Quando l’Italia si voltò a guardare Mario De Biasi


È stato un grande fotoreporter del ’900. Girò il mondo, narrò storie per immagini, inventò uno stile. Unico. Una grande retrospettiva a Venezia

Quando l’Italia si voltò a guardare Mario De Biasi

da Venezia -

Bruno Munari, che lo conosceva bene, una volta disse che la macchina fotografica faceva parte della sua anatomia, come il naso e la bocca. Poche parole tanto occhio, un’idea «grafica» dell’immagine, intelligenza curiosa e volontà di ferro, un segreto professionale che si può riassumere in tre parole - «Lavorare», «Lavorare», «Lavorare» - e la convinzione che per scattare un clic al volo serva una preparazione ancora maggiore di una fotografia posata. Ecco chi era Mario De Biasi (1923-2013), uno dei nostri grandi fotografi del ’900, viaggiatore instancabile e narratore del mondo, nato fotoamatore e diventato fotoreporter maximum, così famoso che i colleghi stranieri lo chiamavano «l’italiano pazzo». «E c’è da chiedersi - ci confida la figlia, Silvia De Biasi - come sia riuscito a tornare a casa vivo dai suoi viaggi». Una leggenda del giornalismo e della fotografia alla quale oggi la Casa dei Tre Oci di Venezia, uno dei palazzi-museo più belli che esistano, ha dedicato una grande retrospettiva curata da Enrica Viganò: Mario De Biasi. Fotografie 1947-2003 (fino al 9 gennaio 2022).

Tre piani di mostra: color azzurro mare il piano terra, rosso Epoca il primo, giallo sole il terzo. Dieci sezioni, dall’Italia del dopoguerra ai grandi eventi storici, dai viaggi esotici alle scene di vita quotidiana, dagli scatti della natura alle fotografie «astratte» dell’ultimo periodo. Un percorso lungo 216 stampe fotografiche, metà delle quali inedite, accanto a disegni, libri, cataloghi, i numeri originali delle riviste su cui venivano pubblicati i suoi servizi, telegrammi, lettere, videointerviste... E il ritratto di un uomo - giacca, cravatta e mocassini sul Cervino con Walter Bonatti, o imbrattato di fango da capo a piedi a un rally africano, o a meno 65 gradi in Siberia senza neppure l’abbigliamento tecnico adatto, era il 1962... - che, come gli lasciò scritto in una dedica Alfonso Gatto, era una «Forza e forzato dell’obbiettivo». In fondo, tante sue foto sono letteratura.

Tra letteratura, cronaca e neorealismo, ecco l’Italia che rinasce: si parte dalla Milano dei secondi anni ’40, tutti rigorosamente in bianco e nero, fumo di sigaretta, nebbia e paltò: pozzanghere e biciclette, le colonne di San Lorenzo nel 1950, il sagrato del Duomo con la neve e i sentieri che si intrecciano alle geometrie del marmo, i pendolari in fila alla stazione di Porta Romana nel ’55, le lavandaie e il barcone di sabbia a San Cristoforo, e un meraviglioso «Come eravamo» dell’Italia che non c’è più, e se ci fosse una colonna sonora sarebbe Enzo Jannacci, Qualcosa da aspettare, era il 1965...

Poi c’è la foto-sequenza più famosa dell’epoca, titolo: «Gli italiani si voltano». Ve la ricordate? Una splendida Moira Orfei vestita di bianco passeggia per il centro di Milano, colta di spalle, attirando su di sé lo sguardo di un gruppo di uomini, tutti magri, usciti dalla guerra, doppiopetto liso e La Notte in tasca. Fu realizzata da De Biasi nel 1954 per il settimanale di fotoromanzi Bolero Film e divenne così iconica che fu scelta come immagine guida di una storica mostra al Guggenheim di New York, The Italian Metamorphosis 1943-1968. Tutti credono che sia stato uno «scatto al volo», e invece fu preparatissimo: qui sono esposti ben dieci scatti di quella giornata. Tutti credono che sia la fotografia preferita da De Biasi, e invece «a papà era indifferente, fu un servizio commissionato e non scelto da lui, gli scatti che amava davvero erano altri». E in tanti, oggi, accusano quella fotografia di catcalling, come se quegli uomini invece che incantati dalla sensualità della modella, la molestassero con lo sguardo: «È incredibile che qualcuno possa non capire che quella foto semmai è una celebrazione della bellezza femminile. E poi è lei a dominare gli uomini, a metterli in soggezione, altro che catcalling», sospira Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci. La Rete, dove è nata la polemica, oltre che stupida, è impietosa. Cose dell’altro mondo. L’altro mondo - l’America - Mario De Biasi lo scoprì nel ’54. Incaricato da Epoca di documentare la «Crociera della Moda», approdò a New York sulla Cristoforo Colombo, un transatlantico carico di nobildonne e abiti haute-couture per promuovere l’eccellenza italiana: il ritorno, così come previsto, significava ripetere per una settimana lo stesso viaggio in nave. Lui preferì pagarsi soggiorno e volo di ritorno, visse di pane e Coca cola, e portò a casa un ritratto della città impressionante. Eccolo: occupa buona parte del piano terra.

Poi c’è una stanza con la sequenza dei «Baci», i baci appassionati, casti, materni e sfuggenti rubati dalla sua macchina fotografica: in un pub a Londra nel ’60, in un parco di Parigi nel ’70, davanti alla cappella di un cimitero in Andalusia nel ’61... O la stanza dei «Barbieri di strada», il gesto più quotidiano del mondo, nelle piazze, sotto i portici, sui lungofiume di tutto il mondo: in Guatemala nel ’72, in Nepal nel ’64, in Egitto nel ’54, in Somalia nel ’58... Come cambiano i tagli, l’abbigliamento, le luci, e come resta tutto uguale quando un uomo taglia i capelli a un altro uomo. Ed ecco l’installazione, grande un’intera parete, raffigurante un mappamondo su cui sono esposte 40 fotografie vintage, di piccolo e piccolissimo formato, tutte dedicate alla «pausa pranzo», ciascuna connessa al luogo in cui è stata scattata, dal Canada alla Thailandia. Antropologia per immagini del lavoratore. E poi ecco tutte le copertine di Epoca di quegli anni d’oro e sali d’argento. Ecco le fotografie in «prospettiva ravvicinata» dell’insurrezione ungherese del 1956, sotto il tiro delle pallottole, che feriscono De Biasi e gli fanno guadagnare il titolo - appunto - di «Italiano pazzo».

Ecco le immagini dello sbarco sulla luna. Ecco - siamo al terzo piano del palazzo - i ritratti delle star, quando De Biasi era inviato alla Mostra del cinema di Venezia. «La vede quella foto della Loren che, chinandosi, guarda nell’obbiettivo, e dietro ci sono tutti gli altri fotografi accreditati al festival? Ecco. Spiega bene qual era la filosofia di mio padre. Mettersi sempre dall’altra parte. Scegliere un punto di vista diverso». Diverso da tutti, fedele solo alla sua idea di fotografia, Mario De Biasi, senza cellulare e senza Internet, ci ha raccontato, con ogni suo scatto, una piccolo pezzo di realtà. Che lui chiamava cronaca e per noi - ecco perché le sue fotografie sono qui - è Storia.

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