La questione dell'integrazione dell'Islam come nuova componente del panorama sociologico francese è una delle grandi sfide che si pongono alla Francia. La nazione francese si è costruita nel corso dei secoli e, fino a un passato molto recente, per osmosi e anche per opposizione alla religione cristiana. L'Islam introduce la Francia in una pluralità religiosa che non esisteva in questi termini al momento dell'adozione del motto repubblicano. Non si tratta di una sfida solo per la nazione, ma di una sfida esistenziale che attraversa le persone stesse, siano esse musulmane, cristiane, ebree o senza religione. Una sfida che si gioca sullo sfondo di lotte secolari, di paura dell'altro, di ignoranza reciproca, di disprezzo. Lungi dall'attenuarsi con l'avvicendarsi delle generazioni, le conseguenze dei tempi coloniali sembrano rinvigorirsi a forza di strumentalizzazioni da entrambe le parti. Come vescovo, cristiano e francese, in una società algerina e musulmana, sento sulla mia pelle queste ferite ancora aperte. È una sfida che ci sta di fronte, ancor più che alle spalle. A causa delle ineluttabili conseguenze del sogno di grandezza coloniale, coltivato dalla Francia in una certa fase della sua storia, il gioco naturale della demografia, insieme a un'immigrazione selezionata e ai legami familiari tra i Paesi del Maghreb e la Francia, fa sì che nessuna legge possa impedire la profonda trasformazione. È insomma illusorio immaginare di poter evitare la sfida del vivere insieme. Ed è qui che ritorna, più forte che mai, l'esigenza della fraternità, tanto più se la parola non ricopre esattamente la stessa realtà per tutti, come abbiamo detto.
Le nostre parole, a cominciare da quelle più importanti, sono spesso falsi amici nell'incontro e nel dialogo. E come stupirsene? In questa sfida dell'integrazione, mi sembra ci siano due scogli da evitare. Il primo è quello di perpetuare il luogo comune che vuole l'Islam incompatibile con la democrazia. Piuttosto che parlare dell'Islam in generale, parliamo dei musulmani, e constateremo che la stragrande maggioranza dei musulmani, in tutti i Paesi, aspirano alla trasparenza di una vita democratica. Sostenere il contrario significa offenderli, e affermare un'oggettiva controverità. L'altro scoglio è quello di pensare con troppa facilità che la dialettica tra Cristianesimo e laicità possa ipso facto indicare la via per l'integrazione dell'Islam nella società francese. Io non sono sicuro che stabilire un parallelismo con la legge del 1905, quella sulla separazione tra Chiese e Stato, sia così convincente. Né la natura di queste religioni né le loro circostanze storiche sono comparabili. Quanto a queste ultime, direi che la legge della separazione ha segnato la fine, in Francia, di un sogno di cristianità, cioè di un Cristianesimo i cui valori sarebbero normativi per il complesso della società. Di una forma, tutto sommato, di cristianesimo politico. Senza pretendere di dare un giudizio da esperto su quel periodo, la mia spontanea impressione è quella di una Repubblica che ha voluto affrancarsi dal giogo di una religione dominante.
Fino a che punto può essere spinto il parallelo con l'attuale situazione della Repubblica francese rispetto alla presenza dell'Islam? È una questione tutta da discutere. Quanto alla natura di queste religioni, anch'esse differiscono profondamente. Il sogno di cristianità trova il suo antidoto nel Vangelo stesso, tra le tante, con l'arcinota frase di Gesù: "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21). Gesù non si è mai prefisso di organizzare politicamente una società umana. E il Cristianesimo ha bisogno, per esistere, della società laica che ha in buona parte generato, pur non potendo evitare di volerla tenere sotto controllo. È possibile leggere tutti i periodi, lunghi e frequenti, di compromissione della Chiesa con il potere temporale come un'umanissima tentazione che il Vangelo viene a mettere in discussione. Ben differente è il caso dell'Islam, che fin dalle origini vuol essere Stato e religione. La nozione di comunità differisce significativamente, e qui ritorniamo alla fratellanza come pietra d'inciampo. Se, alla stregua della fraternità repubblicana o cristiana, nell'Islam la fraternità porta in sé il proprio superamento e l'apertura all'universalità, il primo grado di fratellanza può comunque apparire come un serio ostacolo all'integrazione delle persone in ragione di un conflitto di fratellanze: da un lato la fraternità repubblicana, di cui si vedranno tanto meno i contorni quanto meno si sarà integrati socialmente, dall'altro lato quella arabo-musulmana, che conferisce un'identità valorizzante e un forte sentimento di appartenenza.
Questo conflitto di fraternità, che va guardato bene in faccia, contribuisce notevolmente a mantenere aperto il fossato tra una società frammentata e individualista, da una parte, e quella che dall'esterno viene percepita come una comunità non miscibile, dall'altra. Si è potuto nutrire la speranza che l'avvicendarsi delle generazioni nate in Francia, coniugato agli sforzi per una migliore integrazione sociale del maggior numero possibile di persone, avrebbe posto fine a tale conflitto tra fratellanze. Siamo costretti a riconoscere che non è ancora così, anche se, naturalmente, questi due sono fattori di integrazione. C'è un sentimento di appartenenza che trova espressione nelle parole della fratellanza, che resiste al tempo e al succedersi delle generazioni, e che non riguarda solo l'attaccamento alle radici. È pertanto inutile sognare una qualche forma di sostituzione di una fraternità con un'altra, di un'appartenenza con un'altra. Forse sarebbe meglio pensare in termini non di conflitto tra fraternità ma di fraternità plurali. Gli uni e gli altri siamo infatti legati a diverse fraternità: quelle familiari, naturalmente, ma anche altre che le nostre storie personali hanno potuto plasmare attraverso l'amicizia, situazioni di vita estreme o semplicemente singolari, e anche nel lavoro. Non potremmo allora aggiungere una s a Fraternité sui frontoni dei nostri municipi? La questione verrebbe ben presto a porsi anche per Liberté, altra parola che si declina meglio al plurale. L'esercizio risulterebbe probabilmente più complicato per Égalité! Ironia a parte, la prima tappa dell'integrazione mi sembra dover passare per il riconoscimento, reciproco, di queste fraternità plurali che non chiedono di rinnegarne una per permettere a un'altra di esistere. A partire di qui, queste fraternità, lungi dall'entrare in conflitto, potrebbero essere vissute come altrettante ricchezze.
È quello che vediamo accadere nella vita personale: le fraternità che le nostre storie hanno generato e che abbiamo saputo far vivere non entrano in conflitto tra loro e nemmeno con la nostra appartenenza familiare. O, per lo meno, è possibile articolarle. L'esperienza delle fraternità plurali, così come le vivo in Algeria, permette a questo superamento della fraternità primaria, viscerale, di trasformarsi in una fraternità, in prospettiva, universale. Nel caso contrario, quest'ultima rischia fortemente di rimanere un pio desiderio sarebbe il colmo per un motto repubblicano! Solo allora si potrà osare togliere la s di fraternità plurali e sentir nascere nel più profondo di noi un'aspirazione alla fraternità universale che non sia semplicemente un vocabolo idealizzato dalla religione o dalla Repubblica. L'unica fraternità degna di questo nome non può che essere plurale.
Questa necessità di dire il singolare ricorrendo al plurale è stata sottolineata dal vescovo di Orano Pierre Claverie, assassinato il 1° agosto 1996, il quale con forza affermava che "l'umanità è solo plurale".
Tratto da L'audacia della fraternità (traduzione di Pier Maria Mazzola, Libreria editrice vaticana, pagg.174, euro 16) del cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri