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Terna, Di Foggia compie il passo indietro e si prenota per Eni

L'ex ad rinuncerà alla buonuscita se otterrà la nomina dall'assemblea del Cane a sei zampe

Terna, Di Foggia compie il passo indietro e si prenota per Eni
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La partita si chiude con un accordo che recepisce integralmente la linea del governo e mette fine a una delle polemiche più insidiose sulle partecipate. Terna ieri ha reso noto che l'ad Giuseppina Di Foggia (in foto) ha sottoscritto l'intesa per la cessazione anticipata del rapporto e, soprattutto, che rinuncerà all'indennità integrativa di fine rapporto da oltre 7 milioni di euro nel caso di nomina alla presidenza di Eni. Una scelta che sblocca definitivamente il passaggio e archivia un nodo che aveva assunto un evidente rilievo politico.

La rinuncia all'indennità di fine rapporto per la posizione di direttore generale, stimata e accantonata in 7,189 milioni, è parte integrante dell'accordo ed è subordinata alla nuova nomina. In questo modo si evita un cortocircuito che avrebbe visto una dirigente transitare da una partecipata all'altra, entrambe riconducibili allo stesso perimetro pubblico (Cdp è l'azionista di maggioranza di entrambe), incassando al contempo una liquidazione milionaria. Una soluzione che ristabilisce coerenza e mette ordine in una vicenda che rischiava di sfuggire di mano.

Determinante, ancora una volta, la posizione espressa da Giorgia Meloni, che aveva fissato il perimetro senza ambiguità. "Penso che la Di Foggia debba scegliere tra la presidenza dell'Eni e la buonuscita di Terna. Mi pare abbastanza semplice la questione. Questa è una scelta di Di Foggia, in caso contrario valuteremo le nostre alternative", aveva dichiarato. Parole che non lasciavano spazio a interpretazioni e che, alla prova dei fatti, hanno trovato piena attuazione nell'accordo formalizzato.

Il punto non era solo giuridico, ma anche di opportunità e di sistema. Il passaggio da Terna a Eni è interno alla galassia delle partecipate statali, per di più verso una realtà industriale ben più complessa e strategica. La richiesta iniziale appariva difficilmente sostenibile considerato che il gestore della rete opera in un ambito regolato, con margini e ricavi sostanzialmente prevedibili, lontani dalle dinamiche e dai rischi di gruppi come Eni.

L'intesa raggiunta, sostenuta anche dai pareri dei comitati interni e costruita nel rispetto delle regole di governance e della normativa sulle parti correlate, consente ora di voltare pagina. A Di Foggia resteranno le componenti ordinarie di fine mandato (108mila euro) e i diritti maturati nei sistemi incentivanti, in linea con la politica di remunerazione della società, mentre viene meno l'elemento più controverso.

Sul piano politico, il risultato è altrettanto evidente.

La linea di rigore impressa dall'esecutivo, con il sostegno dell'asse tra Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia guidato da Giancarlo Giorgetti, esce rafforzata, evitando un precedente che avrebbe potuto aprire la strada a richieste analoghe. Allo stesso tempo, si chiude una partita che rischiava di appannare la credibilità complessiva del sistema delle partecipate.

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