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Xi muove la "flotta fantasma": cosa c’è dietro l'espansione invisibile nel Pacifico

Tra ricerca marina, fondali strategici e dati sensibili, Pechino allarga la sua presenza negli abissi mentre cresce la sfida con gli Stati Uniti.

Xi muove la "flotta fantasma": cosa c’è dietro l'espansione invisibile nel Pacifico
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La Cina sta costruendo una presenza sempre più capillare e strategica nei mari e nelle profondità del Pacifico. Secondo il China Maritime Studies Institute, oltre 40 navi compongono la più grande flotta mondiale dedicata alla ricerca marina d’altura. Ufficialmente impegnate in attività scientifiche, queste imbarcazioni raccolgono dati su fondali, correnti, ecosistemi e risorse minerarie. Il quadro complessivo suggerisce però ben altro: una rete di operazioni a doppio uso, civile e militare, che si inserisce nella più ampia strategia di fusione tra sviluppo tecnologico e difesa promossa dal presidente cinese Xi Jinping. L’obiettivo dichiarato dal Dragone: trasformarsi in una grande potenza marittima, capace non solo di sfruttare le risorse oceaniche, ma anche di controllare spazi strategici chiave.

Le mosse della Cina

L’esplorazione mineraria dei fondali rappresenta un tassello cruciale per Pechino, che detiene cinque dei 31 contratti di esplorazione concessi dall’Autorità internazionale dei fondali marini (ISA), posizionandosi come leader globale in un settore ancora agli albori ma destinato a diventare centrale per le catene di approvvigionamento di materie prime critiche.

Secondo un lungo approfondimento della Cnn, non a caso, pur non esistendo prove definitive di un impiego militare diretto, l’insieme di queste e altre attività cinesi indica chiaramente una strategia a duplice scopo da parte del Dragone. Le navi da ricerca, infatti, operano spesso anche al di fuori delle aree loro assegnate, mappando fondali e raccogliendo dati in zone sensibili, incluse quelle prossime a infrastrutture militari o rotte sottomarine cruciali.

Questo tipo di informazioni è fondamentale non solo per l’estrazione mineraria – che riguarda noduli polimetallici, solfuri e croste ferromanganesifere – ma anche per applicazioni militari, come il rilevamento dei sottomarini o la comprensione della propagazione del suono negli oceani.

La mappatura dettagliata dei fondali consente di individuare percorsi sicuri, zone di occultamento e persino di identificare le “impronte acustiche” delle flotte avversarie. Non a caso, alcune missioni cinesi hanno interessato aree vicine a Guam e alle Marianne Settentrionali, snodi fondamentali della presenza militare statunitense nel Pacifico.

La corsa agli abissi di Pechino

Parallelamente, Pechino investe in tecnologie avanzate come veicoli autonomi sottomarini e sistemi di sorveglianza sismica, strumenti che ampliano ulteriormente le capacità di raccolta dati. Ebbene, questa corsa agli abissi non è priva di conseguenze, né sul piano geopolitico né su quello ambientale.

Da un lato, la crescente attività cinese alimenta tensioni con gli Stati Uniti e altri attori regionali, soprattutto in aree già contese come il Mar Cinese Meridionale o le acque attorno a Taiwan. Dall’altro, solleva preoccupazioni tra scienziati e ambientalisti, che avvertono dei rischi legati allo sfruttamento minerario dei fondali.

Gli ecosistemi profondi, tra i meno conosciuti del pianeta, ospitano una biodiversità straordinaria e fragile: studi

recenti indicano che test di estrazione su scala industriale possono ridurre significativamente la presenza di fauna nelle aree interessate. Nonostante ciò, la competizione globale per l’accesso a queste risorse non si ferma.

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