"La verità dietro i discorsi dei nostri politici"

La scrittrice esperta in neurolinguistica Irene Bertucci racconta a ilGiornale.it come nascono i fraintendimenti in politica e nella vita di tutti i giorni

"La verità dietro i discorsi dei nostri politici"

È sicuramente curioso intervistare qualcuno, come la giornalista esperta di neurolinguistica Irene Bertucci, sapendo che molti discorsi dei politici, la loro gestualità e il modo di porsi, sono passati sotto i suoi occhi. Irene ha appena pubblicato un libro, Non fraintendermi – fine dei qui pro quo in ufficio, a casa, con gli amici. Come comunicare senza pregiudizi e incomprensioni (Harper Collins), dove ha messo a frutto anni della sua esperienza come docente e studiosa di neurolinguistica, per insegnare come comunicare senza creare conflitti. Un argomento di scottante attualità, viste le proteste delle ultime settimane e il ruolo giocato dalla politica in questo frangente. Da cosa nascono quindi le discussioni e come si affrontano, che siano quelle che riguardano la vita di tutti i giorni o quelle che coinvolgono la politica? È proprio Irene a raccontarlo a ilGiornale.it.

Quando la gente scende in piazza, si è interrotta la comunicazione tra le persone e la politica? Perché secondo lei il Green pass ha creato così tanta agitazione?

“Perché non c'è chiarezza. Ogni volta che la comunicazione è vaga e non specifica, avverrà un conflitto. Un conto è dire: 'Sei un superficiale'. Un altro è descrivere un comportamento che non ci piace: 'Quando ieri sei andato via all’improvviso mentre ti raccontavo una cosa personale, mi è sembrato non ti interessassi a me…' Sicuramente la prima frase è rapida e sintetica e la seconda richiede un fiume di parole, ma almeno individua da dove nasce lo scontento. Nella comunicazione bisogna aprire un dialogo in cui le intenzioni siano esplicite almeno nella testa di chi parla. Se invece si dialoga usando frasi generiche il fraintendimento è dietro l’angolo. E questo, come racconto nel libro, succede anche nella vita di tutti i giorni oltre che in politica. Quando qualcuno dice o fa qualcosa che non ci piace o se non soddisfa un nostro bisogno profondo, tendiamo immediatamente ad accusarlo. 'Non mi capisci'. 'Non mi ascolti', 'Non sei impegnato nella relazione o nel progetto'. Non chiariamo che avevamo noi l’esigenza di essere compresi, oppure di sentire che ci fosse cooperazione - seguendo gli esempi sopracitati - ma gli diamo la responsabilità di tutto il nostro sentimento insoddisfatto. L’altro, attaccato, si metterà in una posizione difensiva".

Le accuse e le frasi generalizzate sono davvero poco comunicative? Nascono da qui i conflitti come quelli a cui stiamo assistendo per il Green Pass ?

"Le proteste per il Green pass, nascono dall’esasperazione della gente. C’è la pandemia e c’è il vaccino che però non è obbligatorio. Le persone comuni non hanno gli strumenti per capire perché lo Stato non ha reso obbligatorio il vaccino. E in loro nasce il sospetto e il malinteso: 'Lo Stato non crede davvero nel vaccino, altrimenti lo renderebbe obbligatorio, è un vaccino sperimentale, non è sicuro, ecc ecc'. Lo Stato poi crea il Green pass, dicendo che è fondamentale per uscire dalla pandemia perché crea luoghi sicuri. Allo stesso tempo afferma che anche i vaccinati e con il Green pass possono ammalarsi di Covid. Queste due frasi creano confusione nelle persone. L’incoerenza è nemica della buona comunicazione e crea un secondo malinteso per cui: 'Il Green pass serve allo Stato per controllarci, per convincerci a fare il vaccino, o addirittura per installarci un microchip'. Noi non siamo esseri razionali, siamo esseri razionalizzanti. Abbiamo bisogno di avere spiegazioni logiche per quello che accade intorno a noi, per avere certezze e sentirci al sicuro. Cercando di capire cosa sta accadendo, le persone hanno notato ad esempio, che gli altri Paesi non hanno istituito il Green pass. Inoltre non averlo impedisce di fatto di lavorare, di andare al ristorante, al cinema, quindi il messaggio che arriva è: 'Devi per forza vaccinarti, e per fartelo fare ho inventato il Green pass'. Comunicare in questo modo significa mandare le persone in confusione, soprattutto perché alla fine togli un diritto che credevano fondamentale come il lavoro. Molte persone hanno immaginato uno Stato cattivo che porta via il lavoro e di conseguenza la casa, i soldi e ogni sicurezza. Il malinteso numero tre, si è creato a causa della mancanza di chiarezza sulle reali intenzioni, che ha portato sfiducia nello Stato di una parte della popolazione. Perché è vero che sono rimasti relativamente in pochi i non vaccinati, ma molti dei vaccinati lo hanno fatto per timore di perdere il lavoro e la libertà di godere del tempo libero. La frase: 'Questo Green pass è una forzatura' è un po' sulla bocca di tutti, negazionisti e non. Forse avrebbe funzionato di più dichiarare la verità e spiegare che il Green pass è un’azione necessaria per lo Stato per evitare un’eventuale altra emergenza sanitaria, che nessuno vorrebbe di nuovo. Allo stesso tempo bisogna applaudire i vaccinati che hanno permesso a tutti di uscire dalla pandemia, richiamando l’attenzione sull’importanza di un’azione collettiva per sostenerci gli uni con gli altri. Punire: 'Se non ti vaccini non puoi entrare al ristorante'. Accusare: 'I non vaccinati sono degli irresponsabili. Ghettizzare: 'Niente cure per i non vaccinati” sicuramente funziona, ma alla lunga crea rancore e diffidenza verso chi ti obbliga con un trucchetto".

