Controcultura

De la Mazière, il giornalista sedotto dal sogno nazista

Nella divisione "Charlemagne" delle SS affrontò l'Armata Rossa. E dovette la vita ai polacchi

Christian de la Mazière (1922-2006) era un tipo fuori dal comune. La sua agenzia di stampa, negli anni Cinquanta-Sessanta lavorava bene nel campo dello spettacolo. Lui era una specie di playboy, le sue storie più famose furono con Juliette Greco e Dalida. Aveva qualcosa di stravagante: portava gli occhiali da sole in inverno, anche di sera; vestiva calde giacche di pelle in estate. Veniva da una famiglia di tradizioni militari, il padre, dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale con onore, era a capo della Scuola di cavalleria a Saumur. L'ufficiale era un nazionalista, prestò giuramento davanti a Pétain ma considerò sempre i tedeschi invasori e nemici. Invece il figlio...

Il giovane Christian era fatto dello stampo paterno, ma con una differenza fondamentale: si considerava un rivoluzionario. Nonostante, nel 1944, gli si presenti l'occasione di far parte, almeno marginalmente, della Resistenza, Christian, giornalista del collaborazionista Le Pays Libre fa una scelta radicale: entra nella divisione «Charlemagne» delle Waffen SS. Dopo l'addestramento, finisce in Pomerania a combattere una guerra in realtà già persa con l'Armata Rossa. Le Waffen SS sono reparti di élite ma votati alle missioni da cui non si torna. Spazzati via dai sovietici, si disperdono dietro la linea del fronte, in territorio ormai occupato. È uno stillicidio. Il gruppo di De la Mazière si assottiglia fino a ridursi a tre soldati. Si arrendono all'esercito polacco che combatteva con l'Armata Rossa, e questa è la loro fortuna. I sovietici sparano alla tempia delle Waffen SS. I polacchi invece restituiscono i prigionieri ai francesi. Inizia una detenzione che si risolve, tutto sommato, molto rapidamente perché De la Mazière riesce a convincere la corte di essere stato soltanto un giornalista al seguito. In carcere, De la Mazière conosce, tra gli altri, lo scrittore Lucien Rebatet, l'autore del romanzo I due stendardi, considerato un capolavoro.

Nel 1969, De la Mazière ammette i suoi trascorsi nazisti nel corso di un documentario. Due anni dopo pubblica Il sognatore con l'elmetto: è un clamoroso successo di vendite, ma le conseguenze non tardano a farsi sentire. L'agenzia subisce un danno irreparabile. De la Mazière riprende l'attività giornalistica, senza particolari acuti.

Ora Il sognatore con l'elmetto (Italia Storica, pagg. 400, euro 25, con una postfazione di Jean Mabire) esce per la prima volta in italiano. Sospendiamo il giudizio morale: è un memoir di grande bellezza e interesse. Non sospendiamo il giudizio morale: De la Mazière si presenta come un ingenuo sognatore, attratto dalla purezza ideologica del nazismo, inconsapevole dello scempio dei campi di concentramento, convinto di dover arginare le orde sovietiche in rotta per l'Europa. Per lui, è l'avventura dei suoi vent'anni, e come tale la racconta. Non c'è dissociazione dal passato, semmai la consapevolezza (blanda) di essersi ingannato. Riprovevole? Sì. Sarebbe però riprovevole anche ignorare questa testimonianza, importante per capire quale fosse la confusione nelle teste di chi affrontò, a vent'anni, il peggior conflitto della Storia.

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