S'incendia il caso Giuseppina Di Foggia (in foto), l'ad uscente di Terna e candidata dal ministero dell'Economia a presidente di Eni (ora per lo meno molto a rischio). La manager non vuole rinunciare alla buonuscita da 7,3 milioni di euro che invece non le spetterebbe più qualora venisse nominata nel Cane a Sei Zampe: è infatti previsto che l'indennità non sia da corrispondere nel caso di un passaggio a una società infragruppo (Cdp è azionista di riferimento di Terna ed Eni). Inoltre, non potrebbe ricoprire la carica di presidente in Eni qualora ancora conservasse la poltrona di ad in Terna, dalla quale non si è ancora dimessa proprio per non perdere il diritto all'indennità. Di Foggia era stata nominata alla guida della società della rete elettrica nel maggio del 2023 nel primo giro di grandi nomine pubbliche del governo Meloni. Lei era stata una dei volti nuovi, dopo l'esperienza manageriale nel gruppo Nokia.
La situazione avrebbe irritato non poco la premier Giorgia Meloni e ieri sera, peraltro, è sceso in campo anche il Tesoro sulla questione diffondendo una nota: "Dal 2023 il Mef (il ministero dell'Economia, ndr), nella sua azione diretta all'efficientamento della spesa e al contenimento dei costi, ha dato specifiche direttive (già dal 2023), in qualità di socio, che nelle società partecipate dovessero essere esclusi o, in ogni caso, rigorosamente delimitati i casi e l'entità delle indennità e degli emolumenti comunque denominati da corrispondere a fine mandato, in modo da generare una prassi diretta ad escludere che detti emolumenti siano corrisposti a chi esaurisce per naturale scadenza o per dimissioni volontarie il mandato da amministratore".
Il ministro Giancarlo Giorgetti, al pari di Meloni, sarebbe molto deluso dal comportamento della manager che era stata lanciata come amministratrice delegata e direttrice generale di Terna tre anni fa e, nonostante la decisione per la sostituzione da parte del governo con Pasqualino Monti proveniente da Enav, era stata comunque indicata per una carica di prestigio ai vertici di Eni, in sostituzione del presidente uscente Giuseppe Zafarana. Il caso Di Foggia è emblematico perché si scontra contro la volontà del ministro Giorgetti che, come evidenziato nel comunicato di ieri, aveva voluto la direttiva "anti-indennità" ultra milionarie.
La stessa direttiva del 2023 aveva già evitato che manager pubblici come Agostino Scornajenchi (passato ai vertici di Snam dopo l'incarico alla guida di Cdp Venture Capital) e Stefano Antonio Donnarumma (oggi amministratore delegato del Gruppo Fs dopo l'esperienza maturata proprio in Terna) prendessero ricche buonuscite all'esaurimento del loro mandato. Di Foggia però non vuole rinunciarvi, al punto da mettere a rischio la sua carriera da top manager di società pubbliche.