Che cos’ è la comunicazione politica? Esiste una differenza tra questa e quella che si usa nella vita di tutti i giorni?

“Di base non c'è differenza. La buona comunicazione è buona sempre. In casa, in famiglia, con gli amici, al lavoro e anche in politica. In quest’ultima, però, si possono usare tattiche e strategie diverse, per esprimere il proprio pensiero in maniera chiara. Quando sono con un personaggio politico, come prima cosa cerco di lavorare sulla sua comunicazione, per rendere coerente il contenuto dei messaggi alle idee politiche a cui appartiene. Inoltre bisogna rendere congruente anche il suo linguaggio non verbale, con le idee che esprime verbalmente. Questi sono gli aspetti di base per creare un buon personaggio politico".

Quando questa teoria per un politico entra in conflitto?

"Quando oggi dice una cosa, mentre venti giorni prima ne diceva un’altra. Alcune volte è necessario, ma è sempre rischioso. Mi è capitato con determinati personaggi politici, di dover studiare i loro discorsi e consigliare di non esprimere alcuni pensieri, magari mitigandoli, perché platealmente non erano coerenti con quanto espresso qualche settimana prima. Quando poi vanno in televisione o devono fare un discorso pubblico, si fanno le prove per far in modo che quello che viene detto abbia una cadenza verbale precisa e un corretto linguaggio non verbale. È una modalità molto americana, che ho imparato studiando negli Stati Uniti. Lì viene analizzato tutto, dallo sguardo al gesto, perché è questo che accompagna quello che stai dicendo e condizionerà l’impressione che gli altri si fanno di te. Per fare un esempio, è importante durante i discorsi in pubblico mostrare il palmo della mano aperta per risultare credibili e disponibili. Il dito puntato va sempre evitato perché fa risultare minacciosi e inutilmente veementi. Bisogna evitare di toccarsi il viso mentre si parla in pubblico, perché si darebbe la sensazione di essere insicuri. Usando i gesti corretti, si può governare la percezione di chi abbiamo d fronte. Noi tutti gesticoliamo, non solo per sottolineare il discorso. Non tutti sanno che abbiamo bisogno che quello che diciamo sia in linea con ciò che pensiamo. Anche se spesso non accade. Alle volte diciamo cose che non pensiamo realmente e quando succede, parliamo anche di bugie bianche, il corpo avrà una gestualità che in qualche modo esprimerà il mio reale pensiero, anche se è totalmente opposto a quello che sto dicendo con le parole. Siamo dotati tutti di una certa capacità innata di interpretare il non verbale degli altri, lo chiamiamo 'intuito'. Ci capita di dire: 'Quella persona mi sembra preparata' o al contrario: 'Quella non mi dà sicurezza'. Succede perché l’altro non è riuscito a rendere coerente la gestualità con quello che dice. Un altro aspetto in cui si lavora molto quando si prepara un discorso in politica è la comunicazione sensoriale. Quando si parla a un pubblico bisogna riuscire ad attirare l’attenzione di tutti quelli che abbiamo davanti, non soltanto di quelli che la pensano come noi. Come si fa a fare questo? Nel libro parlo di VAK (Visual-Auditory-Kinesthetic ndr), in italiano Visivo-Uditivo-Cinestesico. Ognuno di noi ha due canali comunicativi preferenziali, ovvero parole che ci piacciono di più e alle quali rispondiamo in maniera rapida ed efficace. Per fare un esempio, posso provare a declinare la frase "Sono d'accordo con te" in tre modi diversi. Posso dire: 'Capisco il tuo punto di vista', oppure: 'Ti ascolto parola per parola', o ancora: 'Sento che quello che dici è vero'. Queste tre frasi esprimono tutte lo stesso concetto di 'accordo'. Sono però declinate con un’immagine o un suono o attraverso un’emozione. Per un politico è importante imparare a usare la triplice canalità, ovvero creare discorsi dove si usano tutti e tre le modalità sensoriali. In questo modo avrà la certezza che il suo discorso diventerà interessante per chiunque avrà di fronte”

