedicarsi al suo primigenio amore: l’alta finanza. Mettendo a frutto la sua conoscenza delle lingue, l’enorme rete relazionale intessuta nell’arco di un decennio e – ovviamente – quella che lui definisce “una faccia da tolla”, il faccendiere dei misteri ricomincia a viaggiare in lungo e in largo. Tra aerei privati, yatch, alberghi di lusso, gemelli d’oro e camicie su misura, nel febbraio 1985 si ritrova a Città del Messico. Una sera, mentre è nella hall, viene avvicinato da un messicano visibilmente guardingo, che si presenta come un maggiore della polizia federale americana. L’uomo sussurra che ha qualcosa da dirgli, qualcosa di molto importante. Pazienza cade dalle nuvole, l’uomo allora aggiunge che non si fida dei suoi superiori, perché sono tutti collusi con i cartelli dei narcos che spostano tonnellate di cocaina dalla Colombia in giro per il mondo.

Incuriosito, invita l’agente a confidarsi. L’uomo non se lo fa ripetere due volte e gli dice di sapere dove sia tenuto prigioniero un agente americano della Dea, l’agenzia federale antidroga: Enrique “Kiki” Camarena Salazar. Il nome non dice nulla a Pazienza. Sarebbe divenuto celebre anche in Italia solamente più di trent’anni dopo, quando Kiki Camarena diventa protagonista della serie tv Narcos – Messico.

Intuita la gravità della situazione, Pazienza si attiva per fare qualcosa. Cerca un telefono e chiama New York, presso l’ufficio del Customs Service, dov’era precedentemente entrato in contatto con alcuni rappresentanti. Parla della situazione con un agente. Dall’altra parte del telefono, lo stupore dei suoi interlocutori è palpabile. In America si sta parlando molto di quel rapimento a opera del signore della droga Miguel Angel Felix Gallardo. Le autorità statunitensi sembrano brancolare nel buio e adesso arriva un italiano a offrire la soluzione sul piatto. Non capita certo tutti i giorni.

“Li sentivo parlottare al di là della cornetta”, ci racconta Pazienza, “mi aspettavo di ricevere istruzioni immediate. Dopotutto avevo detto che l’agente che mi aveva dato la soffiata era disponibile subito a seguirmi a New York. E invece cosa fanno? Mi dicono di richiamare l’indomani. Per quanto sorpreso, riagganciai”.

Il giorno seguente stessa scena: Pazienza chiama gli uffici del Customs Service e anche stavolta i suoi interlocutori tergiversano: “Mi chiesero quando fossi tornato a New York, mi dissero che della questione bisognava parlare a voce. Gli dissi che il mio rientro era imminente, ci demmo appuntamento nei loro uffici di lì a qualche giorno”.

Effettivamente Pazienza rientra negli Stati Uniti pochi giorni dopo, portandosi dietro l’agente messicano che diceva di conoscere i dettagli del rapimento sempre più agitato, spaventato dal fatto che qualcuno potesse scoprire il suo doppio gioco.

Una volta a New York, Pazienza sistema l’uomo in un albergo e si reca con il suo avvocato americano presso gli uffici del Customs Service siti nel World Trade Center. Una volta entrato, la trappola: “Mi dichiararono in arresto. C’era un mandato di cattura internazionale nei miei confronti. I due agenti, mentre me lo dicevano, non riuscivano a guardarmi in faccia, erano in imbarazzo”.

Nello sconcerto generale, fatta questa inaspettata premessa, gli agenti vengono al dunque e chiedono a Pazienza di parlare di Camarena. “Gli risposi in modo colorito che non avrei aperto bocca”. Comprensibile.

Tutto questo accade il 4 marzo 1985. Il corpo martoriato di Kiki Camerana verrà ritrovato ad Angostura il giorno dopo. Logico immaginare che, se anche Pazienza avesse parlato, per l’agente della Dea non ci sarebbe stato nulla da fare. Certo, se gli agenti del Customs Service si fossero attivati nel corso della prima telefonata, magari il povero agente antidroga si sarebbe salvato. “Non immaginavo che il senso di colpa mi avrebbe accompagnato per tutta la vita”, confessa Pazienza, “è probabile che mentre mi trovavo seduto negli uffici del Customs Service, Camarena fosse già morto, ma ancora oggi mi pento per quella risposta dettata dall’impeto del momento”.

Quel 4 marzo 1985 segna per Francesco Pazienza l’inizio di un percorso terminato solamente nel 2007. Da quel giorno, infatti, prende avvio l’odissea giudiziaria che lo porterà prima in carcere negli Usa, dove condividerà la cella con mafiosi del calibro di Tano Badalamenti, fino ad arrivare in Italia – estradato con metodi che racconta dettagliatamente nel suo libro -, dove passerà in carcere oltre 12 anni, di cui sei in isolamento, con un intermezzo di nove mesi al 41bis.

Condannato a tre anni per il crack del Banco Ambrosiano e a dieci anni per il depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna, Pazienza si è sempre difeso attaccando a testa bassa i tranelli e le ipocrisie di un sistema di cui ha fatto parte e che l’ha sacrificato sull’altare del compromesso. L’ha fatto in passato con un libro – Il Disubbidiente – scomparso subito dopo la pubblicazione dal mercato, lo fa oggi – carte alla mano – con un libro che promette di riaprire il dibattito su molti argomenti spinosi del nostro passato recente.

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