Alex Vatanka, analista al Middle East Institute di Washington, su un punto non ha dubbi: “Le varie fazioni del regime iraniano si combattono ferocemente, ma di solito con un impegno condiviso per la sopravvivenza della Repubblica islamica. Teheran sa che la guerra, le sanzioni, le difficoltà economiche hanno reso la scena interna più fragile. In tale contesto, una fazione che etichetta costantemente i rivali come traditori può diventare un peso e un accordo con Washington sarebbe ben accetto se presentato nel modo giusto”. Vatanka descrive e analizza nel dettaglio le dinamiche interne dell’Iran.
La classe dirigente del regime degli ayatollah è realmente così scissa?
L'élite al potere è divisa, ma non nel modo in cui molti osservatori esterni immaginano. Non c'è una spaccatura fondamentale sulla necessità di ridurre la pressione qualora si presentasse un'apertura diplomatica credibile. Gran parte del regime riconosce che la situazione economica del paese è fragile, che le sanzioni stanno pesando e che un accordo con Washington sarebbe ben accetto se presentato nel modo giusto. Detto questo, la divisione esiste, ma riguarda principalmente quanto scendere a compromessi, con quale rapidità agire e come evitare che un eventuale patto con gli Stati Uniti appaia come una resa.
E che cosa ne pensa della fazione degli ultra-intransigenti?
Non rappresentano la maggioranza, neanche lontanamente, e probabilmente godono di un sostegno sociale che non supera il 10%. Non parlano a nome della società iraniana, né tantomeno a nome della linea dura in quanto tale. Tuttavia, sono rumorosi, organizzati e radicati nel sistema in modo tale da poter rallentare, mettere in imbarazzo o complicare qualsiasi apertura diplomatica. Al centro di questa corrente si trova Saeed Jalili, l'ex negoziatore sul nucleare la cui identità politica si è costruita sulla resistenza al compromesso con l'Occidente. Attorno a lui si trovano il Fronte Paydari, un partito ultraconservatore poco conosciuto ma molto influente, e un gruppo di figure intransigenti diventate nomi noti nei dibattiti su negoziati, controllo sociale e ideologia, tra cui Mahmoud Nabavian, Morteza Aghatehrani e Hamid Rasai.
Dove risiede il loro potere?
Nelle reti ideologiche, appunto, nelle piattaforme mediatiche, nei legami con gruppi di pressione violenti che operano nelle strade e nella capacità di accusare gli avversari di debolezza, tradimento o deviazione dalla linea rivoluzionaria.
Come vengono percepite le trattative in Iran?
La negoziazione non è considerata semplicemente arte di governo, viene presentata come una prova di lealtà. Chi negozia è vulnerabile all'accusa di aver tradito la rivoluzione, di aver ignorato il sangue dei martiri o di aver riposto fiducia in un nemico intrinsecamente ostile.
Che cosa si pensa del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf?
Ghalibaf non è un riformista, è un ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, un influente uomo di potere e un uomo del sistema. Eppure, nemmeno lui è immune all'accusa di tradimento quando si trova di fronte agli americani. Questo ci dice qualcosa di essenziale: per gli ultraconservatori, la questione non è se il negoziatore sia sufficientemente rivoluzionario, ma se la diplomazia stessa rappresenti una minaccia per la loro rilevanza politica.
E invece chi è Saeed Jalili?
Si è a lungo presentato come il custode di un percorso rivoluzionario più puro. Durante gli anni in cui ha ricoperto il ruolo di negoziatore sul nucleare, i critici lo hanno accusato di aver preferito richieste massimaliste a una negoziazione pratica. In seguito, dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2013, ha creato quello che ha definito un "governo ombra". È diventato uno strumento di ostruzionismo, o almeno così sostengono i suoi critici.
Come si comportano le fazioni interne tra di loro?
Si combattono ferocemente, ma di solito con un impegno condiviso per la sopravvivenza del regime. Quando il sistema crede che la resistenza serva alla sopravvivenza, resiste.
Quando crede che il dialogo serva alla sopravvivenza, dialoga. Ma Teheran sa che la guerra, le sanzioni, le difficoltà economiche hanno reso la scena interna più fragile. In tale contesto, una fazione che etichetta costantemente i rivali come traditori può diventare un peso.