Per comprenderlo meglio che tipo di formazione lei offre ai politici?

“In realtà, a parte il libro dove ho messo a disposizione la mia esperienza per tutti, dallo studente al professionista, io sono socia di un'agenzia di comunicazione che si occupa di formazione e comunicazione la Eidos communication, che si occupa di comunicazione, dall'ufficio stampa alle relazioni Istituzionali, di comunicazione sui social e scrittura giornalistica, oltre che di public speaking e media training. Per la Scuola Nazionale dell’Amministrazione presso la Presidenza del Consiglio, ho creato un corso che piace molto, il 'laboratorio di comunicazione efficace', dove spiego alle persone come fare a comunicare affinché non ci siano conflitti e fraintendimenti, sia al lavoro che nella vita personale. La comunicazione è una, non c’è quella per l’ufficio e quella per gli amici. Nel libro raccolgo questa conoscenza per dare la possibilità a chi non può seguire uno dei miei corsi, di imparare comunque a comunicare e a non generare fraintendimenti”.

Perché la gente è portata a dire che in politica dicono tutti la stessa cosa?

“Oggi in politica si dà importanza ai temi attuali più che fare delle vere proposte. Se il tema del momento è il Green pass, tutti i politici ne parlano, dichiarando più o meno le stesse cose, senza cercare di dare un messaggio che renda chiaro al pubblico da che parte stanno. SI preoccupano molto dell’effetto della propria immagine nel breve termine, e tutti cavalcano il 'sentire comune'. Inoltre la comunicazione politica si è impoverita perché le persone ormai sempre più si informano sui social, si nota anche dal calo degli ascolti dei talk show. L’effetto della rapidità e della estrema sintesi dei messaggi social hanno avuto il riflesso di aumentare la necessità dell’uso di slogan e di una comunicazione semplificata all’osso anche sugli altri media.”

Quando si entra in conflitto in politica?

“In politica spesso si decide di usare il conflitto come strumento di comunicazione. È vero che ho scritto un libro per spiegare come non fraintendersi, ma allo stesso tempo in alcuni settori, come la politica, c’è qualcuno che usa il fraintendimento come base per costruire la propria visibilità. La politica della Prima Repubblica cercava l’accordo, per cui i politici rimanevano sulle loro posizioni, ma cercavano anche di venirsi incontro. Adesso c’è la rincorsa all’audience e per risultare visibili si usa anche il conflitto che in assoluto è un male, ma in politica alcune volte è funzionale rispetto al messaggio e al progetto politico. Dal punto di vista sociologico fare politica urlando, indignando, impaurendo la gente, crea una società che alla fine inizia a disinteressarsi alla cosa pubblica perché tanto 'se la aggiustano sempre tra di loro'. In questo modo la gente invece di scegliere per fiducia o per appartenenza a un ideale o a dei valori, inizia a scegliere con la modalità televoto: 'Se questi oggi non mi piacciono non vado a votare, che importa se diventa sindaco Gaultieri e Michetti, a me cosa cambia se poi rimane tutto uguale?' Il conflitto quindi può essere usato in modo strumentale, ma bisogna sempre stare attenti a tenerne il controllo, senza esagerare, per non perdere la stima della gente e degli elettori".

Nel libro dice che il fraintendimento è la forma di un pensiero preventivo. Quindi noi esseri umani siamo più portati a fraintendere?

