L’amministrazione Trump punta su una nuova generazione di armamenti navali per riequilibrare il rapporto di forze nel Pacifico. Al centro della strategia del Pentagono troviamo lo sviluppo di un missile modulare multiuso destinato a rivoluzionare l’attuale famiglia dei missili “Standard” della US Navy. L’obiettivo è ambizioso: risolvere contemporaneamente il problema delle scorte limitate a bordo delle navi, la crescente saturazione missilistica cinese e l’insostenibile rapporto costi-benefici dei sistemi di difesa americani. In uno scenario di guerra per Taiwan, per esempio, la Marina Usa rischia di esaurire rapidamente i propri intercettori, costosi e difficili da rimpiazzare, mentre la Cina può contare su un arsenale numericamente superiore e più economico.
Il nuovo missile Usa
Il nuovo missile, concepito come piattaforma flessibile e riconfigurabile, rappresenta quindi una scommessa tecnologica e industriale per mantenere la superiorità navale statunitense nel teatro indo-pacifico. Il cuore del progetto è un design modulare basato su un “interceptor” comune abbinabile a diversi stadi di propulsione.
Detto altrimenti, lo stesso missile può essere configurato come arma da attacco ipersonico a lungo raggio, come vettore per la superiorità aerea offensiva oppure come intercettore per la difesa antiaerea e antimissile stratificata. Tutto restando compatibile con i lanciatori verticali Mark 41 già installati sui cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e sugli incrociatori Ticonderoga.
Secondo quanto riportato nel dettaglio da Asia Times, questa soluzione consentirebbe di aumentare drasticamente la “profondità del caricatore”, permettendo di alloggiare più intercettori nello stesso spazio oggi occupato da un singolo missile. Il vantaggio operativo è evidente: più colpi disponibili, maggiore flessibilità e la possibilità di adattare l’armamento prima di una missione in base alla minaccia prevista. La Marina Usa spera così di contrastare droni, missili da crociera, balistici e ipersonici senza dover sacrificare la capacità di attacco.
La sfida con la Cina
Resta però il problema decisivo: la scala. I conflitti recenti, dal Mar Rosso allo scenario ipotetico di Taiwan, mostrano una drammatica asimmetria dei costi. Missili da milioni di dollari vengono impiegati per abbattere bersagli che costano poche migliaia. Contro la Cina, avvertono diversi analisti, questa dinamica diventerebbe rapidamente insostenibile.
Pechino può infatti saturare le difese americane con centinaia di missili lanciati in un singolo attacco coordinato, mentre le scorte Usa si esaurirebbero in pochi giorni. Studi strategici indicano che difendere basi, navi e infrastrutture solo con intercettori è impraticabile. Il missile modulare promette di migliorare l’efficienza, ma non risolve automaticamente il problema se resta costoso e complesso da produrre. Alcuni esperti sostengono che, senza una vera produzione di massa e una drastica riduzione dei costi unitari, anche l’arma più versatile rischia di essere sopraffatta dalla semplice legge dei numeri.
In definitiva, il nuovo missile multiuso rappresenta una risposta elegante e tecnologicamente avanzata alla sfida cinese, coerente con la visione muscolare dell’amministrazione Trump.
Ma la sua efficacia reale dipenderà meno dalle prestazioni e più dalla capacità industriale americana di produrlo rapidamente, in grandi quantità e a prezzi sostenibili. In una guerra ad alta intensità nel Pacifico, la versatilità può fare la differenza solo se accompagnata dalla massa.