D'Annunzio, il rivoluzionario che il Duce non fu

D'Annunzio, il rivoluzionario che il Duce non fu

Gabriele D'Annunzio ci ha lasciato anche un «certo stile poliitico». «Il poeta-soldato è stato definito il precursore o il Giovanni Battista del fascismo. C'è qualche cosa, indubbiamente, di vero in questa affermazione, ma c'è anche molto di non vero e, comunque, di esagerato». Così si apre l'introduzione all'ultimo numero del quadrimestrale Nuova storia contemporanea, una chicca culturale curata magnificamente da Francesco Perfetti. A noi, ignoranti della materia, questo rapporto più complesso di quanto alcuni amministratori locali italiani ritengano, del Vate con il Duce, era chiaro dalla lettura di M. Il figlio del secolo, scritto da Antonio Scurati. Ma certo approfondire con Perfetti, senza fare torto a nessuno è altra cosa. La Carta del Carnaro, l'utopistica e socialisteggiante produzione costituzionale di Fiume, e l'epilogo dell'impresa creano un solco con Mussolini. Scrive Perfetti: «Durante tutto l'intero arco del regime il poeta-soldato visse in una specie di esilio, in una sorta di limbo politico nella splendida residenza del Vittoriale, stando attento a non sostenere politicamente il regime. Il carteggio fra Mussolini e D'Annunzio, letto in filigrana, mostra la presenza di non pochi motivi di frizione fra i due uomini. E ciò malgrado il tono deferente usato dall'uno nei confronti dell'altro».

I due, ironia della sorte, si capirono solo, e per poco, nel 1933 quando D'Annunzio ritenne avvicinarsi un accordo con la Francia. Così in una conversazione privata scrisse a Benito Mussolini: «Da stanotte so che le tue esitazioni e le tue incertezze di quel giorno affettuoso cedono alla tua sagacità vigile, e che tu sei per respingere fieramente il marrano Adolf Hitler dall'ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla ond'egli aveva zuppo il pennello, o la pennellessa, in cima alla canna, o alla pertica, divenutagli scettro di pagliaccio feroce non senza ciuffo prolungato alla radice del suo naso nazi». Perfetti ricorda come D'Annunzio si riavvicinò anche in occasione della guerra di Etiopia. Ma, conclude su Nuova storia contemporanea: «va anche detto che quel D'Annunzio, il quale peraltro non avrebbe mai cessato di far trasparire ove possibile i suoi sentimenti anti-tedeschi e di profonda avversione nei confronti di Hitler, non era più il D'Annunzio di Fiume».

Per il resto il nuovo fascicolo del quadrimestrale storico è tutto da leggere. C'è un approfondimento sull'impresa di Fiume. Ma non solo.

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