"La nostra evoluzione ha fatto sì che per sopravvivere sin dalla preistoria noi cercassimo sempre il nemico dietro l’angolo. Oggi fraintendersi è sicuramente più facile che capirsi. La verità è che noi non siamo stati educati alla comunicazione. Comunicare significa capire come l'altro parla, pensa, reagisce e a quel punto creare discorsi perfetti per il suo sistema di pensiero. Significa mettere l’altro al centro del mondo. Noi invece siamo molti egocentrici quando parliamo e scambiamo le opinioni, soprattutto le nostre, per verità".

I conflitti quindi esistono perché non siamo in grado di comunicare?

"Tutta questa difficoltà nasce a causa del linguaggio che ci hanno insegnato da bambini con frasi come: 'Se vai bene a scuola papà è contento' oppure: 'La mamma ti compra il regalo se fai il bravo', 'Niente compiti, niente parco'. Noi abbiamo introiettato un linguaggio fatto di premio, punizione, colpa e vergogna. Inoltre ci siamo convinti quando la mamma ci diceva: 'Se mangi tutto, ti compro un regalo', oppure: 'Non far questo perché fai stare male nonna', che il nostro comportamento generasse le reazioni dei nostri genitori. Siamo cresciuti certi che le nostre emozioni dipendano dagli altri. Invece tutto ciò che gli altri fanno o dicono non c'entra niente con i nostri stati emotivi, che dipendono invece dai nostri bisogni più profondi. Se verranno soddisfatti saremo felici, altrimenti avremo delle reazioni negative. Siamo stati totalmente diseducati nella comunicazione, perché parliamo convinti che il nostro sentire arrivi dagli altri e non da dentro di noi. Questo è l'errore gravissimo che commettiamo".

Lei che ha viaggiato tanto, pensa che ci siano Paesi più evoluti rispetto alla comunicazione, o è un problema di tutti?

“Ci sono Paesi tipo gli Stati Uniti, dove esiste più che in Italia il senso della collettività. Mi è capitato di essere in Florida, a Miami, durante un uragano. Ho visto, con i miei occhi, persone in fila al supermercato che aspettavano il rifornimento dell'acqua. Quando è arrivata, il primo non si è preso tutte le bottiglie, ma solo quattro e ha detto agli altri di fare altrettanto per poter garantire qualche bottiglia d’acqua a tutti. Sono rimasta molto sorpresa, ho trovato questo forte senso di solidarietà, nonostante sia un Paese pieno di altri problemi e contraddizioni".

Bisognerebbe mettere da parte un po’ il nostro ego quando si comunica?

“Bisognerebbe comportarsi un po’ come quando ci si innamora, dove tutto ciò che riguarda l'altro per noi risulta importante. Almeno all'inizio si mette l'altro al centro del mondo. Chi leggerà il mio libro saprà anche che esistono dei meccanismi mentali e filtri cognitivi che è importante analizzare per comunicare al meglio".

I nostri politici sanno comunicare?

“Diciamo che tendono a comunicare con chi ha le idee simili alle loro. A livello etico un politico dovrebbe fare le cose a favore dell’intera collettività e anche imparare a comunicare con chi non la pensa come lui. Alcuni scelgono di comunicare il minimo necessario a informare su questioni importanti. Come Draghi per esempio. Parla solo quando deve dire cose precise e molto chiare. Finora è stata una buona scelta che lo ha tenuto lontano da polemiche e conflitti inutili. La sensazione che dà, al di là dei risultati specifici, è quella di essere un uomo rispettoso delle Istituzioni e capace di guidare il Paese”.

Per concludere quali sono gli errori di comunicazioni che commettiamo più frequentemente?

“Nel libro spiego con esempi pratici, cosa fare e cosa non fare. Per riassumere in poche parole: essere vaghi non va bene, usare il verbo essere a sproposito non va bene, perché è accusatorio: “Tu sei superficiale/egoista/noioso”. Anche il verbo sentire è molto problematico e non andrebbe troppo usato. Dobbiamo comprendere che le nostre emozioni dipendono da noi e non dagli altri, e quindi chiarirle prima di tutto a noi stessi. 'Quando tu ti sei comportata in questo modo io mi sono sentita...'. E poi, una battuta finale, si potrebbe leggere il mio libro per imparare ogni sfumatura che c’è dietro il complesso mondo della comunicazione".

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